Qualcosa resiste a essere detto.

Quel pomeriggio Claudia guardava fuori dalla finestra, pioveva a dirotto e pensò quanto sarebbe stato bello attraversare la città piena di traffico per andare da uno sconosciuto a raccontargli tutto quel che urgentemente premeva per essere ascoltato, tanto che sentiva la testa scoppiarle. Una settimana dopo si trovò in
mezzo al traffico con in mano un indirizzo che controllava di continuo a rischio di andare a sbattere. Sbagliò tutte le vie, sicché arrivò al primo appuntamento con un’ora di ritardo, stravolta, esasperata, piangente. Lo psicoanalista le strinse la mano e lei tornò il giorno successivo, puntuale; quasi. Era partita tre ore prima e da due e mezza stava sotto lo studio dello psicanalista, al bar. E ci stava tanto bene, pregustando la sua prima seduta, che salì in studio con dieci minuti di ritardo. Si chiama resistenza e non è la negazione del transfert quanto la sua celebrazione: qualcosa resiste a essere detto e resistendo si dice, in una dedica a colui che mai avresti voluto.

Umberto Silva, Il Foglio, 23 luglio 2011.

Il disagio parla, sprona l’intelligenza, custodisce il sogno.

Il disagio parla, sprona l’intelligenza, custodisce il sogno.

Lucian Freud

Assurdo pagare una cifra per correre da uno sconosciuto a raccontargli quello che mai si è detto ad alcuno, nemmeno all’amico più caro, nemmeno a se stesso. Eppure un mese fa è accaduto a Giorgio. Una mattina il giovane manager si svegliò che si sentiva straordinariamente bene, al punto di volersi gettare dalla finestra per la felicità. Allora chiamò un amico che gli consigliasse uno psicoanalista, uno che lo accogliesse subito, perché non ce la faceva più. Lo psicoanalista lo ricevette due settimane dopo e Giorgio cominciò l’analisi con l’ottima impressione che non tutto il mondo stava lì a esaudire le sue smanie. Aveva compiuto il suo miglior investimento, aveva ottimizzato il disagio, una risorsa non da poco. Il disagio sottolinea che non si possono chiudere gli occhi o sbarrare le finestre per confinare nel buio quel punto oscuro che sradica dalle certezze trascinando nell’avventura della parola. Il disagio parla, sprona l’intelligenza, custodisce il sogno; per questo, con accanimento, si cerca di togliergli la voce ricorrendo a psicofarmaci o normalizzazioni d’ogni sorta.

Umberto Silva, Il Foglio, 23 luglio 2011.

Uno strano amore, incomprensibile e intollerabile.

Uno strano amore, incomprensibile e intollerabile.

La psicoanalisi ha sempre prosperato sullo scandalo, con una solida fama di ro- vinafamiglie e di seduttrice, ladra di cuori e di portafogli. La figura che più oggi le assomiglia è quella della badante, una sconosciuta che viene da terre lontane in odore di losca magia, s’insinua nelle case e approfitta del sesso dei vecchi per derubare la famiglia. Come la badante, la psicoanalisi ha un viso enigmatico e una lingua straniera e straniata, spesso incomprensibile, e gesti inusuali che turbano i vecchietti, li fanno drizzare sul divano, innamorati. Il motore dell’analisi è uno strano amore, incomprensibile e intollerabile, che scatena ire, invidie e accidie: il transfert. Ma come, si preferisce confidarsi con uno sconosciuto piuttosto che con i familiari, gli amici, gli psicofarmaci? Sì, per quanto appaia sconcertante alcuni preferiscono la badante. Scandaloso! Preferiscono la psicobadante per i motivi più strani, che dicono di una posta in gioco altissima, di una contabilità che sfugge.

Umberto Silva, Il Foglio, 23 luglio 2011.

Desideri “normali”: l’assenza di significato.

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Bollati Boringhieri pubblica un saggio di Slavoj Žižek intitolato Leggere Lacan, Guida perversa al vivere contemporaneo.

La recensione di Gillo Dorfles sul Corriere di ieri, 17 agosto, mi dà occasione di riflessione su una materia, per me scivolosa e distante, ma della quale, isitintivamente, ho sempre diffidato: la psicoanalisi. Anzitutto mi colpisce la definizione che l’Autore, secondo Dorfles, dà del concetto stesso, ovvero non già “sistema terapeutico o (..) indagine psicologica” ma vero e proprio “strumento di lettura dei vari aspetti della realtà e del pensiero”. Strumento che, allegramente viene detto, servirebbe ad “aggredire” (sic) argomenti come la politica estera USA, la visione di film famosi, autori, scrittori, filosofi etc…: e, sempre a detta di Dorfles, ma non dubito che sia davvero così, la psicoanalisi rappresenterebbe “un fattore di esegesi generalizzata per un <ritorno all’ordine> che pareva spesso sconfitto da molte delle recenti versioni post-freudiane.”

Ho una zia psicologa. Nella mia adolescenza, capitandomi di passare le vacanze con lei e la sua famiglia mi colpiva, in negativo, letteralmente mi infastidiva come una violenza occulta, il suo -peraltro innocente- tentativo di classificare e ricomprendere i miei pensieri ed i miei comportamenti in base agli schemi della psicoanalisi. Nella mia rozzezza adolescenziale capivo che quello era un tentativo di costringere dentro categorie finite qualcosa che è per l’Infinito, cioè il desiderio dell’uomo: e come non mi stava bene allora, non mi corrispondeva, non mi corrisponde adesso.

L’esegesi generalizzata che cos’è se non il tentativo di costruire uno schema funzionante che serva, appunto, a giudicare gli aspetti della realtà e del pensiero? Ovvero, una weltanschauung fondata sul limite personale, che non riesce ad andare oltre quello che vede? E infatti Dorfles parla della psicoanalisi per Lacan come di uno strumento rilevante per “illuminare gli aspetti nascosti dell’esistenza” piuttosto che “nel costituire una terapia psichiatrica.” Cosa, quest’ultima, che peraltro resta, negli intendimenti di tutti coloro che la praticano. Avviene così che, anzichè constatare che l’evidenza più immediata è che siamo fatti da Altro, impastati di Altro, fatti per Altro, noi, che non abbiamo deciso di nascere e che non potremo allungare di un solo giorno la nostra vita, decidiamo di leggere la realtà a partire da noi stessi, incapaci di alzare lo sguardo.

Capisco, allora, perchè il dilemma che agita Dorfles e, si capisce, anche Lacan e Žižek, sia quello di giustificare la “corsa all’edonismo, alla ricerca inesausta del piacere; e, dall’altro canto, alla rivolta contro lo stesso piacere, (..) ai moralismi velleitari.” L’autodivieto di godimento, conclude Dorfles, genera le diverse forme di perversione, nonchè le “inaudite (sic) censure sessuali, dominatrici di intere società odierne”: forme che, al contrario, potrebbero trovare una loro giustificazione nella lotta fra imperativo etico ed imperativo perverso, “entrambi in lotta per contrastare quelli che dovrebbero poter essere i nostri normali desideri.”

Appare, in tutto questo, un grande vuoto, lo spazio dell’assenza del significato. Non si capisce cosa renda normale un desiderio, cosa lo giustifichi, a cosa sia preordinato, cosa stia cercando, cosa stia, appunto, desiderando.

Don Giussani sostiene che «Il desiderio non è una velleità: è il primo gesto, meglio, è l’unico gesto in cui la verità dell’uomo si gioca per far posto al Signore. Per questo il povero di cuore è colui che ha il cuore riempito dal desiderio della presenza di Lui. Tutto il resto non è povertà, tanto è vero che uno che ha questo desiderio non può pretendere. Il sintomo che c’è questo desiderio nel cuore, che c’è questa povertà, è che uno non può pretendere,non riesce psicologicamente a pretendere».

E Julian Carròn, a proposito di desiderio, bene sottolinea, al contrario della psicoanalisi, lo slancio verso l’Infinito: “Gesù vede in noi, in te, in me, una realtà superiore, un principio originale e irriducibile, del quale il nostro bisogno, il nostro desiderio, la nostra sproporzione è il primo riverbero, e allora il nostro bisogno, il nostro desiderio, che noi consideriamo una nostra debolezza, è proprio quello che ci rende irriducibili. Proprio perché siamo insopprimibile desiderio dell’infinito, siamo irriducibili a qualsiasi reazione, e perciò il valore non si può confondere con le reazioni che siamo indotti ad assumere. (..) Io, che ho questa istintività, non sono soltanto istintività, ma un io che ha la consapevolezza dello scopo per cui ce l’ha, e sa
che questa energia, questo impeto è fatto per un fine. L’unica cosa è non fermarsi a metà strada, non posso bloccare l’impeto che ci rimanda oltre
per evitare il sacrificio che comporta, il dramma in cui ci mette. Invece tante volte succede (..) che il desiderio (sia) ridotto a voglia, istinto, reazione. Ma se il mio desiderio è soltanto voglia senza scopo, se questa istintività, che per il fatto di essereall’interno del mio io ha il respiro dell’infinito, è ridotta a voglia e Cristo si riduce a regola, è normale che a uno venga la paura. Resta soltanto il moralismo: bloccare l’istintività per evitare di andare contro la regola.
Dove è la falsità di questa riduzione del desiderio a voglia, a istinto?
Dice don Giussani: «L’uomo a differenza degli animali e delle altre cose è consapevole del rapporto che passa tra il suo emergente istinto e il tutto, cioè l’ordine delle cose».96 L’istinto non può essere staccato dallatotalità dell’io, con tutto lo slancio infinito che ha dentro. Perciò non c’è la voglia: io sono una istintività che ha la coscienza del fine, che ha tutta l’apertura all’infinito. Perfino uno come Pavese lo riconosce: «Quello che l’uomo cerca nel piacere è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di raggiungere questo infinito».