Non so nemmeno quando è incominciato, io so soltanto che nella mia vita non è accaduto mai (ma come hai fatto).

Non so nemmeno quando è incominciato, io so soltanto che nella mia vita non è accaduto mai (ma come hai fatto).

(Parlato)
Io ti voglio bene
Come nella mia vita
Non è accaduto mai

Cosi’ profondamente
Che ho paura di me

Di questo smisurato amore
Che adesso provo per te

Io ti desidero
Un desiderio nuovo
Che mi tormenta

Talvolta mi domando
Com’e’ possibile
Che mi debba addormentare
Mi debba risvegliare
Andare e ritornare avere te
Sempre davanti a me
Negli occhi miei
Nei miei pensieri
In ogni istante
Della mia vita

Io ho bisogno di te
Come la barca ha bisogno del mare
Per poter andare
La primavera ha bisogno del sole
Per poter fiorire
La farfalla di un fiore
Un bimbo di una mano
Che lo accompagna
Un cane di un padrone
E del vento
L’aquilone per poter volare
Ed io di te
Sempre vicino a me
In ogni istante della mia vita

(Canto)
Ma come hai fatto
A farmi innamorare cosi’ tanto
Mi guardo nello specchio
E mi domando
Se quello li’ sono io
Ma come hai fatto
A far della mia vita
Una tua cosa
A trasformare il tempo
In un’attesa
Di rivedere te
No non ha senso
Questa mia vita
E piu’ ci penso
E piu’ è un filo
Nelle tue mani
Ma come hai fatto
Non so’ nemmeno
Quando è cominciato
Io so’ soltanto che
Nella mia vita
Non è accaduto mai
La prima volta
Che dico veramente
Ti voglio bene

La prima volta
Che dico veramente
Ti voglio bene

Domenico Modugno

Voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per amore (voglio sapere se puoi sederti con il dolore, il mio…O il tuo.)

Voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per amore (voglio sapere se puoi sederti con il dolore, il mio…O il tuo.)

Non mi interessa cosa fai per vivere.
Voglio sapere per cosa sospiri.
E se rischi il tutto per trovare i sogni del tuo cuore.
Non mi interessa quanti anni hai.
Voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido
per l’amore… Per i sogni… Per l’avventura di essere vivo.
Non voglio sapere che pianeti minacciano la tua luna.
Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore.
Se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita,
o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro.
Voglio sapere se puoi sederti con il dolore,
il mio… O il tuo.
Non mi interessa sapere dove abiti o quanti soldi hai,
mi interessa se ti puoi alzare dopo una notte di dolore… Triste o spaccato in due.
Non mi interessa chi sei… O come hai fatto per arrivare qui.
Voglio sapere se sapresti restare in mezzo al fuoco con me,
e non retrocedere.
Non voglio sapere cosa hai studiato… O con chi o dove.
Voglio sapere cosa ti sostiene dentro.
Quando tutto il resto non l’ha fatto.
Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso,
e se veramente ti piace la compagnia che hai nei momenti vuoti. “ –
•Scritto da un’indiana della tribù degli Oriah (1890).

Thanks to R.S.

Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti.

Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti.

(…) Una foto oggi non può più essere neutrale, non sa esserlo: addirittura può arrivare a “distorcere” il significato dell’accaduto che vorrebbe rappresentare poiché si applica e si diffonde attraverso la “suggestione” e non con l’approfondimento o il racconto, nonché tramite una metodologia moderna che ha un nome preciso e per cui non bisognerebbe mai fare il tifo: la “viralità”.
In definitiva dovrebbe essere questione di orrore.

Di riuscire ancora a provare orrore. Cioè di essere sensibili, sì, ma non assuefatti. E invece la “viralità” assuefà. Dovrebbe riguardare questo: di non curarsi se la foto di un bambino cadavere ci stia o no informando su una questione cruciale che riguarda noi e il mondo, di non parlare di opportunità, di deontologia, di giornalismo, di domandarsi se si poteva raccontare quello stesso fatto senza quella foto, o di scrivere questo stesso articolo, perfino: ma solo di provare orrore. Di vomitare. Il banale e dimenticato orrore, quel moto dell’animo che ci fa venire voglia di mettere una musica di Brahms o di infilarci in silenzio nella camera di nostro figlio per sentire che rumore fa il suo respiro mentre dorme o di telefonare alla persona che più amiamo solo per farci dire che sta bene, che è arrivata in ufficio; di combattere con tutte le armi in nostro possesso contro la sconvolgente idea che sia davvero possibile destarsi un mattino da sogni agitati e trovarsi trasformati nel proprio letto in un enorme insetto.

Stefano Sgambati (Il Foglio)

Qualsiasi cosa voglia, è disposto a pagarla con l’anima.

Qualsiasi cosa voglia, è disposto a pagarla con l’anima.

In Social and Cultural Dynamics (di Sorokin: NdA) la libertà individuale viene posta uguale a un rapporto: quello tra la somma al numeratore dei mezzi disponibili per la gratificazione dei desiderie la somma dei desideri al denominatore. L’equazione serviva a Sorokin per definire e distinguere società ideazionali, plasmate dalla minimizzazione dei desideri, da quelle sensiste, ossesse come il capitalismo dalla massimizzazione dei mezzi. (…) Ci sarebbe una frase ancora più breve e potente per capire la libertà umana. ma richiederebbe di tornare di molto indietro, a un breve frammento di Eraclito:”Qualsiasi cosa voglia è disposto a pagarla con l’anima”.

Geminello Alvi,  Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio

DSK ha un’anima, bianca, grigia o nera si vedrà, ma pur sempre un’anima.

DSK ha un’anima, bianca, grigia o nera si vedrà, ma pur sempre un’anima.

J’accuse? Troppo facile. Je défend? Mah. Je m’en fous? Chic, ma poi mi tocca alzare le spalle ogni cinque minuti, poiché d’altro non si parla. J’écris. Scrivo innanzitutto che ci voleva un’Ophelia per concludere la carriera edipica di Dominique Strauss- Kahn, facilmente annoverabile tra coloro che Freud chiama “delinquenti per senso di colpa” – la colpa sarebbe il pensiero d’avere ucciso papà e scopato mamma, ovviamente. Poche pagine prima Freud parla anche di “coloro che soccombono al successo” e anche lì si può pescare a piene mani. Ma sono tutte cose che si sanno e il sapere mi annoia, e la noia erige patiboli e stupri. Quel che davvero DSK ha fatto, delitto o consenziente sesso estremo, lo diranno i giurati; azzardare ipotesi è ingiusto, così come è ingiusto parlare di complotto. DSK ha un’anima, bianca, grigia o nera si vedrà, ma pur sempre un’anima, che l’ha portato diritto al carcere di Rikers Island e di questo dobbiamo dargli atto, sennò sarebbe solo un burattino in balia di oscuri poteri. Ciascun uomo è forte, almeno per quel che attiene al desiderio che, inconscio, trova sempre modo di andare a segno. Se DSK sta in galera, col rancio scadente, col rischio di venire stuprato da nerboruti neri, è perché fortemente e a tutti i costi l’ha ambito, stanco della vita che conduceva, umiliato da quella girandola di successi in cui, per lui almeno, non succedeva proprio niente. Altro che poltrona presidenziale, la sedia elettrica lo attira, al pari di tanti altri uomini geniali che con sprezzo hanno abbandonato suites e palazzi per incontrare un piacere ancora più
estremo di quello loro donato dalle donne, il piacere dell’espiazione.

Umberto Silva, Il Foglio, 20 maggio 2011