Chiedono di darsi (la maturità è tempo adoperato).

Gli adulti e gli anziani non chiedono altro che di essere metaforicamente mangiati. Chiedono di darsi, di servire e lasciare qualcosa al momento di morire; qualcosa che serva di alimento all’eterna gioventù del mondo, con il suo ineffabile segreto, la gioventù che, finché dura, non ha passato né futuro, è eterna. Eterna. Per questo a volte i giovani si angosciano, perché si sentono prigionieri dell’eternità della loro gioventù. La maturità, al contrario, è tempo accumulato, tempo adoperato, istante dopo istante, compresa l’eternità della gioventù che si è trasformata in tempo, questo tesoro.

Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820

Consumandosi nel pensiero del proprio futuro.

Il fiore è l’immagine più compiuta del puro presente, del presente senza passato e senza futuro, compiuto in sé stesso come lo è la giovinezza per colui che la contempla, benché il giovane si stia consumando nel pensiero del suo futuro. Il fiore dà tutto sé stesso nella presenza. Il frutto è l’immagine perfetta della comunicazione, chiede di essere mangiato.

Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820

La gioventù svanisce.

Nessuno mangia un fiore se non per stranezza o perversione, tutti mangiamo frutti. Frutto è ciò che si mangia, per cui anche alcune radici sono frutti. È certo anche che ci sono frutti inutili, secchi o velenosi.

Il fiore è presenza e profumo, alata presenza simile alla farfalla, all’uccello, figura di sogno quanto più è bella, con una specie di presenza che suggerisce il suo immediato svanire come accade con i sogni che non passano, ma svaniscono.

La gioventù, in tal modo, non “passa” esattamente perché tutto quel che passa lascia una traccia, mentre la gioventù svanisce.

Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820

Che strana cosa è la gioventù.

Che strana cosa è la gioventù.

Allora, che cosa strana è la gioventù che se ne va e basta, senza lasciare alcuna eredità? O non sarà invece che l’eredità lasciata rechi la traccia di una trasformazione dell’anima e della persona intera, dell’organismo, dell’intelligenza, di tutto l’essere, insomma? Una trasformazione che, per compiersi, ha necessità di consumare tutto ciò che definisce la gioventù? Come un frutto che ha dovuto formarsi a spese del fiore, cancellandone la memoria.

Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820

La fatica dell’esser sempre desti: essere sempre presenti a se stessi.

L’esser desti sembra consistere in un esser presente del soggetto a se stesso: in un sentirsi immediatamente come uno. Questo uno fa riferimento nello stesso senso al sentire un essere, il soggetto si sente immediatamente come un essere. Un essere sito in un luogo determinato, pertanto in stato di quiete, in un luogo che gli è proprio, che gli appartiene perché se n’è appropriato costantemente, in un impercettibile sforzo che si fa sensibile nelle situazioni, qualunque esse siano, in cui si sente fluttuare.

E proprio il farsi sensibile di questo sforzo lo rivela e rivela al tempo stesso che ha luogo sempre, che è, a livello più basso, più impercettibile, tensione. Tensione, da qui la fatica dell’esser sempre desti, che sopraggiunge anche quando non si è compiuto alcuno sforzo fisico, né intellettuale, quando il dispendio energetico non è tale da giustificare la caduta nel sonno. È la tensione, alla lunga insopportabile, di appropriarsi del luogo nella realtà, tra la realtà, la tensione dell’esser sempre presente a se stesso.

Maria Zambrano, I sogni e il tempo, Pendragon

Dormire è abbandonarsi alla vita.

J.E.Millais, Ophelia

Dormire per l’uomo è abbandonarsi alla vita, immerso nella notte dell’essere.

Lasciarsi andare alla vita, abbandonarsi alla vita, alla sua illimitatezza, senza l’appiglio della realtà. Chiudere gli occhi in un atto di totale fiducia. Arrendersi, fidarsi, credere. Ne deriva l’insonnia prodotta dall’inquietudine, dalla sfiducia, dalla semplice miscredenza. La preghiera che a conclusione dello stato di veglia del credente è la più adeguata preparazione all’entrata nel sonno, è l’atto di assoluta fiducia che rinvia all’abbandono completo, al commiato dalla realtà -sempre relativa nella vita umana-, al ritorno a questo stadio iniziale assoluto.

Maria Zambrano, I sogni e il tempo, Pendragon 2004

Destino e vocazione

“(..) Invece della vocazione si parla di professione, spogliando questa parola dal suo senso originario, rendendola equivalente a occupazione o al semplice lavorare per guadagnarsi da vivere.

La parola vocazione ha, come tutte le parole, affinità con altre; è rinchiusa all’interno di una costellazione e, infatti, ci sono parole che sembrano consanguinee perchè hanno la stessa sorte come, per esempio, accade con la parola destino.

Non si può nemmeno parlare di destino se non risulta chiaro che ci si riferisce alla vocazione. Le persone, invece di usare destino, dicono impiego: il destino di un essere umano è ridotto a trovare ciò che gli risulta più conveniente tra gli impieghi che gli sono accessibili.”

Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820