Quando sarai vecchio un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai.

El Greco, San Pietro Apostolo

Quand’ebbero fatto colazione, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami più di questi?» Egli rispose: «Sì, Signore, tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci i miei agnelli». Gli disse di nuovo, una seconda volta: «Simone di Giovanni, mi ami?» Egli rispose: «Sì, Signore; tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore». Gli disse la terza volta: «Simone di Giovanni, mi vuoi bene?» Pietro fu rattristato che egli avesse detto la terza volta: «Mi vuoi bene?» E gli rispose: «Signore, tu sai ogni cosa; tu sai che ti voglio bene». Gesù gli disse: «Pasci le mie pecore. In verità, in verità ti dico: quand’eri più giovane, ti cingevi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio, stenderai le tue mani e un altro ti cingerà e ti condurrà dove tu non vorrai». Disse questo per indicare con quale morte avrebbe glorificato Dio. E dopo aver parlato così, gli disse: «Seguimi».

Giovanni, 21, 15-25

22 maggio, Santa Rita

Santa Rita da Cascia

S. Rita è un modello di donna adatto per i tempi duri. I suoi furono giorni di un secolo tragico per le lotte fratricide, le pestilenze, le carestie, con gli eserciti di ventura che invadevano di continuo l’Italia e anche se nella bella Valnerina questi eserciti non passarono, nondimeno la fame era presente.

Poi la violenza delle faide locali aggredì l’esistenza di Rita Lottius, distruggendo quello che si era costruito; ma lei non si abbatté, non passò il resto dei suoi giorni a piangere, ma ebbe il coraggio di lottare, per fermare la vendetta e scegliere la pace. Venne circondata subito di una buona fama, la gente di Roccaporena la cercava come popolare giudice di pace, in quel covo di vipere che erano i Comuni medioevali. Esempio fulgido di un ruolo determinante ed attivo della donna, nel campo sociale, della pace, della giustizia.

Antonio Borrelli, in http://www.santiebeati.it

Santa Rita da Cascia

Beato Roberto Watkinson (20 aprile)

San Giorgio e il drago

Roberto Watkinson nacque il 25 dicembre 1579 da genitori cattolici a Hemingborough nella contea di York; studiò a Castleford e poi a Londra e Richmond.

A seguito della persecuzione contro i cattolici, scatenata dalla sanguinaria regina Elisabetta I, lasciò l’Inghilterra nel 1598 e si recò a Douai in Francia, nel Collegio Inglese, dove si preparavano al sacerdozio i futuri sacerdoti inglesi.

Venne ammesso l’11 ottobre 1598 e da lì il 12 settembre 1599 fu inviato al Collegio Inglese di Roma, ma per recuperare il suo cagionevole stato di salute, ritornò a Douai il 15 ottobre 1601.

Venne ordinato sacerdote ad Arras il 25 marzo 1602 e il 3 aprile seguente inviato in Inghilterra come missionario; purtroppo non ebbe la possibilità di esercitare il suo ministero, perché il 15 dello stesso mese di aprile fu arrestato a seguito della vile denunzia di un ex studente di Douai, che aveva conosciuto in Francia.

Quale sacerdote ordinato all’estero e rientrato clandestinamente in Inghilterra, padre Roberto Watkinson fu immediatamente processato e condannato a morte, pena che fu eseguita mediante impiccagione nel famigerato Tyburn di Londra il 20 aprile 1602, insieme al gesuita Francesco Page.

Il ventiduenne sacerdote concluse con il martirio la sua giovane vita, che già da alcuni anni aveva conosciuto le sofferenze delle malattie nel suo corpo; si narra che il giorno precedente il suo arresto, mentre camminava per le strade di Londra con un amico cattolico, gli si avvicinò un vecchio, che dopo averlo salutato nel nome del Signore, gli disse: “Sembrate afflitto da molte infermità, ma fatevi coraggio, perché tra quattro giorni tutto sarà passato”.

Fu beatificato insieme ad altri 106 martiri di quel periodo, il 15 dicembre 1929 da papa Pio XI.

Santa Matilde (14 marzo)

Santa Matilde (14 marzo)

Santa Matilde discendente del duca Viduchindo, che aveva guidato i sassoni nella loro lunga battaglia contro Carlo Magno, nacque verso l’895 presso Engern in Sassonia da Teodorico, un conte della Westfalia, e da Rainilde, originaria della real casa danese. Ben presto Matilde fu affidata alle cure della nonna paterna, badessa di Herford, sotto la cui guida crebbe sana e forte, divenendo una donna bella, istruita e devota. Felice si rivelò il matrimonio con il figlio del duca Ottone di Sassonia, Enrico, detto “l’uccellatore” per la sua passione nella caccia del falco. Subito dopo la nascita del loro primogenito Ottone, Enrico succedette al padre e verso il 919, quando re Corrado di Germania morì senza prole, ereditò anche il trono tedesco.

A causa delle frequenti guerre Enrico si allontanava spesso da casa e sia lui che i suoi sudditi attribuivano le vittorie conseguite alle preghiere ed al coraggio della regina Matilde, che nel suo palazzo conduceva a tutti gli effetti una vita monacale, generosa e caritatevole verso tutti. Suo marito nutriva nei suoi confronti una cieca fiducia e difficilmente si prendeva la briga di controllare le sue elemosine o si risentiva per le sue pratiche religiose. Nel 936, rimasta vedova, Matilde si spogliò immediatamente di tutti i suoi gioielli rinunciando ai privilegi tipici del suo rango. (..)

La regina Matilde conduceva una vita assai austera ed a causa delle sue ingenti elemosine si attirò le ire dei figli: Ottone la accusò infatti di sperperare il tesoro delal corona, le richiese un rendiconto delle sue spese e la fece spiare per tenere sotto controllo ogni suo movimento, ma con suo grande dolore anche il figlio favorito Enrico si schierò con il fratello appoggiando la proposta di far entrare la madre in convento onde evitare ulteriori danni al patrimonio familiare. Matilde sopportò con estrema pazienza tuttò ciò, constatando amaramente come i suoi figli si fossero riappacificati solo per perseguire i loro interessi a suo discapito. Lasciò allora tutta la sua eredità ai figli e si ritirò nella residenza di campagna ove era nata. (..)

Fabio Arduino



Santo Stefano Protomartire

Santo Stefano


La celebrazione liturgica di S. Stefano è stata da sempre fissata al 26 dicembre, subito dopo il Natale, perché nei giorni seguenti alla manifestazione del Figlio di Dio, furono posti i “comites Christi”, cioè i più vicini nel suo percorso terreno e primi a renderne testimonianza con il martirio.

Così al 26 dicembre c’è s. Stefano primo martire della cristianità, segue al 27 s. Giovanni Evangelista, il prediletto da Gesù, autore del Vangelo dell’amore, poi il 28 i ss. Innocenti, bambini uccisi da Erode con la speranza di eliminare anche il Bambino di Betlemme; secoli addietro anche la celebrazione di s. Pietro e s. Paolo apostoli, capitava nella settimana dopo il Natale, venendo poi trasferita al 29 giugno.

Del grande e veneratissimo martire s. Stefano, si ignora la provenienza, si suppone che fosse greco, in quel tempo Gerusalemme era un crocevia di tante popolazioni, con lingue, costumi e religioni diverse; il nome Stefano in greco ha il significato di “coronato”.

Si è pensato anche che fosse un ebreo educato nella cultura ellenistica; certamente fu uno dei primi giudei a diventare cristiani e che prese a seguire gli Apostoli e visto la sua cultura, saggezza e fede genuina, divenne anche il primo dei diaconi di Gerusalemme.

Gli Atti degli Apostoli, ai capitoli 6 e 7 narrano gli ultimi suoi giorni; qualche tempo dopo la Pentecoste, il numero dei discepoli andò sempre più aumentando e sorsero anche dei dissidi fra gli ebrei di lingua greca e quelli di lingua ebraica, perché secondo i primi, nell’assistenza quotidiana, le loro vedove venivano trascurate.

Allora i dodici Apostoli, riunirono i discepoli dicendo loro che non era giusto che essi disperdessero il loro tempo nel “servizio delle mense”, trascurando così la predicazione della Parola di Dio e la preghiera, pertanto questo compito doveva essere affidato ad un gruppo di sette di loro, così gli Apostoli potevano dedicarsi di più alla preghiera e al ministero.

La proposta fu accettata e vennero eletti, Stefano uomo pieno di fede e Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmenas, Nicola di Antiochia; a tutti, gli Apostoli imposero le mani; la Chiesa ha visto in questo atto l’istituzione del ministero diaconale.

Nell’espletamento di questo compito, Stefano pieno di grazie e di fortezza, compiva grandi prodigi tra il popolo, non limitandosi al lavoro amministrativo ma attivo anche nella predicazione, soprattutto fra gli ebrei della diaspora, che passavano per la città santa di Gerusalemme e che egli convertiva alla fede in Gesù crocifisso e risorto.

Nel 33 o 34 ca., gli ebrei ellenistici vedendo il gran numero di convertiti, sobillarono il popolo e accusarono Stefano di “pronunziare espressioni blasfeme contro Mosè e contro Dio”.

Gli anziani e gli scribi lo catturarono trascinandolo davanti al Sinedrio e con falsi testimoni fu accusato: “Costui non cessa di proferire parole contro questo luogo sacro e contro la legge. Lo abbiamo udito dichiarare che Gesù il Nazareno, distruggerà questo luogo e cambierà le usanze che Mosè ci ha tramandato”.

E alla domanda del Sommo Sacerdote “Le cose stanno proprio così?”, il diacono Stefano pronunziò un lungo discorso, il più lungo degli ‘Atti degli Apostoli’, in cui ripercorse la Sacra Scrittura dove si testimoniava che il Signore aveva preparato per mezzo dei patriarchi e profeti, l’avvento del Giusto, ma gli Ebrei avevano risposto sempre con durezza di cuore.

Rivolto direttamente ai sacerdoti del Sinedrio concluse: “O gente testarda e pagana nel cuore e negli orecchi, voi sempre opponete resistenza allo Spirito Santo; come i vostri padri, così anche voi. Quale dei profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Essi uccisero quelli che preannunciavano la venuta del Giusto, del quale voi ora siete divenuti traditori e uccisori; voi che avete ricevuto la Legge per mano degli angeli e non l’avete osservata”.

Mentre l’odio e il rancore dei presenti aumentava contro di lui, Stefano ispirato dallo Spirito, alzò gli occhi al cielo e disse: “Ecco, io contemplo i cieli aperti e il Figlio dell’uomo, che sta alla destra di Dio”.

Fu il colmo, elevando grida altissime e turandosi gli orecchi, i presenti si scagliarono su di lui e a strattoni lo trascinarono fuori dalle mura della città e presero a lapidarlo con pietre, i loro mantelli furono deposti ai piedi di un giovane di nome Saulo (il futuro Apostolo delle Genti, s. Paolo), che assisteva all’esecuzione.

In realtà non fu un’esecuzione, in quanto il Sinedrio non aveva la facoltà di emettere condanne a morte, ma non fu in grado nemmeno di emettere una sentenza in quanto Stefano fu trascinato fuori dal furore del popolo, quindi si trattò di un linciaggio incontrollato.

Mentre il giovane diacono protomartire crollava insanguinato sotto i colpi degli sfrenati aguzzini, pregava e diceva: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”, “Signore non imputare loro questo peccato”.

(dal sito santiebeati)

Santa Lucia

Santa Lucia

Santa Lucia è venerata in modo particolare a Forlì.

Una chiesa a lei dedicata è collocata in Corso della Repubblica, la via che da Piazza Saffi conduce al Piazzale della Vittoria e che il giorno 13 dicembre di ogni anno viene letteralmente occupata dalle bancarelle guarnite da montagne di torrone. All’inizio del 900 esse offrivano solamente castagne secche, ciambelline e piadina dolcificata ed erano la meta dei contadini che affluivano dalle campagne di San Martino in Strada al Ronco, da Pievequinta, da San Giorgio e da paesini ancora più lontani.

Chiesa di Santa Lucia, Forlì, interno.

Scrive Carla Stagnani nel suo libro intitolato Sui sentieri della tradizione: “Le castagne dovevano essere portate dal garzone all’amante per poi essere mangiate insieme. Dovevano essere abbondanti, per soddisfare anche la famiglia della fanciulla, anzi, ne dovevano rimanere, altrimenti il ragazzo sarebbe stato tacciato come “avaro”, un “innamorato da poco”.

Le ragazze a loro volta regalavano all’amico del cuore una piadina dolce. Infine, in contraccambio, Lui a Natale avrebbe donato a Lei del pan pepato, possibilmente di quello che veniva confezionato a Siena. Fino a quando ho vissuto io a Forlì, ed anche dopo, l’usanza che ho appreso, e tramandato, era quella di regalare il torrone alle ragazze: o meglio, alla ragazza, quella per eccellenza. Il dono alla propria donna: non ho mai smesso di farlo fino a 3 anni fa. Numerose le credenze legate a Santa Lucia. Prime di tutte quella riguardante la notte della vigilia del martirio. Infatti, essendo ritenuta la più lunga dell’anno, le giovani avrebbero avuto il tempo di confezionarsi una camicia. Ecco quindi il perché di questo detto:

Par Santa Lòzia un cul d’gocia

Per Santa Lucia/ una cruna d’ago

volendo anche significare che i giorni incominciavano a crescere, ma di pochissimo, quanto una cruna d’ago.

Il 13 dicembre si facevano anche le osservazioni meteorologiche per tutto l’anno, seguendo le variazioni climatiche dei dodici giorni che separavano tale data dal Natale; inoltrequel giorno i contadini non lavoravano coi buoi ritenendolo un peccato: questa credenza si riallaccia ai giorni sacrificali dell’antica Roma.

Due proverbi:

È dè d’Santa Luzì è dé é cor vi

Per Santa Lucia il giorno corre via

Per Sènta Luzia l’imbienca la via

Per Santa Lucia si imbianca la via

6 dicembre: Santi Dionisia, Dativa, Leonzia, Emilio, Terzo e Bonifacio.

Lo storico della persecuzione vandalica in Africa, il vescovo Vittore di Vita, che scriveva sulla fine del sec. V, informa che sotto il re ariano Unnerico molti cristiani dell’Africa proconsolare ebbero a soffrire, per la fede nella S.ma Trinità, atroci tormenti. Erano prese di mira specialmente le donne appartenenti alla nobiltà, che venivano denudate e fustigate in pubblico fino a farle morire dissanguate. A tale genere di supplizio, perché nobile e particolarmente bella, fu sottoposta Dionisia, conterranea di Vittore. Pur tra i tormenti, ella trovò la forza d’incoraggiare al martirio i compagni di fede presenti: l’unico figlioletto suo, Maiorico, a cui poté dare sepoltura con le sue stesse mani, la propria sorella Dativa, e Leonzia, figlia di Germano, vescovo di Perada o Paradana. Ad essi si aggiunsero il venerabile medico Emilio o Emelio (Emiliano, in Usuardo), cognato di Dativa, il cui supplizio Vittore preferisce non descrivere; Terzo, uomo religioso della Byzacena, e Bonifacio Sibidense, che va identifieato probabilmente coll’omonimo vescovo di Sicilibba, a cui furono estratte le viscere.

A questi martiri gli antichi calendari ne associarono altri due che subirono l’estremo supplizio nella medesima persecuzione e nella stessa provincia. Nella città di Tuburbium maggiore (Tuburbin), già celebre per altri martiri ricordati nel Calendario cartaginese al 30 luglio, il nobile e generoso Servo o Servio (che sotto Genserico aveva sofferto per non aver voluto svelare il segreto di un amico), duramente colpito con bastoni, fu levato in alto per mezzo di carrucole e più volte lasciato cadere violentemente al suolo. Nella città Colusitana o Culcitanense (Culsitanum), la più feconda di martiri, la matrona Vittoria o Vittrice subì il martirio imperterrita senza dar ascolto alle preghiere del marito e senza lasciarsi commuovere dalle lacrime dei figli.

Il loro culto è menzionato nei martirologi di diverse Chiese antiche e in quelli di Adone, Floro e Usuardo. Il loro ricordo è attestato nel Leggendario del convento dei Canonici Regolari di Boddeken in Westfalia attraverso un cod. del sec. XIV della Biblioteca Teodoriana di Paderborn. Il Martirologio Romano li commemora il 6 dicembre, ad eccezione di Servo, ricordato nel giorno seguente e di Vittoria che sfuggì ai suoi redattori.

Emiliano ebbe nel tardo Medioevo culto particolare in Napoli, ove sue reliquie sarebbero state portate dagli esuli africani; sulla fine del sec. XIV il sodalizio dei farmacisti, che lo scelsero a loro patrono con s. Pellegrino, eresse un tempietto in suo onore.

da http://www.santiebeati.it

Pregare per grandi cose: chiedere di cambiare l’Inghilterra.

St.Aloysius, Oxford

St.Aloysius, Oxford

Consapevole forse che sui resti di santa Teresina si combatteva ben altra battaglia, nel suo sermone il priore di St Aloysius ha esortato i fedeli a non chiedere a Dio piccoli favori privati ma ad avere il coraggio di pregarlo per grandi cose, per cambiare l’Inghilterra.
Avrebbe potuto dare l’esempio chiedendogli che il suo sottoposto usasse meglio il megafono di cui era dotato. “Thank you so much for waiting” è la frase perfettamente inutile che ci si sente rivolgere anche quando si aspetta per ore una capricciosa da Pizza Express; dà l’idea che per gli inglesi l’importante sia stare in fila, senza considerare se dietro gli ombrelli si intraveda la monumentale chiesa dal cui pulpito tuonava il cardinale Newman oppure il capolinea del 15.
In Inghilterra un prete col megafono dovrebbe dire ben altro: dovrebbe far lanciare la teiera gigante contro le pubblicità dei pub che per Natale organizzano generici “party di stagione”, aizzare la folla a usare i preservativi come fionde, far prendere a ombrellate Simon Jenkins finché non ricorda che l’università di Oxford, la sua alma mater, ha per motto “Dominus illuminatio mea”.

Antonio Gurrado, Il Foglio, 13 ottobre 2009