Neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Arnold Bocklin, L'isola dei morti

(…) uno deve cercare di diventare responsabile, deve tendere a diventare responsabile. Tendere a diventare responsabile vuol dire tendere a essere capaci di rispondere a ciò che ci è chiesto nella vita: responsabile, rispondere. Tendere a rispondere a ciò che ci è chiesto nella vita significa tendere a diventare protagonisti. Ciò che ci è chiesto è per essere protagonisti nella vita, cioè per essere generatori: «protagonista» vuol dire letteralmente in greco
«generatore», il «primo agente», ciò che fa scaturire le cose. Se uno non tende a questo, la sua vita è come se fosse prevista o destinata a essere piatta o, nel miglior dei casi, a essere rassegnata. Ora, neanche le cose più gravi possono
diventare motivo per vivere rassegnati, neanche la morte deve farci vivere rassegnati; neanche davanti alla morte dobbiamo essere rassegnati!

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

La difficoltà come quella che hai accennato tu è il fenomeno che c’è in tutte le vite tutti i giorni, tutte le ore: perché se io vengo qui il giovedì, andar via alle otto
e un quarto mi rincresce. Se mi rincresce andar via, allora che significato ha? Ha un significato – come dire? – bellamente umano: mi rincresce andar via da una bella compagnia. Ma questo incomincia il problema, non lo risolve. Incomincia il problema: è da qui che si vede se uno è teso a essere responsabile, protagonista oppure a cedere e a lasciarsi andare, sopportare, subire, rassegnarsi nella vita! Benissimo: «Sono le otto e un quarto ed è giusto che io vada via perché mi aspettano altrove»; io alle otto e un quarto dico «Ciao» e vado, superando quello che, ultimamente, è giusto chiamare anche malinconia, tristezza. Ma basta che la tristezza non domini, basta che la reattività del nostro io a ciò che accade non sia la parola determinante. Il rassegnato è colui nel quale la reazione a ciò che accade determina il tutto: il tutto è schiavo della sua reazione. Ma siamo matti?!

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

La morte di una colpa si ottiene con l’espiazione.

Robespierre ghigliottinato.

Il ricordo particolareggiato di quella scena abominevole mi è stato così penoso da farmi interrompere questa confessione. Fra la pagina precedente, la cui calligrafia indica abbastanza il mio turbamento, e questa che oggi incomincio, ho lasciato trascorrere una settimana, durante la quale cento volte mi sono ripetuto:”A che pro risuscitare quel passato? Tanto, è passato”. No, non è passato! Lo scrivevo iniziando questo esame di coscienza, ed è vero, purtroppo:”Esso è vivente, e bisogna che muoia”. Se non che, la morte di una colpa nella nostra coscienza non si ottiene con l’oblio, al dire dei mistici, ma con l’espiazione.

Paul Bourget, I nostri atti ci seguono, BUR, Milano

Libero e dunque responsabile.

J.L.David, La morte di Marat

Dopo, spesso, specie da quando mi sono stabilito qui, ho cercato in tutti i modi, e applicando a me stesso i ragionamenti più rigorosi della teoria deterministica, di dimostrare al mio intelletto che non potevo agire diversamente da come agii. C’è una vecchia similitudine che tutti li compendia: la bilancia. Ebbene: il paragone non regge, perché il piatto su cui si mette il peso più grave ha necessariamente la meglio sull’altro; ma noi, non siamo una bilancia. Noi ai motivi più imperiosi possiamo anche opporre una resistenza; e difatti, in quella crisi dove la volontà subiva una pressione così forte, restavo pur libero di cedere o no. Sì, libero, e dunque responsabile, lo sentivo chiaramente, con la massima evidenza ancora quando esitavo, quando decidevo il peggio. Ah! bisogna che io scriva anche questo, assolutamente bisogna: eppure, quanta pena mi costa!

Paul Bourget, I nostri atti ci seguono, BUR, Milano

I nostri atti ci seguono.

In fondo la vita umana mi appare come una tragedia dove noi siamo tutti quanti attori e che procede verso uno scioglimento in cui i nostri iminimi pensieri avranno avuto la loro parte, purché siano stati sinceri. Ed anche i nostri atti; sicuro: i nostri atti ci seguono.

Ecco il senso vero della parola che il determinismo pretende di distruggere con degli argomenti da anfiteatro anatomico e da laboratorio chimico: la responsabilità. L’evidenza interiore protesta, ed ha ragione.

Paul Bourget, I nostri atti ci seguono, BUR, Milano

La responsabilità è personale.

jaruzelski
Si assume tutta la responsabilità di quella decisione?

Io sono soprattutto un soldato. Nel discorso alla nazione dell’11 dicembre 1990, al momento di lasciare la carica di presidente della Repubblica, dissi: «In quanto soldato so che il capo, ogni capo, risponde per tutti e per tutto. Se in qualcuno sono ancora vivi rabbia e odio, li indirizzino soprattutto contro di me». Le ritengo parole ancora valide, e da anni ne sopporto le conseguenze. Di molte cose mi vergogno, e la consapevolezza di aver provocato del dolore, forse inutile, rimane la mia spina nel fianco.

Dall’intervista di Annalia Guglielmi al Generale Jaruzelski, su Tempi del 21 ottobre 2009.