Una ragione libera, capace di stare davanti al reale, è una ragione affettiva.

Una ragione libera, capace di stare davanti al reale, è una ragione affettiva.

Per cui una ragione libera, capace di stare davanti al reale, è una ragione
affettiva. Dove pesca questa certezza che tutti abbiamo visto a Rimini,
tanto che lo ha riconosciuto anche chi è lontano dalla nostra esperienza? Evidentemente non si tratta di una sicurezza di sé, come un’autosufficienza
in cui crediamo di potere vivere. È proprio il contrario: la certezza è un legame affettivo con la verità, e questo, solo questo, può renderci liberi da qualsiasi
potere.

Davide Prosperi, Milano, 1 ottobre 2011

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà.

Durante una gita in montagna, c’era un punto molto esposto, la cresta era franata ed era rimasto aperto un buco di poco più di mezzo metro che dava
sul vuoto. Lungo il sentiero c’erano davanti un adulto con due ragazzini; a un certo punto, l’adulto è passato ed è passato anche il primo ragazzino, mentre il
secondo è rimasto bloccato. Inizialmente ho interpretato che fosse per una questione psicologica, un’insicurezza che il primo, magari più spavaldo, non aveva. Ma poi ho scoperto che il primo era il figlio dell’adulto che era passato, mentre l’altro era un amico. E lì mi si è chiarita la questione. Per il secondo la realtà era solo quel buco che dava sul vuoto, era solo «il problema» che doveva superare e non sapeva se ne avrebbe avuto le forze. Perciò era rimasto bloccato. Mentre per il primo la realtà era il buco e il padre, il padre che era lì con lui e che era passato, era già passato, tutte e due le cose insieme. C’è un affetto, c’è una Presenza che domina la realtà: se la ragione non riconosce questa Presenza dentro la realtà, la realtà è ridotta e la ragione è bloccata.

Davide Prosperi, Milano, 1 ottobre 2011

È una ragione fragile il motivo per cui il reale non ha presa su di noi (niente ci prende).

È una ragione fragile il motivo per cui il reale non ha presa su di noi (niente ci prende).

Tutti possiamo riconoscerci in questa situazione: se non vediamo continuamente l’essere vibrare in noi, tutto torna di nuovo piatto e diventa sempre più urgente in ciascuno di noi la domanda: qual è la strada che può restituirmi quella condizione che rende possibile non dare per scontato tutto, ma sorprendermi
di tutto? Per rispondere a questa domanda occorre capire perché ci capita questo. Perché, dopo un’esperienza come quella descritta, ritorniamo a dare tutto per scontato e non ci stupiamo più di niente? Don Giussani
identifica le ragioni in Ciò che abbiamo di più caro, il libro dell’Equipe degli universitari pubblicato quest’anno: 1) Questo accade – dice Giussani – per colpa di una ragione debole, cioè di un uso ridotto della ragione che, non essendo in grado di cogliere la presenza delle cose presenti, ci porta a dare tutto per scontato. È una ragione fragile il motivo per cui il reale non ha presa su di noi, non ci colpisce e tutto diventa di nuovo grigio. Questo uso della ragione
porta a una conseguenza inevitabile. 2) Una divisione fra il riconoscimento
e l’affettività, tra il riconoscimento e l’essere attaccati al riconoscimento: l’io resta diviso tra il riconoscimento (che rimane astratto) e l’affettività (che
fluttua). Non essendo la ragione in grado di raggiungere la realtà, l’affettività non s’incolla, rimane fluttuante e niente ci prende.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

Edifici di cemento armato, senza finestre.

Edifici di cemento armato, senza finestre.

La ragione positivista, che si presenta in modo esclusivista e non è in grado di percepire qualcosa al di là di ciò che è funzionale, assomiglia agli edifici di cemento armato senza finestre, in cui ci diamo il clima e la luce da soli e non vogliamo più ricevere ambedue le cose dal mondo vasto di Dio. E tuttavia non possiamo illuderci che in tale mondo autocostruito attingiamo in segreto ugualmente alle “risorse” di Dio, che trasformiamo in prodotti nostri. Bisogna tornare a spalancare le finestre, dobbiamo vedere di nuovo la vastità del mondo, il cielo e la terra ed imparare ad usare tutto questo in modo giusto.

Benedetto XVI, Discorso al Bundestag.

Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità.

Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità.

Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.
Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità.

In me innanzitutto c’è un fattore che è irriducibile.

In me innanzitutto c’è un fattore che è irriducibile.


Sabato sera ero a cena con un gruppo di universitari e a un certo punto uno di questi mi racconta che circa un anno fa un suo amico è morto in un incidente stradale e che qualche mese fa un altro suo amico, sempre più o meno della mia età, si è suicidato. E lì che cosa puoi dire, di fronte a un dramma così? La vertigine era così grande che in un primo istante mi sembrava di non poter dire
nulla di ragionevole, di profondamente vero. Ma quello che mi sono sorpreso anche lì a riconoscere è stato questo, ancora una volta: che in me innanzitutto c’è un fattore che è irriducibile, che io sono ora rapporto con il Mistero, per il fatto che ci sono, per il fatto che esisto e per il fatto che ho una domanda di significato che supera tutto quello che mi sta intorno. Io sono rapporto infinito ora, e questo nucleo di me, di cui mi sono reso conto da quando ho incontrato Cristo un anno e mezzo fa, non può morire, non può essere spazzato via, perché non è riducibile a questo mondo. E questo nucleo che è in me, che io sono, è la verità di quei due ragazzi che sono morti, che non sono finiti nel nulla. Di questo sono certo: che neanche la morte è in grado di spezzare il nesso che io vivo con il Mistero. E riconoscere questo nesso quella sera per me è stato usare la ragione in modo vero, cioè riconoscere la totalità di quel fatto che mi è stato posto davanti.

Appunti SdC di Julián Carrón, Milano 9 marzo 2011