Iuva pusillanimes, refove flebiles (Sancta Maria, succurre miseris).

 

Iuva pusillanimes, refove flebiles (Sancta Maria, succurre miseris). 


 

Sancta Maria, succurre miseris, iuva pusillanimes, refove flebiles, ora pro populo, interventi pro clero, intercede pro devoto femineo sexu; sentiant omnium tuum iuvamen quicumque celebrant tuum sanctum patrocinium.

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Al termine della cerimonia la mamma di Giovanni – Ester Poncato – ha avuto la forza di prendere in mano il microfono per riferire della telefonata avuta il giorno precedente con Julián Carrón, alla guida di Comunione e liberazione dopo don Giussani. «Mi ha detto che la consolazione sostanziale, che non si basa quindi sul sentimento, è quella di sapere che il destino di Giovanni si è compiuto. Carrón mi ha detto: “gli hai voluto bene e adesso gode di un bene più intenso”».

L’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino.

L.Le Nain, Famiglia di contadini, 1640

L’immagine solita (della famiglia) è fallace, perché – come abbiam detto tante volte – si può mettere bambini al mondo senza coscienza dello scopo della loro esistenza, come le gatte mettono al mondo gattini: non è tanto l’espulsione di un feto, quanto l’educazione di un uomo e l’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino. Senza questo non esistono paternità e maternità.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR

Nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita.

Il segno che la vita è continuamente ricevuta per essere offerta è anche altrove, per esempio nel nostro ombelico. (..) Ma se davvero ti guardi l’ombelico, che  cosa scopri? Una cicatrice. La tua prima cicatrice, che è la testimonianza ineffabile del tuo rapporto con un altro, della tua relazione con tua madre, che fu per te la prima dimora. E se non l’avessi incontrata non saresti mai nato. Cosicché  il nostro ombelico ci ricorda la nostra dipendenza originale da un altro, ci ricorda che non ci siamo fatti da noi stessi e che nel mezzo di noi stessi c’è questa ferita, questa ferita che è il segno di un dono, questa ferita che ci chiama a donare a nostra volta, a non temere le ferite se sono per dare la vita.

Fabrice Hadjadj, 28 agosto, Meeting di Rimini

Il padre dov’è? Si è dileguato da tempo.

E così è: il maschietto italiano è tanto consapevole della sua inattitudine a uscire dall’oikos e fondare una famiglia in età sana che se ne fa vanto. Ma insomma, mettetevi un po’ nei panni di stellín: se a casa hai chi ti fa il letto e rimbocca le coperte pure alla fidanzatina, chi ti prepara la cena e ti lascia il pranzo nel forno, chi ti paga le bollette e ti passa la paghetta extra se quella ordinaria l’hai dilapidata anzitempo, chi ti mette le mutande in lavatrice e te le stira, se hai gratis un albergo a cinque stelle altrimenti definibile come un sistema personalizzato di welfare fondato su mammà (e il padre dov’è? Si sa, si è dileguato
da tempo), un dono unilaterale che il ventre infinito e tellurico della Grande Madre, dell’ape regina, concede all’oggetto delle sue coccole.
Cosicché, se a scuola marca male è responsabilità degli insegnanti che non capiscono, se il primo stipendio non arriva, è colpa della società che non capisce quant’è intelligente e creativo il ragazzo, e quando arriva è meglio spenderselo il sabato piuttosto che nell’affitto del primo appartamentino di periferia. Per cui, se a diciott’anni vuoi andar via, in te c’è qualcosa che non va, un’infezione di ribellismo di cui parlare con lo psicanalista.

Angelo Mellone, Il Foglio, 31 dicembre 2009

Non mi basta mai nulla.

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Foto di Gianni Berengo Gardin, dalla rete.

Ma il medico ginecologo Francesca Piol (trentottenne sposata con un altro medico e madre di otto figli) dice: “Io lo penso spesso – mi riprendo quello che ho perso – ma è proprio in quel momento che mi dico: guarda quello che hai. E allora vedo tutto quello che ho guadagnato”. Il consiglio di Francesca è di mettere sempre davanti “quello che c’è, perché è ovvio che a mettere davanti quello che non hai ti sembrerà che manchi sempre qualcosa.

Il desiderio del cuore è talmente grande che è normale sentire la finitezza. Ma per me questo non significa accontentarsi.

Non mi basta mai nulla, ma contemporaneamente cerco di dare valore al presente. Non mi scandalizzo del mio limite, però. Una delle mie figlie, alla vigilia della prima comunione, si è messa a piangere dicendo che le sembrava di non avere peccati e che però questo era un peccato. Ecco, la cosa difficile è avere la coscienza del peccato. Lo penso la mattina quando attraverso il reparto e vedo che non a tutti i pazienti riesco a dare il massimo, magari perché non tutti sono gentili o puliti o educati come vorrei. Oppure quando mio figlio mi si avvicina e mi chiede aiuto e io, stanca e nervosa, non riesco a darglielo. Però so che c’è un ordine naturale delle cose. Magari capita di sbagliare, di sovvertirlo, ma c’è”.

 

Marianna Rizzini, Il Foglio, 29 ottobre 2009

L’educazione è un’alleanza fra generazioni

Famiglia

L’educazione è la continuazione “di quell’agire con cui i genitori per primi rendono ragione al figlio della promessa che essi gli hanno fatto mettendolo al mondo”.
Di qui il rapporto indissolubile tra generazione ed educazione.

L’educazione è “un esercizio di umanità” che mette in gioco molti attori – il soggetto, la famiglia, la scuola, l’insegnante – ed è quindi un’alleanza tra generazioni.

Giorgio Israel, Il Foglio, 13 ottobre 2009

Educazione borghese

Sembra che ogni nuova generazione di giovani sia sempre più suscettibile e sempre più pusillanime e ogni nuova generazione di genitori sempre più disposta a proteggerla e a incoraggiare questa pusillanimità, in un crescendo senza fine. (..)

Questi adolescenti pusillanimi e dispotici non provengono in genere da famiglie emarginate o povere (sebbene, come in ogni cosa, esistano delle eccezioni) ma dalle classi medie e benestanti.

Javier Marìas, NYT e Corriere della Sera

Nessuno impegna la propria vita

Tuttavia, mentre la Chiesa paragona la vita umana con la vita della Santissima Trinità – prima unità di vita nella pluralità delle persone – e non si stanca di insegnare che la famiglia ha il proprio fondamento nel matrimonio e nel piano di Dio, la coscienza diffusa nel mondo secolarizzato vive nell’incertezza più profonda e tale riguardo, soprattutto da quando le società occidentali hanno legalizzato il divorzio. L’unico fondamento riconosciuto sembra essere il sentimento, o la soggettività individuale, che si esprime nella volontà di convivere. In questa situazione, diminuisce il numero dei matrimoni, poiché nessuno impegna la propria vita con una premessa tanto fragile e incostante, crescono le unioni di fatto e aumentano i divorzi. In questa fragilità si consuma il dramma di tanti bambini privati del sostegno dei genitori, vittime del malessere e dell’abbandono, e si diffonde il disordine sociale.
La Chiesa non può restare indifferente di fronte alla separazione dei coniugi e al divorzio, di fronte alla rovina delle famiglie e alle conseguenze che il divorzio provoca sui figli. Questi, per essere istruiti ed educati, hanno bisogno di punti di riferimento estremamente precisi e concreti, vale a dire di genitori determinati e certi che, in modo diverso, concorrono alla loro educazione. Ora è questo principio che la pratica del divorzio sta minando e compromettendo con la cosiddetta famiglia allargata e mutevole, che moltiplica i “padri” e le “madri” e fa sì che oggi la maggior parte di coloro che si sentono “orfani” non siano figli senza genitori, ma figli che ne hanno troppi. Questa situazione, con le inevitabili interferenze e l’incrociarsi di rapporti, non può non generare conflitti e confusioni interne, contribuendo a creare e imprimere nei figli una tipologia alterata di famiglia, assimilabile in un certo senso alla stessa convivenza a causa della sua precarietà.

Benedetto XVI