Quello che desideriamo come libertà è per sempre.

Quello che desideriamo come libertà è per sempre.

(..) Questo è molto interessante, di nuovo, perché è vero che è un giudizio; ma il problema è: quando diciamo: «Libertà», che cosa stiamo dicendo? Se Giussani dice che soltanto in un caso l’uomo è libero, se è diretto rapporto con l’infinito, che cosa vuol dire? Se l’uomo è soltanto un pezzo del meccanismo delle circostanze, noi dipendiamo da come vanno le cose; quando qualcuno ci loda ci
rallegriamo, e quando non lo fa affondiamo, come tutti. Che novità c’è in questo? Nessuna. Questo è la libertà? No, questa sarebbe una libertà a tempo: quando si compiono più o meno i nostri sogni, allora siamo liberi; e quando no, ci arrabbiamo. Ma – dice Giussani – quello che desideriamo come libertà, cioè come soddisfazione, non è soltanto per un momento, ma per sempre. Questo si vede quando ci troviamo davanti a uno da cui ci difendiamo, o quando qualcuno ci ferisce. La libertà è un bene molto scarso se dipendiamo, come tutti, dal flusso delle circostanze: quando le cose vanno bene, siamo contenti; quando le cose vanno male, affondiamo. Logico. Ma qui dice un’altra cosa, qui dice che la libertà è rapporto diretto con il Mistero! Allora quale errore occorre capire? Che non
soltanto io guardo l’altro in modo parziale, ma io guardo prima di tutto me stesso in modo parziale! Perché se io mi rendo conto che sono rapporto con il Mistero, e che è questo che mi rende libero e che mi soddisfa, allora siccome ho già in anticipo questa soddisfazione, posso essere libero dal fatto che qualcuno mi conceda le briciole che cadono dal suo tavolo. Se io non sono a questo livello di
libertà come esperienza, dipendo come tutti dalle briciole; e allora parlare di libertà diventa patetico. Per questo, o noi dipendiamo da Dio e allora siamo liberi da qualsiasi circostanza, o non dipendiamo da Dio e allora siamo schiavi di qualsiasi circostanza.

Julián Carrón

 

Qualsiasi cosa voglia, è disposto a pagarla con l’anima.

Qualsiasi cosa voglia, è disposto a pagarla con l’anima.

In Social and Cultural Dynamics (di Sorokin: NdA) la libertà individuale viene posta uguale a un rapporto: quello tra la somma al numeratore dei mezzi disponibili per la gratificazione dei desiderie la somma dei desideri al denominatore. L’equazione serviva a Sorokin per definire e distinguere società ideazionali, plasmate dalla minimizzazione dei desideri, da quelle sensiste, ossesse come il capitalismo dalla massimizzazione dei mezzi. (…) Ci sarebbe una frase ancora più breve e potente per capire la libertà umana. ma richiederebbe di tornare di molto indietro, a un breve frammento di Eraclito:”Qualsiasi cosa voglia è disposto a pagarla con l’anima”.

Geminello Alvi,  Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio

Una ragione libera, capace di stare davanti al reale, è una ragione affettiva.

Una ragione libera, capace di stare davanti al reale, è una ragione affettiva.

Per cui una ragione libera, capace di stare davanti al reale, è una ragione
affettiva. Dove pesca questa certezza che tutti abbiamo visto a Rimini,
tanto che lo ha riconosciuto anche chi è lontano dalla nostra esperienza? Evidentemente non si tratta di una sicurezza di sé, come un’autosufficienza
in cui crediamo di potere vivere. È proprio il contrario: la certezza è un legame affettivo con la verità, e questo, solo questo, può renderci liberi da qualsiasi
potere.

Davide Prosperi, Milano, 1 ottobre 2011

Aspettando di cambiare le circostanze.

Aspettando di cambiare le circostanze.

Giorgio De Chirico, Mobili nella valle.

Oggi ci troviamo di fronte a un desiderio enorme di libertà, ma allo stesso tempo constatiamo l’incapacità di essere veramente liberi, cioè noi stessi, nella realtà. È come se, di fatto, ognuno si piegasse a quanto ci si aspetta da noi in ogni circostanza: così uno ha una faccia nel lavoro, un’altra con gli amici, un’altra in casa… Ma dove siamo veramente noi stessi? Per non dire quante volte uno si sente soffocare nelle circostanze della vita quotidiana, senza la minima idea di come liberarsi, se non aspettando di cambiare le circostanze stesse (questa, spesso, sembra l’unica strada di liberazione che riusciamo a concepire). Alla fine uno si trova bloccato, sognando una libertà che non arriva mai. In un momento storico in cui si parla tanto di libertà, assistiamo al paradosso della sua mancanza, della sua assenza.

Julián Carrón, Rimini 2011.

Però, per favore, ancora un pochino.

Però, per favore, ancora un pochino.

Foto di Diane Arbus

Trent0anni fa eravamo pronti a trucidare padri spesso gentili, e talvolta fin amorosi, per asservirci a feroci despoti delle steppe e del fiume Giallo che ci avrebbero impiccati per il furto di una caramella. Non ci ribellavamo alla servitù, ma alla libertà, vogliosi di veri, implacabili padroni. Più audaci, i nostri figli si ergono essi stessi a tiranni.

Sia chiaro: gli aguzzini della nostra vecchiaia non sono meno sanguinari degli eroi di gioventù. Creare il culto del figlio significa venerare un dio punitivo che vorrà fin da subito vendicarsi di quello che gli avremo dato. E sempre più, col passar degli anni, c’infliggerà ogni sorta di tortura e umiliazione, un puma agile e sorridente che non indietreggerà davanti al più feroce scempio. Finché un giorno, piagati e morenti, volgeremo al cielo i poveri occhi consunti mormorando: “Grazie Signore di porre fine a questo strazio. Però, per favore, ancora un pochino”.

Umberto Silva, La figlia unica, il notes magico

Il fatto, proprio perché è un segno, chiede la libertà.


Gli stessi fatti sempre hanno un’interpretazione. Se io vedo due persone in metropolitana – ho fatto
spesso questo esempio – che si scambiano un regalo che io ho visto in un negozio “Tutto a un
euro”, posso dire: «Queste persone si stimano soltanto un euro», o: «Queste persone attraverso
questo dono si dicono quanto si vogliono bene». Il fatto è lo stesso. Davanti ai miracoli di Gesù uno
diceva: «L’ha fatto per il potere di Dio», l’altro: «L’ha fatto per il potere del diavolo». Il fatto,
proprio perché è un segno, chiede la libertà, per questo la libertà si esprime – dice Giussani –
nell’interpretazione del fatto. La questione è quale delle due interpretazioni dà più ragione di tutti i
fattori del fatto, di tutti gli elementi del fatto! Se tu fossi lì a dare a una persona amata il regalo che
vale un euro non è che ti fermi al valore monetario del dono: «Ti voglio bene, attraverso un euro o
attraverso un milione di euro». Non è questione di prezzo, è un segno attraverso cui ti dico quanto ti
voglio bene. Per questo è falso fermarsi al valore monetario: perché l’interpretazione data del fatto è
riduttiva. Non perché non occorra un’interpretazione, no, ma l’interpretazione che tu stai dando è
riduttiva dell’esperienza che sto facendo io, per questo non mi sento capito. La questione è: che
cosa ti consente di non ridurre il fatto a un’interpretazione a volte così meschina? Soltanto se uno ha
una semplicità che consente di capire tutta la portata di quello che sta succedendo lì.
Julián Carrón, 12 gennaio 2011.

Per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare: occorre semplicemente cedere.

Tu dici (..)  che desideri superare questa paura e resistenza non con lo sforzo artificioso e moralistico. Che cosa vuol dire questo? Che noi prima riduciamo quello che siamo, e allora l’unica cosa che ci resta è lo sforzo doveristico. Ma è evidente che uno resiste, che ha paura di questo! La questione è che tu e io siamo molto di più di quello a cui noi ci riduciamo; e se uno capisce che il problema non è quello a cui noi ci riduciamo, ma questo desiderio sconfinato che ci troviamo addosso, questa sproporzione, la questione diventa come sia possibile vivere senza il riconoscimento della presenza di Cristo. Se uno capisce che senza di Lui tutto diventa veramente pesante, allora incomincia a intravedere che la vera soluzione a questa nostra tentazione di autonomia è l’abbandonarsi, che l’abbandonarci è quello che più ci conviene: non occorre uno sforzo moralistico, ma lasciarci abbracciare da un Altro. E questo non è un problema di sforzo, ma di libertà, perché per lasciarci abbracciare non abbiamo bisogno di un’energia particolare (che invece servirebbe per non so che razza di sforzo): occorre semplicemente cedere. La questione vera è capire che questo ci conviene, che questo non soltanto non è un sacrificio, che questo è la verità di me più di quello che io riesco a fare.

Julián Carrón, Appunti di Scuola di Comunità, 15 dicembre 2010