Le altre possibilità con cui la vita sorprende la vita.

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Caldo di un’umanità ironica.

Caldo di un’umanità ironica.

Copyright Lorenzo Cavalieri

(..) Oberdan gongolava, e subito si creò un rapporto scapigliato tra il giovanotto e il bambino.

Tanto che quest’ultimo, quasi presago che da quell’adorabile e lucidissimo “pazzo” tra poco avrebbe recepito rivelazioni fondamentali; quasi geloso dello spazio circostante che avrebbe potuto carpire segreti di cui pretendeva l’esclusiva, avanzò una proposta logistica: suggerì cioè a fausto di raccattare uno sgabellino di quelli situati sotto la quercia (secolare), di attraversare la bianca striscia carrozzabile -“terra nullius”- e di appostarsi, a cavallo dello sgabellino, davanti al cancelletto inchiavardato della casetta rosa.

Da parte sua, Oberdan afferrò una seggiolina impagliata della cucina e – scese le scale a precipizio – si piazzò, cavalcando la seggiolina alla rovescia, di qua dalle sbarre.

Tutt’intorno il silenzio della notte, di una tiepida notte d’estate, odorosa di Carso. La faccia di Fausto, nel taglio di luce creato dal lampione stradale, simpatica. Lo sguardo acuto ma mai insinuante, anzi dignitosamente distaccato. Ma anche caldo di un’umanità ironica.

Lelio Luttazzi, L’erotismo di Oberdan Baciro, Einaudi

La passione amorosa, come il dolore, può farci piangere.

La passione amorosa, come il dolore, può farci piangere.

Gaetano Previati, Paolo e Francesca

Il piacere, spinto al suo estremo, ha su di noi lo stesso effetto devastante del dolore. Il desiderio di un’unione che soltanto la carne può mediare, ma che poi la stessa carne rende irraggiungibile per via dei nostri corpi che si escludono a vicenda, può avere la stessa grandiosità di un’indagine metafisica. La passione
amorosa, come il dolore, può farci piangere.

C.S.Lewis

“Scusa, non adesso, sto leggendo”.

“Scusa, non adesso, sto leggendo”.

E causa del declassamento del romanzo, anche, di quella femminilizzazione della letteratura, che non ha mai più riacquistato la sua purezza (quindi le donne non soltanto sono perdute, ma la potenza di quel baratro ha provocato la perdizione e l’harmonyzzazione della letteratura mondiale) “Pornolettrici”, le chiama con ironia Francesca Serra, come Marilyn Monroe che, seminuda e con i capelli al vento, viene fotografata con l’“Ulisse” di Joyce sulla spiaggia di Long Island (le ultime pagine, quindi lo scandaloso monologo di Molly Bloom). Un’idea peccaminosa di libertà, curiosità, salto nel buio, viaggio di Alice nel paese delle meraviglie, da cui non si tornerà mai come prima.

E adesso, come ha scritto Mario Vargas Llosa disperandosi, il lettore è tremendamente femmina. Pare che sia un male. Significa che gli uomini hanno cose più importanti da fare, e che la lettura è paragonabile al bridge. Secondo Vargas Llosa la letteratura “è stata relegata, come certi vizi incoffessabili, ai margini della vita sociale”. Cioè alle donne, colpevoli anche dell’imbarbarimento. Se i buoni romanzi scarseggiano, è colpa delle pornolettrici. Avide, insaziabili, dipendenti. Talmente perdute in questa folle ninfomania da avere sostituito il mal di testa con il libro.

Annalena Benini

Le brave ragazze non leggono romanzi.

Le brave ragazze non leggono romanzi.

La prima cosa da fare, se si è donne, è bruciare tutti i romanzi. Non leggere mai più. Lavorare a maglia, piuttosto, andare a pilates o a farsi iniezioni di botox, ma non toccare un libro. “Mai nessuna vergine ha letto dei romanzi”, scrisse Jean-Jacques Rousseau nella prefazione di “Giulia o la Nuova Eloisa” (1761), il best seller che tutte le fanciulle in fiore di quegli anni leggevano di nascosto in camera da letto, dopo che era stato vietato loro di sfogliarlo. La donna che legge è destinata alla perdizione, alla dissolutezza, alla ninfomania. Le lettrici, con la mente piena di immagini pericolose, di troppo sottili confini fra il bene e il male, si affacciano sul baratro morale (e sessuale), si liberano dell’innocenza per sempre e vanno incontro a destini pericolosi (forse anche più divertenti del botulino). Secondo il saggio di Francesca Serra, “Le brave ragazze non leggono romanzi” (Bollati Boringhieri), il libro è, storicamente, la tentazione più erotica che esista: basta aprirlo per dire addio alla castità e trasformarsi in una nuova Madame Bovary (la più grande lettrice della letteratura ottocentesca), che da ingorda consumatrice di romanzi diventa una vorace adultera e non riesce più a fermarsi.

Annalena Benini

Kamasutra intellettuale.

Kamasutra intellettuale.

Il caso vuole che quello stesso numero di Playboy ospitasse anche una sterminata intervista a Herbert Marshall McLuhan, l’uomo che più di ogni altro era riuscito a rendere intellettualmente sexy, se così si può dire, i prodotti dell’industria culturale – e che ne era stato ricambiato dal mensile per soli uomini con la consacrazione a “high priest of popcult”. Il Sessantotto, il conservatore McLuhan proprio non lo aveva fatto. E il Sessantanove? Qui dipende dai punti di vista e dalle cabale. Sappiamo che morì a 69 anni, nel dicembre del 1980, e il suo biografo Philip Marchand ci informa che per decidere se un libro meritasse o meno di esser letto aveva la curiosa abitudine di ispezionarne una sola pagina, la 69 appunto. Se però vogliamo considerare il sessantanove come una traduzione, in termini di ginnastica erotica, dell’antico principio ermetico secondo cui “ciò che sta in alto è come ciò che sta in basso, e ciò che sta in basso è come ciò che sta in alto”, allora possiamo sostenere (con rispetto parlando) che l’impresa di McLuhan è stata una spettacolare e acrobatica mossa da Kamasutra intellettuale, un ricongiungimento tra l’alto e il basso della cultura, tra le strisce dei Peanuts e il “Finnegans Wake” di Joyce.

Guido Vitiello, Il Foglio

Il piacere occorre meritarselo mettendosi in gioco.

Il piacere occorre meritarselo mettendosi in gioco.

Il piacere occorre meritarselo mettendosi in gioco, abbandonandosi nel corpo e ancor di più nell’anima, con quell’amore per l’altro che tanto differisce dalla
brutalità ma anche dall’idealizzazione. Dal profondo sud, dalla maschilista Catania, Brancati ha avuto il coraggio di denunciare tutto ciò: per un eccesso d’idealizzazione il bell’Antonio non riesce a far l’amore con la bellissima Barbara. Il film di Bolognini fornirà un pertinente lieto fine: Mastroianni perde la Cardinale ma mette incinta una spaurita camerierina – sempre loro, le cameriere, il sale e il pepe della terra. Non c’è niente da ridere, così funzionano le cose dell’amore, e così è giusto che funzionino. Non la bellezza del partner provoca il piacere, ma la bellezza di quel desiderio che in ciascuno alberga e che spesso, per viltà o calcolo, viene preservato, nell’avaro timore di consumarlo, quando invece lo si perde proprio perché non lo si dona. Abbandonarsi all’altro per scoprirsi differente da quel che si è sempre pensato, pare un’impresa tropo arrischiata, addirittura imbarazzante o funesta.

Umberto Silva, Il Foglio, 17 maggio 2011.