Il dolore ti fa spaventare di te stessa (è così umiliante).

Il dolore ti fa spaventare di te stessa (è così umiliante).

 

E’ che i dolori ti fanno sentire così sola-, e qui la forza d’animo tornò ad abbandonarla e la lasciò a singhiozzare nelle mani giunte- -e’ così umiliante.

-Non c’è nulla di umiliante.

-C’è, c’è, – pianse lei. – Non essere capaci di badare a se stessi, questo patetico bisogno di farsi consolare…

-Date le circostanze, non c’è proprio nulla di umiliante.

-Ti sbagli, tu non sai. La schiavitù, l’impotenza, l’isolamento, la paura…E’ tutto così orribile e vergognoso. Il dolore ti fa spaventare di te stessa. E’ orribile questa sua assoluta alterità.

Philip Roth, Everyman, Einaudi.

Gli unici momenti sconcertanti erano la sera (era destinato a morire).

Gli unici momenti sconcertanti erano la sera (era destinato a morire).

©P.B.

Gli unici momenti sconcertanti erano la sera, quando passeggiavano insieme sulla spiaggia. La nera marea che saliva con il suo rombo solenne e il cielo ricolmo di stelle mandavano in estasi Phoebe, ma spaventavano lui. La profusione di stelle gli diceva senza ambiguità ch era destinato a morire, e il rombo del mare ad appena qualche metro di distanza – e l’incubo del buio più buio che esista sotto la turbolenza dell’acqua, – gli faceva venir voglia di sottrarsi alla minaccia dell’oblio con la figa nella loro casa semivuota, accogliente e illuminata.

Philip Roth, Everyman, Einaudi

Per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti (lei si innamora dei pazienti).

Per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti (lei si innamora dei pazienti).

«Alla fine degli anni Sessanta andai a specializzarmi in cardiochirurgia negli Stati Uniti. In reparto mi rimproveravano: “Lei si innamora dei pazienti, li va a trovare troppo di frequente e si interessa di cose che non c’entrano con la terapia: i dottori sono tecnici, per tutto il resto ci sono gli psicologi e i preti”. Decisero di mandarmi a lavorare in rianimazione, “così può attaccarsi a loro finché vuole”… ecco, stare dove la vita è ridotta a un filo sottile è traumatico ma può insegnare parecchie cose a un dottore. C’è anche dell’altro, però».

Che cosa?
«In questi ultimi anni la figura del Cristo è diventata per me fondamentale: è il pensiero della sua fine in croce a rendermi impossibile anche solo l’idea di aiutare qualcuno a morire. Se il Nazareno tornasse ci prenderebbe a sberle tutti quanti. Ce lo meritiamo, eccome, però avremmo così tanto bisogno di una sua carezza».

Enzo Jannacci, 6 febbraio 2009

Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni (la speranza non delude).

Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni (la speranza non delude).

E non soltanto questo: noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza. La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato.

San Paolo, Lettera ai Romani, 5.

Fare i conti con la realtà significa accettare di non sapere, di non capire, di aver bisogno di imparare da quello che accade.

Fare i conti con la realtà significa accettare di non sapere, di non capire, di aver bisogno di imparare da quello che accade.

©P.B.

(…) Nessuno ha idea di cosa ci aspetta nel futuro anche prossimo. Fare i conti con la realtà, come don Julián Carrón ha detto e ripetuto, per me adesso significa accettare di non sapere, di non capire, di aver bisogno di imparare da quello che accade.

Anch’io, come molti hanno iniziato a fare in questi giorni, sto cercando di fissare ciò che imparo. Ad esempio, è cambiato il suono delle parole. Di quelle che già conoscevo e di quelle che sto sentendo in questi giorni.

Parole che mi ritrovo a scrivere spesso, come “persona unica e irripetibile”, oggi mi muovono dentro e mi fanno supplicare che nessun malato venga lasciato senza respiratore. E se, come mi è capitato poche sere fa, sento un medico impegnato in trincea non limitarsi a dire: “è il mio dovere”, ma anche aggiungere: “ho fatto questo lavoro perché voglio bene alle persone, i miei pazienti sono come miei fratelli”, allora capisco quanta strada ho ancora da fare.

A proposito di parole, quante polemiche appaiono pretestuose. Non perché non si debbano muovere critiche, ma perché non è più possibile fare sconti alla superficialità, alla mancanza di argomentazione, alla slealtà, allo stare senza serietà “sul pezzo”. E infatti il tono di quelli che la sanno lunga sono più fastidiosi del solito. Parole come “senso civico”, “rispetto”, “istituzioni”, in questo momento hanno improvvisamente perso il loro accento retorico. E non me lo sarei aspettato.

Come non mi sarei mai aspettato che l’isolamento potesse diventare una forma particolare di socialità; che così in tanti, obbligati a guardare in faccia se stessi, avrebbero potuto scoprire gli altri; che in molti potessero sperimentare una forma di libertà diversa da quella che conoscevano e che non è limitata dalla responsabilità. Soprattutto non mi aspettavo che così tanti oggi fossero disponibili a dare la vita, il tempo, i soldi per altri.

Tutti ci stiamo chiedendo se questa situazione ci renderà delle persone migliori. Io non so rispondere. So solo che per risollevarci dal disastro, il nostro cambiamento personale e quello nei rapporti umani è una strada obbligata.

Giorgio Vittadini, http://www.ilsussidiario.net

Aderire all’unico segno attraverso cui seguire l’ignoto.

Aderire all’unico segno attraverso cui seguire l’ignoto.

©P.B.

Ma “la ragione non tollera, impaziente, di aderire all’unico segno attraverso cui seguire

l’Ignoto, segno così ottuso, così cupo, così non trasparente, così apparentemente casuale, come

è il susseguirsi delle circostanze: è come sentirsi in balia di un fiume che ti trascina in qua e in là

In queste settimane ciascuno potrà vedere quale posizione prevale in sé: se una disponibilità ad aderire al segno del Mistero,

a seguire la provocazione della realtà, oppure il lasciarsi trascinare da qualunque “soluzione”, proposta, spiegazione, pur di

distrarsi da quella provocazione, evitare quella vertigine.

Ciascuno di noi potrà poi verificare la reale consistenza delle “soluzioni” in cui ha cercato rifugio.

Julián Carrón, Lettera alla Fraternità di Comunione e Liberazione, marzo 2020

Le fabbriche incendiate ululano per il cupo avvio dei treni (Periferia)

Le fabbriche incendiate ululano per il cupo avvio dei treni (Periferia)

 

 

Sento l’antico spasimo
– è la terra
che sotto coperte di gelo
solleva le sue braccia nere –
e ho paura
dei tuoi passi fangosi, cara vita,
che mi cammini a fianco, mi conduci
vicino a vecchi dai lunghi mantelli,
a ragazzi
veloci in groppa a opache biciclette,
a donne,
che nello scialle si premono i seni –

E già sentiamo
a bordo di betulle spaesate
il fumo dei comignoli morire
roseo sui pantani.

Nel tramonto le fabbriche incendiate
ululano per il cupo avvio dei treni…

Ma pezzo muto di carne io ti seguo
e ho paura –
pezzo di carne che la primavera
percorre con ridenti dolori.