All’ultimo tumulto dei binari (3 dicembre).

All’ultimo tumulto dei binari (3 dicembre).

©A.B.

3 dicembre

All’ultimo tumulto dei binari
hai la tua pace, dove la città
in un volo di ponti e di viali
si getta alla campagna
e chi passa non sa
di te come tu non sai
degli echi delle cacce che ti sfiorano.

Pace forse è davvero la tua
e gli occhi che noi richiudemmo
per sempre ora riaperti
stupiscono
che ancora per noi
tu muoia un poco ogni anno
in questo giorno.

Vittorio Sereni, Poesie, Meridiani

Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia.

Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia.

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Il mistero della misericordia sfonda ogni immagine umana di tranquillità o di disperazione; anche il sentimento di perdono è dentro questo mistero di Cristo. Questo l’abbraccio ultimo del Mistero, contro cui l’uomo anche il più lontano e il più perverso o il più oscurato, il più tenebroso non può opporre niente, non può opporre obiezione: può disertarlo, ma disertando se stesso e il proprio bene. Il Mistero come misericordia resta l’ultima parola anche su tutte le brutte possibilità della storia. Per cui l’esistenza si esprime, come ultimo ideale, nella mendicanza. Il vero protagonista della storia è il mendicante: Cristo mendicante del cuore dell’uomo e il cuore dell’uomo mendicante di Cristo. Il sacrificio più grande è dare la propria vita per l’opera di un Altro.

L.Giussani L’avvenimento cristiano, Bur, Milano 2003

E’ un Altro che salva la nostra vita (Buon Natale).

E’ un Altro che salva la nostra vita (Buon Natale).

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«La fede, per me, è nata dall’incontro con Gesù. Un incontro personale, che ha toccato il mio cuore e ha dato un indirizzo e un senso nuovo alla mia esistenza. Non si tratta di qualcosa di esteriore o di forzato, dunque,
ma di qualcosa che emana da dentro e che si impone da sé. Gesù in effetti colpisce, spiazza, innova».
(Papa Francesco)

«È un Altro che prende iniziativa verso la nostra vita, così è un Altro che salva la nostra vita, la porta alla conoscenza del vero, la porta all’adesione alla realtà, la porta all’affezione per il vero, la porta all’amore alla realtà. Se si accetta quest’annuncio come un’ipotesi di lavoro, allora il respiro ritorna, tutto diventa più semplice, si dice pane al pane e vino al vino, vita alla vita e morte alla morte, amico all’amico, si diventa più contenti e tutto diventa ancor di più origine di stupore. E quanto più uno cerca di vivere questo tanto più capisce la sproporzione, e cammina umilmente, perché questo Altro che interviene mi prende ogni momento, mi prende e mi riprende, mi rilancia, e compirà l’opera che ha iniziato: ci fa giungere al destino».
(Luigi Giussani)

Per un amore neppure speso, eppure vissuto.

Mi hanno raccontato una storia d’amore. Una storia neppure spesa eppure vissuta. Succede che lui è giovane, sposato e musicista. Riceve un invito per un festival a Grenoble e siccome tutta quella Francia accende le vene, lui si porta la moglie. Arrivano, dunque, la giovane signora si precipita sul palcoscenico per respirare tutto il trafficare di legname, archi e cavi e lui – felice di quel festival – va ad aiutare i ragazzi venuti con il pulmino Volkswagen. Scarica con loro gli strumenti e mentre sta accarezzando il guscio del suo pianoforte giunto separatamente, a bordo di un camion OM, lui si accorge di lei, cantante di grande successo. Lei è un vero mito tutto di capelli biondi e cappotto Casentino. Ferma nel cortile interno del teatro, pur appoggiata al braccio del proprio fidanzato, lei non riesce a staccare gli occhi da lui che – sciabolando un sorriso tra sguardo e baffo – non riesce a staccare gli occhi da lei. Dal pomeriggio di prove fino alla sera, al debutto, lui, suonando, continua a cercare lei che, arrivando sul palcoscenico, si fa largo tra gli applausi per cantare e cercare lui. Lei che non può canta per lui che non può. E lui che non può suona per lei che non può. La moglie di lui e il fidanzato di lei sono in platea e quando nei camerini – tra le chiamate in scena, i bicchieri di vino e le sigarette – lui e lei di qualcosa parlano ma senza dirsi tutto quel salato che cola dalle gote di lei, quel parlare d’altro che si ferma nel groppo di lui, solo i piedi di lei e di lui sembrano cercarsi, sfacciati, in un gioco duro e bugiardo. Si fa tardi e tutto finisce, anche la cena che raduna gli artisti, i tecnici e gli autisti finisce. Lui si ritrova in camera, con la moglie, nel letto. Non chiude occhio. Neppure lei, in camera, col fidanzato, riesce a dormire. Lui si alza, indossa sui pantaloni un pullover e torna in teatro. Gli operai stanno lavorando ancora per smontare tutto. Il pianoforte – si sa – è sempre l’ultimo ad andare via. Lui si siede e butta fuori tutto quell’amore giocato in una sola sera dalle sue dita. Ecco, quando sentite tutto quel precipitare di sax, quel raschiare di percussioni e violini in quella che è una delle più belle canzoni d’amore, ecco, provate a immaginare: era tutto il trafficare di legname, archi e cavi con cui i tecnici stavano smontando il festival. Per un amore neppure speso eppure vissuto.
Pietrangelo Buttafuoco

Il giorno della fine non ti servirà l’inglese (fa sempre spavento il destino).

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(..) Fa sempre spavento il destino. Viene da noi all’alba e viene da noi la notte come se fossimo sempre sotto il taglio della scure. A chi mi augura di morire, quanto prima, in un botto, dedico un sorriso. E all’amico che non mi ha più voluto come amico e che adesso – lo so – mi sta leggendo gli dico che, va bene, lui è nel giusto e io nell’errore. In questo preciso asse temporale lui è nel secolo americano mentre io, al contrario, sono nelle tenebre. Ma io ho un vantaggio. Io m’incammino a conoscere un mondo che lui si ostina a non voler riconoscere. E’ la sua stessa storia perché, infine, per dirla con Franco Battiato: “Il giorno della fine non ti servirà l’inglese”.

Pietrangelo Buttafuoco

 

La rosa è senza perché.

La rosa è senza perché.

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Il vero fondamento non ha perché. L’uomo – scrive Martin Heidegger – “vive guardando agli effetti che produce nel proprio mondo, a ciò che il mondo ritiene da lui e pretende da lui”. Ebbe tra le mani “Il pellegrino cherubico”, un poema di Angelo Silesio, mistico tedesco del Seicento e annotò questo verso: “La rosa è senza perché; fiorisce perché fiorisce, di se stessa non si cura, non chiede di essere vista”. Il poiché non ha un perché e sono i ciuri tutti i poiché. E già è passato il mese di maggio.

Pietrangelo Buttafuoco

Un tentativo estenuante di afferrare l’oltre, l’irraggiungibile, l’infinito.

Un tentativo estenuante di afferrare l’oltre, l’irraggiungibile, l’infinito.

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Il sesso e il mistero profondo. Il piacere della carne e ciò che sta nel suo fondo, il
trascendente, l’estasi dello spirito. La continua ricerca della soddisfazione del corpo, e anche della ostentazione del corpo e del sesso nella pornografia, come tentativo estenuante di afferrare l’oltre, l’irraggiungibile, l’infinito. In sostanza, di toccare l’eternità.

Paolo Rodari, Il Foglio 15 dicembre 2012.

All’ascolto del mistero profondo.

All’ascolto del mistero profondo.

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Ma anche una certezza.
Una certezza che (..) non lo aveva mai abbandonato. Che il corpo martoriato
dal piacere non può essere mai il Fine, ma semmai lo strumento di una ricerca
estenuante. La molla per tendersi e flettersi, per inarcarsi, potremmo qui dire,
all’ascolto del mistero profondo.

Andrea Minuz

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale.

E fu allora che avvenne l’episodio più dolente e però rivelatore del nostro argomento. Qegli uomini coraggiosi e di mestieri diversi, tra i quali persino un lottatore, per la maggior parte crollarono, come non avevano fatto nepure negli interrogatori. Così, svestiti di tutto quanto era consueto al loro io; privati persino del loro odore, questi uomini prima straordinari si guardarono. Alcuni piansero, altri scongiurarono le ottuse guardie baltiche di lasciargli almeno il pettine o la foto di una figlia o la penna, in cupa disperazione. Furono costoro, osserva Lusseyran, i primi a morire.”Devo aggiungere che le condizioni di vita a Buchenwald erano molto dure. Ma essere erano per quegli uomini non più dure che per gli altri. Essi erano – come non avrei questo potuto capirlo – morti per difetto di io.” Il loro io, insomma, per possedersi abbisognava delle cose e proprio la privazione di esse li aveva uccisi, abbrutiti fino alla morte. E certo: quello di Lusseyran è esempio estremo, distante dall’odierna esistenza sceneggiata in calcoli televisivi. Ma a chiunque dovrebbe rilucere il dubbio che l’io sia di natura abissale, quindi irriducibile alle cose, e però in allargamento di se stesso, dal vuoto a emanarle tutte.

Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese Marsilio

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Che semplicità occorre per lasciarsi attirare da quella presenza, che, per la vibrazione che provoca in me, diviene così interessante da fare scattare la ricerca! Se questa ricerca non si ferma, non si blocca, per spiegare quella
presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro. Ma spesso noi blocchiamo questa ricerca, e lo si vede dalle innumerevoli volte in cui sentiamo dire: perché davanti alla realtà dobbiamo tirare in ballo il Mistero, il Tu, Dio? Si domanda questo come se il rimando a un altro fattore oltre e dentro ciò che si vede, non fuori, ma oltre e dentro ciò che si vede, non fosse contenuto in ciò che si vede, nell’esperienza di ciò che si vede, nel dato, ma fosse costruito da noi. Certamente questo rimando è colto dal soggetto, ma appartiene all’oggetto, alla cosa, all’esperienza della cosa.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011