All’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

All’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

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E questo più umano amore (che si compirà infinitamente attento e sommesso, e buono e chiaro nel legare e nello sciogliere) somiglierà a quello che noi con lotta faticosa prepariamo, all’amore che in questo consiste, che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.

Rainer Maria Rilke, Lettere a un giovane poeta, Adelphi

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Per un amore neppure speso, eppure vissuto.

Mi hanno raccontato una storia d’amore. Una storia neppure spesa eppure vissuta. Succede che lui è giovane, sposato e musicista. Riceve un invito per un festival a Grenoble e siccome tutta quella Francia accende le vene, lui si porta la moglie. Arrivano, dunque, la giovane signora si precipita sul palcoscenico per respirare tutto il trafficare di legname, archi e cavi e lui – felice di quel festival – va ad aiutare i ragazzi venuti con il pulmino Volkswagen. Scarica con loro gli strumenti e mentre sta accarezzando il guscio del suo pianoforte giunto separatamente, a bordo di un camion OM, lui si accorge di lei, cantante di grande successo. Lei è un vero mito tutto di capelli biondi e cappotto Casentino. Ferma nel cortile interno del teatro, pur appoggiata al braccio del proprio fidanzato, lei non riesce a staccare gli occhi da lui che – sciabolando un sorriso tra sguardo e baffo – non riesce a staccare gli occhi da lei. Dal pomeriggio di prove fino alla sera, al debutto, lui, suonando, continua a cercare lei che, arrivando sul palcoscenico, si fa largo tra gli applausi per cantare e cercare lui. Lei che non può canta per lui che non può. E lui che non può suona per lei che non può. La moglie di lui e il fidanzato di lei sono in platea e quando nei camerini – tra le chiamate in scena, i bicchieri di vino e le sigarette – lui e lei di qualcosa parlano ma senza dirsi tutto quel salato che cola dalle gote di lei, quel parlare d’altro che si ferma nel groppo di lui, solo i piedi di lei e di lui sembrano cercarsi, sfacciati, in un gioco duro e bugiardo. Si fa tardi e tutto finisce, anche la cena che raduna gli artisti, i tecnici e gli autisti finisce. Lui si ritrova in camera, con la moglie, nel letto. Non chiude occhio. Neppure lei, in camera, col fidanzato, riesce a dormire. Lui si alza, indossa sui pantaloni un pullover e torna in teatro. Gli operai stanno lavorando ancora per smontare tutto. Il pianoforte – si sa – è sempre l’ultimo ad andare via. Lui si siede e butta fuori tutto quell’amore giocato in una sola sera dalle sue dita. Ecco, quando sentite tutto quel precipitare di sax, quel raschiare di percussioni e violini in quella che è una delle più belle canzoni d’amore, ecco, provate a immaginare: era tutto il trafficare di legname, archi e cavi con cui i tecnici stavano smontando il festival. Per un amore neppure speso eppure vissuto.
Pietrangelo Buttafuoco

Con la stessa speranza, disincanto e senso dei paragoni.

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(..) Prati verdi in cui tenersi per mano, tramonti, poesie, sguardi, affinità elettive, senso dell’umorismo, il desiderio femminile non può spingersi oltre, se si vogliono poi scrivere le memorie di una ragazza perbene, e la femminista Naomi Wolf in “Vagina”, che dovrebbe essere un saggio liberatorio, scrive che un modo invincibile per suscitare il desiderio in una donna è guardarla negli occhi al mattino, raccogliere il bucato la sera, avviare la lavatrice, portarle dei fiori. Non fa accenno all’attrazione fisica, alla possibilità che Samantha di “Sex and the City” avesse qualche motivo per essere felice guardando il vicino di casa italiano sotto la doccia. La camicia aperta sul petto, insomma, è puro oggetto di scherno e, a meno di essere lettrici di Playgirl, inconfessabile motivo di attrazione. L’uomo-oggetto va circondato di premure, va giustificato con l’intelligenza, l’ironia, il romanticismo. Per non metterlo in difficoltà, meglio che non sappia mai che le donne lo guardano con la stessa speranza, disincanto e senso dei paragoni con cui lui guarda Jennifer Lawrence.
Annalena Benini

Non andar via, Lorene. Resta qui.

Non andar via, Lorene. Resta qui.
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Poi, così sembrò, il lungo pallido sogno con il vestito sottilissimo e morbido che non riusciva a coprire i capezzoli o il rigonfio triangolo nero che lui amava guardare gli porse il vassoio con sopra la tromba d’oro e, nell’altro vassoio, con l’altra mano, le due scatolette di razione C, carne e fagioli, e si chinò su di lui e lo baciò sulle labbra, perché lui aveva scelto l’opzione sbagliata, e i cieli pieni di nuvole crollarono.

“Adesso dormi”.

“Perché mi hai baciato? Credi che sia ubriaco e che poi non me ne ricordi. Me ne ricorderò. E tornerò”.

“Ssh. Ssh. Certo che ritornerai”.

“Tu credi che non lo farò. Ma io lo farò. Tornerò. Tornerò sempre”.

“Certo, lo so bene”.

“Tornerò la sera del giorno di paga”.

“E io ti cercherò”.

“E ricorderò tutto quello che ho visto stanotte e allora te lo spiegherò. Ho visto tutto in modo così chiaro e semplice che so che me lo ricorderò. Tu non credi che me lo ricorderò?”

“Certo che te lo ricorderai”.

“Devo ricordarmelo. E’ importante. Non andar via, Lorene. Resta qui”.

“Starò qui. Tu adesso dormi”.

James Jones, Di qui all’eternità.

Il faut des mots de passe (Répondez-moi).

Il faut des mots de passe (Répondez-moi ).

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Je vis dans une maison sans balcon, sans toiture
Où y’a même pas d’abeilles sur les pots de confiture
Y’a même pas d’oiseaux, même pas la nature
C’est même pas une maison

J’ai laissé en passant quelques mots sur le mur
Du couloir qui descend au parking des voitures
Quelques mots pour les grands
Même pas des injures
Si quelqu’un les entend

Répondez-moi
Répondez-moi

Mon coeur a peur d’être emmuré entre vos tours de glace
Condamné au bruit des camions qui passent
Lui qui rêvait de champs d’étoiles, de colliers de jonquilles
Pour accrocher aux épaules des filles

Mais le matin vous entraîne en courant vers vos habitudes
Et le soir, votre forêt d’antennes est branchée sur la solitude
Et que brille la lune pleine
Que souffle le vent du sud
Vous, vous n’entendez pas

Et moi, je vois passer vos chiens superbes aux yeux de glace
Portés sur des coussins que les maîtres embrassent
Pour s’effleurer la main, il faut des mots de passe
Pour s’effleurer la main

Répondez-moi
Répondez-moi

Mon coeur a peur de s’enliser dans aussi peu d’espace
Condamné au bruit des camions qui passent
Lui qui rêvait de champs d’étoiles et de pluie de jonquilles
Pour s’abriter aux épaules des filles

Mais la dernière des fées cherche sa baguette magique
Mon ami, le ruisseau dort dans une bouteille en plastique
Les saisons se sont arrêtées aux pieds des arbres synthétiques
Il n’y a plus que moi

Et moi, je vis dans ma maison sans balcon, sans toiture
Où y’a même pas d’abeilles sur les pots de confiture
Y’a même pas d’oiseaux, même pas dans la nature
C’est même pas une maison.

Francis Cabrel

Qualcosa che le donne naturalmente sanno.

Qualcosa che le donne naturalmente sanno.

The legs

(..) quelle gambe piegate di lato su un letto (che starà facendo la loro proprietaria? Dorme? Legge?), ferme e dritte sul tacco comodo con la valigia accanto (imbarco all’aeroporto? Viaggio di lavoro, fuga passionale?),
accavallate su una poltrona, interrogative, impegnate in un colloquio forse
solitario, oppure appoggiate a una parete, alte sopra la gonna e offerte, più ancora che esibite, squarciano infatti un velo, mostrano qualcosa che le donne naturalmente sanno e gli uomini quasi mai e che di rado intuiscono.

Fabiana Giacomotti, Il Foglio, 5 gennaio 2013.