Il bello è solo l’inizio del tremendo.

Il bello è solo l’inizio del tremendo.

klimtmilano12-590x398

Chi mai, s’io grido, m’udrà dalle schiere celesti?
E d’improvviso un angelo contro il suo cuore m’afferri,
io svanirei di quel soffio più forte. Ché il bello
è solo l’inizio del tremendo, che noi sopportiamo
ancora ammirati perché sicuro disdegna
di sgretolarci. Sono gli angeli tutti tremendi.

Rainer Maria Rilke, Elegie duinesi

All’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

All’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

gustav-klimt-painting2

 

E questo più umano amore (che si compirà infinitamente attento e sommesso, e buono e chiaro nel legare e nello sciogliere) somiglierà a quello che noi con lotta faticosa prepariamo, all’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi

Vinto da smarrimento, si lasciò svanire in lui (Leda).

Vinto da smarrimento si lasciò svanire in lui (Leda).

ledamich

Quando il dio nel suo tormento entrò nel cigno

quasi rabbrividì nel trovarlo così bello;

vinto da smarrimento, si lasciò svanire in lui.

Ma già quell’inganno lo spingeva ad agire

 

prima ancora d’aver saggiato i sensi

dell’essere incorrotto. E lei ormai dischiusa

nel cigno riconobbe il dio che le giungeva

e seppe: voleva quel che lei,

 

turbata nello sforzo di resistergli,

più non potè celare. Discese e sinuoso

contro la mano sempre più debole

 

il dio si abbandonò nella sua Amata.

E solo allora gioì delle sue piume

e nel suo grembo divenne vero cigno.

 

Rainer Maria Rilke, Poesie, Passigli

Oh sorriso, verso dove?

Oh sorriso, verso dove?

147442625

(…) Perché noi, ove affetto ci prende, dileguiamo; ah, noi

espiriamo noi stessi, e via; di brace in brace

manda il legno di noi sempre più debole odore.

Uno potrebbe dirci: sì, tu mi vieni nel sangue

questa stanza, la primavera, si riempie di te…

Che serve, non ci può trattenere, noi scompariamo

in lui e attorno a lui. E loro, le belle, oh,

chi le trattiene? Senza cessare s’alza quella luce

sul loro volto e va via. Come rugiada

dall’erba di mattina si leva il Nostro da noi,

come il calore da un cibo bollente. Oh sorriso, verso dove?

 

 

 

La regola dell’economia paterna è una sola: non risparmiarsi mai.

La regola dell’economia paterna è una sola: non risparmiarsi mai.

Tre sono i mestieri che Freud dichiarò impossibili, uno di questi è l’educatore, il secondo è il mestiere di padre. Che David Cameron se ne esca dicendo che i genitori che abbandonano i figli sono come ubriachi al volante, è educativo quanto inane. Chamfort potrebbe rispondergli che l’amore è un rasoio nelle mani di un cieco: certi genitori non mollano i figli per un secondo credendo di raddrizzarli, in realtà li stanno selvaggiamente amputando. La paternità non è una professione ma un’arte. Non dal sapere origina ma dal Dio che sta in ciascuno di noi, e nel mistero la paternità esiste, un mistero cui occorre a ogni istante porgere orecchio, mistero a momenti gaudioso in altri doloroso ma sempre glorioso. Mistero ma anche incessante epifania che ciascun padre ha modo di esperire. Anch’io come tutti avevo letto libri di scienza e di storia e altre notizie m’avevano dato gli amici, la vita, la tivù. Ma ora solo quando mia figlia le dice, vere mi paiono le cose del mondo, quiete e fatali. Cameron e Obama bollano i papà fuggiaschi, ma accusandoli non li si riporterà dai figli. Non è una sciatta questione morale ma la fulgida etica del capitalismo. La regola dell’economia paterna è una sola: non risparmiarsi mai, inoltrandosi senza timore nella tenebrosa doppia contabilità: quel che un figlio dà con l’altra mano toglie. Ma c’è un’altra partita, ancora più misteriosa: quel che tu gli dai ti resta a vita. L’audacia è l’emblema della paternità, sottrarvisi non è solo roba da depravati e da alcolisti, è un calcolo, e come ogni calcolo è misero. L’uomo più sensibile della terra, Rainer Maria Rilke, abbandonò la figlioletta in fasce e duramente pagò con lunghi anni di silenzio; solo in prossimità della morte gli fu restituita l’ispirazione per concludere le “Elegie duinesi”. La figlia ebbe pena di lui e angelicamente tornò nella sua parola. Un figlio non ti lascia mai anche se tu lo lasci, anche se fai di tutto per non pensarlo, se ti ubriachi e uccidi, anche se ti uccidi lui è sempre lì, davanti a te, a dirti: padre, non vedi che brucio? D’amore, innanzitutto, di quella febbre che passi notti e notti a misurargli e a cercare, invano, di spegnere con la tachipirina. E’ la tua febbre, padre! Rischio d’impresa. Mai si pensi che mettere al mondo un figlio significhi mettersi in casa una fonte inesauribile di piacere, una rendita fissa di bacini, una giustificazione al presente e una polizza per il futuro. Mettere al mondo un figlio è mettersi in casa la paura. Il figlio cresce, la paura cresce. Il figlio se ne va, la paura resta. I passi si fanno ogni giorno più incerti e infine anche noi ce ne andiamo. Folate di vento entrano dai vetri rotti. Ma nella ragnatela del tempo, nell’angolo che non si chiude, dove terminava la spalliera del letto e la fronte schiacciando il cuscino cercava di stordirsi, lei, nera con gli occhietti rossi, lei è sempre lì, la paura. Un sentimento assai produttivo che va accolto affinché non divenga viltà; tutto va accolto del figlio, pena finire maledetti come il barone Frankenstein che quando vide la Creatura la giudicò inferiore alla propria aspettativa e ebbe un moto di ribrezzo. Tutto si guastò nella sua troppo nobile esistenza. Le cose che acquistano valore sono quelle di cui ti prendi cura, giorno per giorno. Sono alcuni piccoli gesti decisi e previdenti, direttamente ispirati da Dio, a far punteggio per il paradiso: la tua giacca veloce sul suo capino alla prima goccia di quella pioggia che ancora sta a mezza strada tra il cielo e la terra…

Umberto Silva, Il Foglio, 21 giugno 2011

 

Un po’ come si tace una speranza ineffabile.

Un po’ come si tace una speranza ineffabile.


«E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace / un’onta, forse, un po’ come si tace una speranza ineffabile».

Alla radice di quella insicurezza e di quella paura ansiosa, che ci fa fare tanta resistenza a riconoscere l’annuncio più evidente che esista nella storia dell’uomo, per lo sguardo dell’uomo, alla radice di quella inconsistenza sta questa vergogna di sé: «E tutto cospira a tacere di noi, un po’ come si tace / un’onta
[questa vergogna di noi], forse, un po’ come si tace R.M. Rilke, «Seconda Elegia», in Elegie duinesi, Einaudi, Torino 1978.

Luigi Giussani, Uomini senza patria (1982-1983)

La commozione che quasi ci sconcerta, quando una cosa felice cade.

Ma se essi, gli infinitamente morti, potessero ridestare in noi

Un’ immagine,

vedi, essi indicherebbero forse gli amenti

del vuoto nocciolo, quelli pendenti, o

suggerirebbero la pioggia, che cade sullo scuro

regno della terra a primavera. –

E noi, che pensiamo alla elevata felicità,

sentiremmo la commozione,

che quasi ci sconcerta,

quando una cosa felice cade.

R.M.Rilke, Decima elegia duinese