Con la stessa speranza, disincanto e senso dei paragoni.

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(..) Prati verdi in cui tenersi per mano, tramonti, poesie, sguardi, affinità elettive, senso dell’umorismo, il desiderio femminile non può spingersi oltre, se si vogliono poi scrivere le memorie di una ragazza perbene, e la femminista Naomi Wolf in “Vagina”, che dovrebbe essere un saggio liberatorio, scrive che un modo invincibile per suscitare il desiderio in una donna è guardarla negli occhi al mattino, raccogliere il bucato la sera, avviare la lavatrice, portarle dei fiori. Non fa accenno all’attrazione fisica, alla possibilità che Samantha di “Sex and the City” avesse qualche motivo per essere felice guardando il vicino di casa italiano sotto la doccia. La camicia aperta sul petto, insomma, è puro oggetto di scherno e, a meno di essere lettrici di Playgirl, inconfessabile motivo di attrazione. L’uomo-oggetto va circondato di premure, va giustificato con l’intelligenza, l’ironia, il romanticismo. Per non metterlo in difficoltà, meglio che non sappia mai che le donne lo guardano con la stessa speranza, disincanto e senso dei paragoni con cui lui guarda Jennifer Lawrence.
Annalena Benini

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Qualcosa che le donne naturalmente sanno.

Qualcosa che le donne naturalmente sanno.

The legs

(..) quelle gambe piegate di lato su un letto (che starà facendo la loro proprietaria? Dorme? Legge?), ferme e dritte sul tacco comodo con la valigia accanto (imbarco all’aeroporto? Viaggio di lavoro, fuga passionale?),
accavallate su una poltrona, interrogative, impegnate in un colloquio forse
solitario, oppure appoggiate a una parete, alte sopra la gonna e offerte, più ancora che esibite, squarciano infatti un velo, mostrano qualcosa che le donne naturalmente sanno e gli uomini quasi mai e che di rado intuiscono.

Fabiana Giacomotti, Il Foglio, 5 gennaio 2013.

Una scelta eccentrica.

Una scelta eccentrica.

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La predilezione per le gambe femminili è una scelta eccentrica, una di quelle
prese di posizione per così dire mature che lasciano le donne interdette, abituate
come sono a osservare con una sorta di divertito, condiscendente disprezzo lo sguardo maschile, goloso e bamboccione, appuntato sul seno o sul culo.

Fabiana Giacomotti, Il Foglio, 5 gennaio.

La natura dell’uomo è rapporto con l’Infinito (#Meeting 2012).

La natura dell’uomo è rapporto con l’Infinito (#Meeting 2012).

Infatti, a mio avviso, solo due tipi di uomini salvano interamente la statura dell’es-sere umano: l’anarchico e l’autenticamente religioso. La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito: l’anarchico è l’affermazione di sé all’infinito e l’uomo autenticamente religioso è l’accettazione dell’infinito come significato di sé.

Luigi Giussani, Il senso religioso, BUR

Caldo di un’umanità ironica.

Caldo di un’umanità ironica.

Copyright Lorenzo Cavalieri

(..) Oberdan gongolava, e subito si creò un rapporto scapigliato tra il giovanotto e il bambino.

Tanto che quest’ultimo, quasi presago che da quell’adorabile e lucidissimo “pazzo” tra poco avrebbe recepito rivelazioni fondamentali; quasi geloso dello spazio circostante che avrebbe potuto carpire segreti di cui pretendeva l’esclusiva, avanzò una proposta logistica: suggerì cioè a fausto di raccattare uno sgabellino di quelli situati sotto la quercia (secolare), di attraversare la bianca striscia carrozzabile -“terra nullius”- e di appostarsi, a cavallo dello sgabellino, davanti al cancelletto inchiavardato della casetta rosa.

Da parte sua, Oberdan afferrò una seggiolina impagliata della cucina e – scese le scale a precipizio – si piazzò, cavalcando la seggiolina alla rovescia, di qua dalle sbarre.

Tutt’intorno il silenzio della notte, di una tiepida notte d’estate, odorosa di Carso. La faccia di Fausto, nel taglio di luce creato dal lampione stradale, simpatica. Lo sguardo acuto ma mai insinuante, anzi dignitosamente distaccato. Ma anche caldo di un’umanità ironica.

Lelio Luttazzi, L’erotismo di Oberdan Baciro, Einaudi

L’arma invincibile, il desiderio.

L’arma invincibile, il desiderio.

(…) “Sorprendimi, non credermi, prendimi”, supplicano le isteriche, ma le bad vanno oltre; in loro si sente un dolore molto forte che le porta a farsi male, un male che soffochi quel dolore insopportabile. Tutte le volte che lo Svedese di Roth non riesce a intervenire con la figlia, si trova poi in gironi inferi sempre più profondi da cui non riesce a farla riemergere, e a sua volta affonda. Il tenero Ricardito della “Niña mala”, implacabile romanzo di Vargas Llosa, fa un giro ulteriore, perché l’uomo non solo lascia andare la sua amata, ma la spinge
ad andarsene per poi dire: “Ho commesso un errore”, salvo non voler sapere di
quale errore si tratti. E’ come se dovesse riazzerare ogni volta la storia, come se fosse sempre la stessa scena che si ripete. Manda la niña per il mondo a procacciargli uomini di cui essere geloso; si sente sempre più inetto quanto più costoro sono gangster, e la donna acquista sempre più valore quanto più ne è l’oggetto erotico. A forza di mentirsi, di non ascoltarsi, lui e lei diventano due cretini, la scena sempre più patetica man mano che aumenta la posta, e il destino preme che si arrivi a un finale, perché il romanzo sbuffa, la penna è stanca. Non è una guerra all’ultimo sangue come quella dei Roses, ma una guerriglia che si trascina all’infinito, senza un vinto e un vincitore; la guerriglia non la si fa per vincere ma per mantenere lo stallo, una relazione stabile e insieme spettrale e barcollante come une danse macabre. Lui non passa all’attacco, non estrae l’arma invincibile, il desiderio; lei capisce che lui è il peggiore di tutti e per questo le piace e sempre ritorna. Dannazione, donne, non c’è modo di togliervi di torno! E’ che quando c’è una sottrazione, c’è sempre un’attrazione. La bad girl fugge con altri, ma poi torna a lui. Deve mostrargli le proprie conquiste, dedicargliele. E’ quel che faceva una celebre primadonna, Don Giovanni,
che conquistava le ragazze solo per sacrificarle sull’altare del Padre, quel Convitato di pietra che alla fine si decide ad andare a trovarlo. E che abbraccio tra i due, che piacere, alfine!

Umberto Silva, Il Foglio, 3 marzo 2012

Un uomo che davvero desidera forza le colonne d’Ercole del destino e si addentra nell’ignoto.

Un uomo che davvero desidera forza le colonne d’Ercole del destino e si addentra nell’ignoto.

(..) Introduciamo il periglioso tema con un sonante annuncio: dietro una donna cattiva c’è sempre un uomo cretino. Non un cretino integrale ma un cretino amoroso, un giovanotto incerto che magari poi diverrà un grande, come nel caso di Somerset Maugham che nel celebre romanzo “Schiavo d’amore” narra – con ampi riferimenti autobiografici – la storia di un medico alle prime armi innamorato pazzo di una sadica cameriera. Mille volte cercherà di lasciarla, lei che forse non è sadica ma semplicemente non lo desidera, come in fondo lui non la desidera, perché un uomo che davvero desidera non fa il servo della serva, non si riduce a supplicare sulla soglia ma forza le colonne d’Ercole del destino e si addentra nell’ignoto. L’aspirante dottorino di Maugham non osa, temporeggia
e si lamenta, mai la lascerebbe se non fosse sempre Mildred a piantarlo nei modi
più umilianti, fuggendo con un suo amico, concedendosi a tutti per denaro, beccandosi quella sifilide che nel film omonimo diventa una più casta tubercolosi. Solo allora il dottorino – nel film interpretato dal solito esangue Leslie Howard, l’eterno perseguitato dalle bad girl e in “Via col vento” da una delle più temibili, Rossella O’Hara – lascia andare l’indemoniata, anche
se ogni volta che passeggia per le vie di Londra temerà, spererà, d’incontrarla,
imbellettata e volgare più che mai, lo sguardo duro e, per lui, la solita smorfia di
disprezzo. Intanto si rassegna a un’angelica signorina, una good girl. Ma è il finale posticcio di un capolavoro, una soluzione ridicola, tanto più che sappiamo come davvero svoltò la vita di Maugham: dapprima l’americano Axton facente funzioni di assistente, poi Alan Searle, camuffato da maggiordomo ma anch’egli padrone del suo cuore.

Umberto Silva, Il Foglio, 3 marzo 2012