Signore, sarò lì, sì è sicuro (You’ve got a friend).

Signore, sarò lì, sì è sicuro (You’ve got a friend).

When you’re down and troubled and you need a helping hand
and nothing, whoa, nothing is going right.
Close your eyes and think of me and soon I will be there
to brighten up even your darkest nights.

You just call out my name, and you know where ever I am
I’ll come running to see you again.
Winter, spring, summer, or fall, all you have to do is call and I’ll be there, yeah, yeah,
you’ve got a friend.

If the sky above you should turn dark and full of clouds
and that old north wind should begin to blow,
keep your head together and call my name out loud.
Soon I will be knocking upon your door.
You just call out my name, and you know where ever I am
I’ll come running to see you again.
Winter, spring, summer, or fall, all you have to do is call and I’ll be there.

Hey, ain’t it good to know that you’ve got a friend? People can be so cold.
They’ll hurt you and desert you. Well, they’ll take your soul if you let them,
oh yeah, but don’t you let them.

You just call out my name, and you know where ever I am
I’ll come running to see you again.
Winter, spring, summer, or fall, all you have to do is call, Lord, I’ll be there, yeah, yeah,
you’ve got a friend. You’ve got a friend.
Ain’t it good to know you’ve got a friend. Ain’t it good to know you’ve got a friend.
Oh, yeah, yeah, you’ve got a friend.

Traduzione

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

Così, la nostra coscienza scatta, la nostra vita scatta quando il primo dato, cioè il primo oggetto che ci interessa, è ciò che abbiamo incontrato. Ciò che abbiamo incontrato è il contenuto della fede: una compagnia, il cui significato, la cui consistenza è una cosa più grande di chi la compone, cioè Cristo. Fare credito, dunque, a questa compagnia; fare credito, credere se alicui, abbiamo studiato nella grammatica latina, «affidarci a», «darci a», cioè «appartenere», questo è ciò che ci definisce: siamo definiti da una appartenenza, l’appartenenza a Cristo,
che è astratta idea se non è dentro la modalità storica in cui l’abbiamo incontrato. La modalità storica fa ridere, ma senza di essa non Gli apparteniamo.
È una compagnia tra noi, quindi, «non come riparo dai colpi», come è stato detto stamattina argutamente, non quando paga, è stato detto altrettanto argutamente, ma come sostegno della mia posizione personale, come richiamo, alimento e correzione della mia posizione personale, cioè della mia fede, del mio riconoscere Cristo. Questa è, perciò, forse, la formula che dobbiamo perseguire
in questo primo pezzo di cammino che dobbiamo svolgere dopo questi mesi nuovi: «La vita non è più dell’ideale, la vita non può essere più dell’ideale, ma l’ideale è più della vita», secondo quanto è stato detto stamattina.
La vita è più dell’ideale quando le circostanze,tante circostanze, quelle che magari più premono individualmente, si sottraggono al giudizio e alla carica, all’attacco, dell’ideale: rifiutiamo il problema, la lotta e il problema; allora la vita diventa più dell’ideale e l’ideale si raccoglie in un angolo, come una nicchia a cui anche tributiamo incenso in certi momenti. Ma è l’ideale più della vita: «La tua grazia vale più della vita», come dice un Salmo che abbiamo ripetuto tante volte. Cioè: «La Tua presenza vale più della vita».
Arrivederci, auguri!

Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR 2007

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

La difficoltà come quella che hai accennato tu è il fenomeno che c’è in tutte le vite tutti i giorni, tutte le ore: perché se io vengo qui il giovedì, andar via alle otto
e un quarto mi rincresce. Se mi rincresce andar via, allora che significato ha? Ha un significato – come dire? – bellamente umano: mi rincresce andar via da una bella compagnia. Ma questo incomincia il problema, non lo risolve. Incomincia il problema: è da qui che si vede se uno è teso a essere responsabile, protagonista oppure a cedere e a lasciarsi andare, sopportare, subire, rassegnarsi nella vita! Benissimo: «Sono le otto e un quarto ed è giusto che io vada via perché mi aspettano altrove»; io alle otto e un quarto dico «Ciao» e vado, superando quello che, ultimamente, è giusto chiamare anche malinconia, tristezza. Ma basta che la tristezza non domini, basta che la reattività del nostro io a ciò che accade non sia la parola determinante. Il rassegnato è colui nel quale la reazione a ciò che accade determina il tutto: il tutto è schiavo della sua reazione. Ma siamo matti?!

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Non puoi dire “Ho finito”.

Non puoi dire “Ho finito”.

Questa diversità è grazia nel senso che ciò che l’altro è – e che ti appare e che tu scopri diverso – è un segno dell’Essere, è una partecipazione al Mistero. Come il Mistero, così tutto ciò che partecipa, che è visto partecipare al Mistero, è inesauribile; non puoi dire: «Ho finito». L’amicizia serve a ridestare e alimentare questa scoperta e questa ricerca. Nell’amicizia questa scoperta è sempre fresca e – è paradossale! – la tensione a conoscere e ad abbracciare, cioè la tensione a possedere, è sempre più grande, ma è sempre diversa: non è più il possesso operato da te, ma – non so come dire – è come qualcosa che ti rende più grande.
Per esempio, uno la sera ha il desiderio di sentir musica. Se prende un bel pezzo di Beethoven o di Schubert, questo desiderio si ingrandisce enormemente, si precisa e si ingrandisce. Dovrebbe limitarsi e invece no: fa diventar più grande e l’attesa e il desiderio; precisando la risposta li fa diventare più grandi, perché non si esauriscono nella risposta. Ciò che si esaurisce nella risposta, ciò che si esaurisce come risposta, ciò che si pone come risposta e si esaurisce in ciò con cui si pone, è fraudolento, inganna, è un’illusione.

Luigi Giussani, “Tu” (o dell’amicizia), BUR

Aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità.

Aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità.

Diane Arbus

La compagnia che ci facciamo non è per sostituire l’esperienza che ciascuno deve fare, ma per testimoniarcela l’un l’altro e sfidarci a farla. Ciascuno ha bisogno per sé di questa esperienza, non possiamo vivere soltanto dell’esperienza di un altro, perché sono io che devo fare l’esame di latino, sono io che devo stare davanti alla morosa, non è l’altro, non siamo noi tutti insieme. Davanti al dramma del vivere ci sono io. Per questo (..) “aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità, che elida la vostra fatica, che renda meccanica la vostra libertà“. (Luigi Giussani, Rimini 1982)

Julián Carrón, Milano, 18 giugno 2011

Che la tua vita, come ogni giornata, sia l’annuncio della Resurrezione.

Che la tua vita, come ogni giornata, sia l’annuncio della Resurrezione.


Mi narrerai ciò che hai visto, ciò che avrai udito; mi comunicherai ciò che avrai esperimentato. Poiché anch’io possa sforzarmi di più a sviluppare la mia vita sotto il tema di quella armonia. Ti porgo il mio augurio più fraterno, che ti prego estendere alla tua famiglia, in modo particolarissimo alla tua mamma – che sono proprio felice venga con te. Sarei anche tanto volentieri venuto a trovarti oggi: ma il lavoro è molto. L’augurio pasquale per te è sempre strettamente unito all’augurio dell’onomastico: non solo cronologicamente, ma soprattutto nel significato interiore. Che cosa di più magnifico che la tua vita, come ogni giornata, sia l’annuncio della Risurrezione, e da questo annuncio ogni istante e ogni sentimento ed ogni pensiero redento?

Ti abbraccio affettuosamente, don Luigi

Luigi Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, San Paolo 2007

Nell’esprimere una preferenza si apre e manifesta una profondità d’amore (Gesù pianse).

Nell’esprimere una preferenza si apre e manifesta una profondità d’amore (Gesù pianse).


Immaginiamo su quella lingua di spiaggia, in quell’ultima ombra che stava diventando sempre più chiara, quel gruppetto di uomini attoniti, di fronte ad un Uomo risorto, così vivo, così uomo, così tempestivo e presente nella loro realtà concreta. E quella umanità ci appare dai racconti dei Vangeli capace di un’affezione che se è per tutti non è però generica, anzi proprio nell’esprimere una preferenza si apre e manifesta una profondità d’amore. Molte volte gli evangelisti sottolineano queste predilezioni di Gesù, segni di un’umanità vera: dal giovane ricco di cui Marco nota: «Allora Gesù, fissando il suo sguardo su di lui, lo amò…» (Mc 10,21); a Lazzaro, di cui le sorelle diranno in un messaggio a Gesù: «Signore, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3), ed era così vero che Gesù, quando si trovò di fronte alla sua tomba, si commosse e si turbò, e l’evangelista Giovanni ci dice: «Gesù pianse. Esclamarono perciò i Giudei: “Guarda come lo amava!”» (Gv 11,35-36).

Luigi Giussani, Alla ricerca del volto umano, BUR