Per paura di morire mandiamo a morte le relazioni.

Amedeo Modigliani, Jeanne Hebuterne

(Il) consumismo sessuale, quella “smania del tutto e subito” radicata nella paura della morte. Il paradosso è questo: che per sfuggire alla morte ci manteniamo al suo cospetto per tutto il tempo. Che per paura di morire anticipiamo la morte scegliendo la solitudine, e mandiamo a morte le relazioni, o meglio non le facciamo neanche nascere, e non facciamo nascere più nulla.
Ma questo tenersi lontani dalla nascita, categoria cara ad Hannah Arendt (e lontani dalla rinascita cristiana, mediante la Resurrezione, in una vita non più minacciata dalla morte), non può forse essere letto come eccesso di maschilità del mondo? Scola conclude parlando di castità, e riconducendo il termine al suo significato originario, che non è quello di privazione, ma vuole semplicemente dire “tenere pulito, in ordine”, attività che le donne hanno sempre praticato con pazienza meticolosa.
Il senso di questa misura e di questa regola ce lo portiamo misteriosamente dentro, come un’impronta indelebile. Perfino certi sesso-dipendenti, tipo David Kepesh e altri disperati protagonisti dei romanzi dello spiritualissimo Philip Roth, con il loro disordine compulsivo non fanno altro che testimoniare la struggente mancanza del “bell’amore”, agitandosi intorno al vuoto scavato dalla mancanza di Dio.

Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

Quella radicale apertura che è il soggetto umano.

Amedeo Modigliani, La giovane donna di Montmartre

Il concetto di emancipazione trattiene in sé e ipostatizza l’idea della schiavitù. La donna ha sempre tenuto il posto dell’altro, e gli ha sempre fatto spazio in sé. Ma se anche lei si scorda vendicativamente di questo, se non vuole più essere l’Altra ed elimina l’Altro dalla sua strada, se non è più lì a testimoniare con il suo corpo schiuso quella radicale apertura che è il soggetto umano, inestricabile dal suo oggetto (certa psicoanalisi è giunta a parlare di oggetti-sé), quel dinamismo spirituale che nell’esperienza della maternità diventa carne, chi lo farà al suo posto suo? Viviamo in un affascinante tempo di lotta tra l’epica dell’individuo e il “bell’amore” di cui ci parla Scola, quella relazionalità che ci segna  fin nella nostra fisiologia più minuta, e che neuroscienze e scienza sociale, da Giacomo Rizzolatti a Jeremy Rifkin, classificano come empatia. In questa lotta la questione della differenza sessuale e del rapporto con il nostro primo altro – l’uomo per la donna, la donna per l’uomo – è un passaggio decisivo.

Marina Terragni, Il Foglio 21 luglio 2010

Senza l’ingombro di un padre.

Edward Hopper

(..) In cerca di quella ragionevole felicità che si incontra solo quando si smette di credere nell’individuo irrelato, triste chimera che ci sta divorando e che oggi seduce più le donne, neofite dell’individualità, che gli uomini.

Convinte di poter fare tutto da sole, lavoro, casa e anche figli, da tirare su senza l’ingombro di un padre, tendono a diventare loro stesse la copia conforme di quegli uomini da cui si tengono accuratamente lontane. Il rischio dunque è che l’esito di quella millenaria “perversione” dei rapporti tra i sessi (giudizio inequivoco di Joseph Ratzinger) che è stato il dominio dell’uomo sulla donna, sia una perversione ben più subdola e sottile, una nuova e più perfetta forma di dominio: l’asservimento delle donne al modo maschile di concepire la sessualità, le relazioni, il lavoro, il mondo.
Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

Il bell’amore.

Franz von Stuck, Il bacio della Sfinge.

La prima cosa che ho pensato, leggendo il discorso del patriarca Angelo Scola ai veneziani per la bella festa del Redentore è che il puro sesso è davvero un pessimo investimento. Sempre che esista un sesso in questo supposto stato di “purezza”: il nostro ambiente naturale è il simbolico;
per noi, bizzarri animali, le cose, e perfino gli istinti, cominciano a essere solo dal momento in cui gli diamo un nome.
“Normati” e costretti per la vita, anche da vecchi, a rincorrere quel piacere momentaneo; un sacco di energie spese per allestire fuggevoli rendez-vous. Ma fin dai primi e provvisori bilanci esistenziali, ti rendi conto che è già un successo se di quelle circostanze roventi te ne ricordi un
paio. Un tempo il consumismo sessuale tentava solo l’umanità maschile. Gli si davano altri nomi – collezionismo, dongiovannismo – e forse, tutto sommato, qualcosa di sacro resisteva. Oggi il sesso è dappertutto, nella triste provincia dei ragionieri scambisti e dei sabati al privé. Ma se il sesso è dappertutto, come dice Charles Melman, allievo di Lacan, vuole dire che non è più al centro. E questo è un guaio per la nostra identità. Oggi anche l’umanità femminile si dà al raunch e alla caccia grossa, “liberata” nel corso della cosiddetta rivoluzione sessuale, storico imprinting dell’omologazione tra i sessi. E allora, ti dicono tanti ragazzi, meglio una bella partita di pallone, una sgambata in montagna, casomai una sbronza nel week-end. E tocca a un cardinale ricordarci che cos’è il desiderio, il godimento, il “bell’amore”.

Marina Terragni, Il Foglio, 21 luglio 2010

Se hai il cuore sufficientemente grande.

Ti puoi anche disperare, come Julianne Moore, moglie anni Cinquanta in “Lontano dal Paradiso”, di fronte al coming out del tuo amato sposo, ma non puoi non comprendere. E dopo un ragionevole periodo di assestamento, se hai un’anima sufficientemente grande, puoi anche continuare ad amare.

 

Marina Terragni, Gli uomini, i trans e quel mondo dove non c’è posto per le donne, Corriere della Sera, 28 ottobre 2009

Il rapporto con la realtà

Leaving Bodø to Å, Norway 2009

Leaving Bodø to Å, Norway 2009

(..) quando, per esempio, fai il mestiere del giornalista, che è quello di cui so meglio. Lì si tratta di raccontare fedelmente la realtà.
Per fedelmente intendo con fiducia, dandole credito, non resistendole.
Permettendole di penetrarti.
Quando si dà fiducia alla realtà e la si accoglie,allora la realtà fa a sua volta uno strano lavoro, si ammorbidisce, si smaglia, lascia passare luce attraverso la sua trama, si svela.
(..) Si tratta di non resistere, di lasciarsi attraversare, di farsi ponte.
Di ricondurre, in fondo, te stesso e la realtà, il dentro e il fuori, alla stessa matrice originaria.

Marina Terragni, Dentro è fuori, Il Foglio, 23 luglio 2009