Soffia, spegnimi, sono così triste, non so perchè (Country House).

Soffia, spegnimi, sono così triste, non so perchè (Country House).

Copyright Heath Smith

Copyright Heath Smith

(And so the story begins)
City dweller, successful fella
Thought to himself
Oops I’ve got a lot of money
I’m caught in a rat race terminally
I’m a professional cynic
But my heart’s not in it
I’m paying the price of living life at the limit
Caught up in the century’s anxiety
It preys on him, he’s getting thin

Now he lives in a house, a very big house in the country
Watching afternoon repeats
And the food he eats in the country
He takes all manner of pills
And piles up analyst bills in the country
It’s like an animal farm,
Lots of rural charm in the country

Now he’s got morning glory, and life’s a different story
Everything going Jackanory
In touch with his own mortality
He’s reading Balzac, knocking back Prozac,
It’s a helping hand
That makes you feel wonderfully bland
Oh, it’s the century’s remedy for the faint at heart,
A new start

He lives in a house, a very big house in the country
He’s got a fog in his chest
So he needs a lot of rest in the country
He doesn’t drink smoke laugh
He takes herbal baths in the country
Oh, it’s like an animal farm
But you’ll come to no harm in the country

Blow blow me out I am so sad I don’t know why.

Blur, Country House
Traduzione

 

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Vaccate sacre.

Vaccate sacre.

Quando mi chiedono con quali criteri ho scelto gli artisti da segnalare a Sgarbi per la Biennale rispondo: il piacere. Gli interlocutori fanno sempre delle facce contrariate: il piacere non sta bene, se un’opera d’arte non fa soffrire non è contemporanea, pare. Sono bigotti hegeliani convinti non solo che lo Spirito del Tempo esiste, e fin qui, ma che davanti a esso bisogna obbligatoriamente
prostrarsi. Inutile discutere: lo Zeitgeist è un dogma. Potrebbe almeno essere uno Spirito benigno? No, nemmeno la sua natura sadica e sgradevole può essere oggetto di contestazione. Scrive Jean Clair in un prezioso volumetto intitolato “Breve storia dell’arte moderna” (Skira) che l’estetica del disgusto ha preso il posto dell’estetica del gusto: “Nella misura in cui i pubblici poteri sembrano incoraggiare queste manifestazioni che d’acchito risultano scioccanti, e trovarle quasi necessarie, sarei tentato di credermi in presenza dell’espressione di una nuova sacralità, ma una sacralità al contrario, negativa”. Mi viene in mente l’atteggiamento reverenziale di Letizia Moratti verso i bambini impiccati e i medi alzati, le vaccate sacre di Maurizio Cattelan. La recente confessione di François Pinault, padrone di Gucci e di Palazzo Grassi, toglie spazio ai dubbi residui: “L’arte è diventata la mia religione. Altri vanno in chiesa a pregare”. Certo, lui preferisce inginocchiarsi davanti ai feticci in decomposizione di Damien Hirst.

Camillo Langone

Io non ho un io.

Io non ho un io.

Si tratta pur sempre di un’intepretazione: in mancanza di un io, se ne interpretano alcuni, e dopo un po’ si interpreta meglio quello che ti aiuta a cavartela meglio. Se tu mi dicessi che ci sono delle persone, come l’uomo dell’ultimo piano al quale ora minacci di consegnarti, che hanno in realtà un forte senso di se stessi, dovrei dirti che stanno solo facendo la parte di persone con un forte senso di se stesse (..).

Tutto ciò che posso dirti con certezza è che io, per esempio, non un io, e che non voglio o non posso assoggettarmi alla buffonata di un io.

Philip Roth, La controvita, Einaudi

Poi è già domani e così non hai più da aspettarlo.

Ma ci voleva una stazione, ci volevano dei muri, anche se ormai si era lasciato andare al tremito e non avvertiva più il freddo. Di stazioni ce ne erano due ma non era mai andato a piedi né all’una né all’altra, e non riusciva a decidere né a ricordare quale fosse la più vicina quando d’un tratto si fermò, ricordando il mercato, pensando al caffè. “Caffè” disse. “Caffè. Una volta bevuto del caffè sarà domani. Sì. Una volta bevuto del caffè, poi è già domani e così non hai più da aspettarlo.”

W.Faulkner, Pilone, Adelphi

Consuma, e non distrugge.

In questa città, la fuga nella notte e lo stesso vizio non lasciano tracce, non sono cose capitali. Carte di un grande mazzo, fatto di migliaia e migliaia di figure, si mescolano e per quanto si intreccino non si incontrano mai in una sequenza conclusiva. Perché il vizioso è labile, percorre tutte le strade attorno al peccato, ma non si ferma mai a lungo in una sola stazione. Osserva in tranquillità quanti si agitano nei pressi, e vorrebbe offrire loro un po’ delle sue risorse. Anche lui è amaro e può odiare, ovviamente; ma non gli è necessario, come invece accade, sempre, a coloro che gridano contro il vizio. Il vizioso accetta gli altri, i quali pretendono di annullare la sua presenza, il suo respiro vitale, persino. Per questi il vizio deve essere cancellato dalle strade. Purtroppo, non lo conoscono, non ne hanno la minima idea; e questo rende tanto plateali quanto risibili le loro rumorose proteste. Pensieri così sono lontani dalla mia città. Essa è torpidamente rilassata, non ha veri vizi, non ne soffre e nemmeno ne prova la sorda invidia che è in qualche modo la porta da cui può entrare un minimo di grandezza. Si deve essere indulgenti con lei perché, come asseriscono, è una città antica? E invece è una città giovane, malamente giovane. Non ha sedimenti e non può avere orrori. Consuma, non distrugge; perché questo crimine si compia, occorre vi sia predisposizione, la quale non si concilia con la fatuità inespressiva. Occorre che il luogo abbia una memoria segreta e forte, un ricordo di sé, e questo è invece il vero assente. Dunque, pietà per le sue miserabili malefatte. Chi ha tentato di conquistarla, ha voluto sempre essere sguaiato, e questo ci accora. Egli ha approfittato della sua incapacità a nutrire vizi: non direi innocenza.

Angiolo Bandinelli, Il Foglio, 4 settembre 2010

Il dolore declina in spettacolo.

Un fremito sembra (..) scuotere gli astanti, sullo sfondo del quadro creato dalla telecamera: non è solo la cretineria che spinge genitori con i figli in braccio, agghindate matrone e sfaccendati ragazzotti a farsi riprendere. Sono agitati da un confuso sentimento, come se per sentirsi vivi bisognasse per forza apparire in tv, frequentare le plaghe della visibilità. Così sembra. Poi si scopre che mentre era in corso l’operazione del recupero, (..) alcuni abitanti della strada hanno affittato a fotografi e cameraman un posto sul balcone per riprendere meglio la scena.

Aldo Grasso, Corriere della Sera, 1 agosto 2010

Il meriggio degli idoli.

Maschera di Dioniso, Louvre

Lo stratagemma dei tempi d’apostasia è mascherare il paganesimo risorgente sotto la specie dell’evento artistico: una volta si chiamavano Baccanales, oggi li chiamano Loveparade e raves; una volta si chiamavano sacrifici agli déi ctoni, oggi li chiamano -per eufemismo- “incidenti” o “tragedie”. L’alcol serve in tali riti orgiastici come anestetico pre-olocaustico: con i sensi ottusi la folla si dirige allegramente al macello e non lo sospetta neppure. Secondo i filosofi dovremmo essere in pieno crepuscolo degli idoli e invece ci ritroviamo ancora immobili nel loro meriggio, cui guardacaso sempre s’accompagna una persecuzione anticristiana. Ci vorrebbe un nuovo Marco Porcio Catone o un nuovo Teodosio Magno per spazzare via questi culti nefasti dalla faccia dell’Europa e ristabilire così la pace civile. Purtroppo il titolo di Defensor pacis non sembra attrarre oggi molti candidati, piuttosto è spesso incautamente attribuito a ogni sorta di millantatore, falso profeta o meteora politicante.

Paolo Carcano, Varese (Il Foglio, HPC, 26 luglio 2010)