Che ti porti il sogno, il caffè e la poesia (ti meriti un amore).

Che ti porti il sogno, il caffè e la poesia (ti meriti un amore).

frida_kahlo

Ti meriti un amore

Ti meriti un amore che ti voglia
spettinata,

con tutto e le ragioni che ti fanno
alzare in fretta,

con tutto e i demoni che non ti
lasciano dormire.

Ti meriti un amore che ti faccia
sentire sicura,

in grado di mangiarsi il mondo
quando cammina accanto a te,

che senta che i tuoi abbracci sono
perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore che voglia ballare
con te,

che trovi il paradiso ogni volta che
guarda nei tuoi occhi,

che non si annoi mai di leggere le
tue espressioni.

Ti meriti un amore che ti ascolti
quando canti,

che ti appoggi quando fai la ridicola,
che rispetti il tuo essere libera,

che ti accompagni nel tuo volo,
che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore che ti spazzi via le
bugie
che ti porti il sogno,
il caffè
e la poesia.

Frida Kahlo

Formula magica.

Formula magica.

La formula (magica, si vorrebbe dire, stanti gli esiti entusiastici) su cui si fonda la Sagra musicale malatestiana è estremamente semplice, ancorché laboriosissima: grandi orchestre, e loro direttori. Questa volta, occorse una attenzione anche maggiore: anzitutto, per sommare organici diversi, stanti le necessità esatte dalla partitura immane, l’Ottava sinfonia di Gustav Mahler, della quale non si conosce la più esigente: vale la pena di precisarlo: ottavino, 4 flauti, 4 oboi, corno inglese, 3 clarinetti, clarinetto piccolo, clarinetto basso, 4 fagotti, controfagotto, 8 corni, 4 trombe, 4 tromboni, tuba bassa; 3 timpani, tamburo grande, piatti, gong, triangolo, campane, Glockenspiel; celesta, pianoforte, harmonium, organo, 2 arpe, mandolino; archi. (Unica “rivalità” ricordabile i Gurrelieder di Schoenberg). Ci affrettiamo a precisare che il nomignolo dato all’opera, “Sinfonia dei mille”, arrotonda un poco le cifre: interessa semmai notare come i singoli strumenti, segnatamente gli aggiunti, indichino premesse, precedenti tentativi “sperimentali”: l’organo accenna a Bruckner, le campane ad altre composizioni, quale la Terza sinfonia, il mandolino al Lied von der Erde, la celesta ammirata in tanti Ciajkovskij diretti a Vienna o a New York. Anche più interessanti le nuove acquisizioni: i legni singoli, ad esempio, ove non rifiutino gli impasti tradizionali, la scrittura a famiglie.

Mario Bortolotto, Il Foglio 24 settembre 2011

Sono fiori curiosi.

Sono fiori curiosi.

Nella stanza, nella parete di destra, verso la finestra, erano i fiori del ’16. Quando li vidi, era l’inverno del ’18, chiedi a Morandi che specie di fiori erano. ‘Sono degli astri’ mi disse Morandi. ‘Si trovano in diversi colori. Questi sono rosa, uno solo è bianco. Ma sono di un rosa che è quasi violetto. Le foglie sono belle, stanno ferme. Sono di un verde che è quasi grigio‘. Osservai, tanto per dire qualcosa, che questi fiori fanno pensare a delle stelle marine, solo con molte gambe. Rise con gli occhi. ‘E’ vero – disse – sono fiori curiosi“.

Giuseppe Raimondi.

Ci sono imprese sempre precedute da una certa agitazione.

Ci sono  imprese sempre precedute da una certa agitazione.

A.Deineka, Fine morning

Ci sono  imprese sempre precedute da una certa agitazione, da una certa accelerazione della frequenza del polso: come quando uno studente deve sostenere  l’esame, o un corridore sta per entrare in pista, oppure un aviatore è pronto al decollo. Ci sono decine di cose che io posso fare mantenendo  un battito regolare, ma  quando prendo in mano un carboncino e mi avvicino al quadrato bianco di una tela avverto qualcosa di molto simile allo stato d’animo che precede il salto in acqua da un trampolino”.

Aleksandr Deineka

Vaccate sacre.

Vaccate sacre.

Quando mi chiedono con quali criteri ho scelto gli artisti da segnalare a Sgarbi per la Biennale rispondo: il piacere. Gli interlocutori fanno sempre delle facce contrariate: il piacere non sta bene, se un’opera d’arte non fa soffrire non è contemporanea, pare. Sono bigotti hegeliani convinti non solo che lo Spirito del Tempo esiste, e fin qui, ma che davanti a esso bisogna obbligatoriamente
prostrarsi. Inutile discutere: lo Zeitgeist è un dogma. Potrebbe almeno essere uno Spirito benigno? No, nemmeno la sua natura sadica e sgradevole può essere oggetto di contestazione. Scrive Jean Clair in un prezioso volumetto intitolato “Breve storia dell’arte moderna” (Skira) che l’estetica del disgusto ha preso il posto dell’estetica del gusto: “Nella misura in cui i pubblici poteri sembrano incoraggiare queste manifestazioni che d’acchito risultano scioccanti, e trovarle quasi necessarie, sarei tentato di credermi in presenza dell’espressione di una nuova sacralità, ma una sacralità al contrario, negativa”. Mi viene in mente l’atteggiamento reverenziale di Letizia Moratti verso i bambini impiccati e i medi alzati, le vaccate sacre di Maurizio Cattelan. La recente confessione di François Pinault, padrone di Gucci e di Palazzo Grassi, toglie spazio ai dubbi residui: “L’arte è diventata la mia religione. Altri vanno in chiesa a pregare”. Certo, lui preferisce inginocchiarsi davanti ai feticci in decomposizione di Damien Hirst.

Camillo Langone