La vita può essere un’altra cosa!

La vita può essere un’altra cosa!

(…) Una carissima amica mi aveva fatto notare tutta una serie di particolari di me, di come stavo lavorando e di come mi stavo approcciando alla realtà, che mi facevano perfettamente capire che io invece avevo un modo assolutamente analitico di lavorare, esattamente come tutti, quindi con contributo al mondo pari a zero. E questa è la prima verifica. Succede un fatto. Faccio la cardiologa, ho iniziato da poco a lavorare e, vuoi l’inesperienza vuoi la paura di sbagliare vuoi tante cose, comincio la guardia, e ricevo una chiamata per una consulenza a una donna di cui peraltro mi aveva già parlato un mio collega. Secondo me non era una richiesta da fare, non c’era bisogno di chiamarmi; questa donna era stata già valutata dal centro di riferimento il giorno prima, quindi cosa potevo aggiungere io?
Già durante la chiamata non le ho mandate a dire alla collega che mi aveva coinvolto. E con questa posizione assolutamente ridotta e preconfezionata, come se la realtà fosse il luogo della paura, sono andata su. Faccio la mia consulenza, chiudo la cartella e me ne vado a casa. Ma a me non tornavano i conti, non mi tornavano proprio! Avevo un vuoto dentro, clamoroso. Tu continui a dire: «La verifica è un io diverso»; io invece mi ritrovavo ad aver lavorato come tutti: ridotta io, ridotto tutto il mio desiderio di costruire sul lavoro, ridotto il rapporto con quella paziente (infatti l’ho anche guardata poco). Non mi tornavano i conti.
E perché non ti tornavano i conti? Perché non avevi fatto la performance?
No, clinicamente io non avevo dubbi, ma non era la verità di me che mi dicevi tu, non era la verità di quella realtà. E mi colpiva perché dentro quella realtà io mi stavo rendendo conto che invece io sono stata guardata diversamente, e quelle parole che continuavano a rimbombarmi nella testa mi ridicevano la strada. Per cui oggi prendo e ritorno in quel reparto, ritrovo la persona con cui ho parlato al telefono e le dico: «Io innanzitutto mi voglio scusare per come mi sono approcciata ieri». E da lì è partita una discussione interessantissima, mi si è aperto un mondo, al punto che alla fine le ho detto: «Senta, io non sono tornata qui per un dubbio clinico, ma proprio per me, per questo dubbio di verità». Alla fine riprendo la cartella e vado a riparlarne con il consulente di quel reparto, che ci capisce più di me; ritirando fuori tutto il caso mi ha fatto anche notare dei
particolari clinici che non avevo approfondito. Per cui ritorno per la terza volta in quel reparto – l’orgoglio è un mio tratto inconfondibile, non sarei mai tornata indietro per un’idea o per un pensiero –, ricerco quella collega e le dico: «Mi scusi, ieri l’ho quasi insultata e oggi sono qui…». Alla fine mi ha detto: «Ma no, si impara, è dinamica la cosa. Grazie di esser tornata». E io ho pensato: con questo approccio diverso, che mi ha permesso di avere un visione completa sulla realtà, addirittura Cristo mi insegna a lavorare! Io con la mia analisi non ero riuscita a venirne fuori, era un rapporto ridottissimo che svuotava me. Oggi, quando sono tornata a casa, mi son detta: questa è un’altra vita, è un’altra possibilità. Io questa cosa l’ho verificata, non me la tolgo più.
Grazie. La vita può essere un’altra cosa!

Julián Carrón, Scuola di Comunità 2012

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Dark satanic mills.

Lo Stato italiano garantisce la libertà di culto? Un cazzo. Lo Stato italiano non garantisce un cazzo. Non esiste libertà di culto per chi è costretto a lavorare la domenica. Gli inglesi Verve in una loro canzone cantano “bright prosaic malls” facendolo scaturire da un magnifico verso di William Blake, “dark satanic mills“. I rocker e i poeti percepiscono perfettamente il potere maligno di mills e malls.

Camillo Langone, Manifesto della destra divina, Vallecchi.

Liasons dangereuses

Valerio Adami, Metamorfosi

Elvira Serra, in un articolo dall’aria vagamente scientifica e distaccata, parla sul Corriere della Sera di sabato 21 novembre, dell’innamoramento sul luogo di lavoro, titolando “I prigionieri dell’amore in ufficio”. L’occhiello, per certi versi irritante, ai limiti dell’idiozia (donde il tag) spiega che “il rischio è la claustrofobia, ma la produttività aumenta”. A completare il senso sconfortante di banalizzazione c’è il commento di Maria Laura Rodotà, ovvero “Provateci, per favore” -e scrivetemi sul mio blog-.

Non importa la devastazione che rappresenta una simile concezione del rapporto: né soprattutto che uomini e donne siano totalmente incapaci di unità, ovvero di concepire la vita come qualcosa di unico, non divisibile, non a pezzettini, qualcosa che, pur nelle difficoltà, vale sempre la pena di essere vissuto, con significato. No, importa che “la sfera del noi avvantaggia la sfera professionale”.

Destino e vocazione

“(..) Invece della vocazione si parla di professione, spogliando questa parola dal suo senso originario, rendendola equivalente a occupazione o al semplice lavorare per guadagnarsi da vivere.

La parola vocazione ha, come tutte le parole, affinità con altre; è rinchiusa all’interno di una costellazione e, infatti, ci sono parole che sembrano consanguinee perchè hanno la stessa sorte come, per esempio, accade con la parola destino.

Non si può nemmeno parlare di destino se non risulta chiaro che ci si riferisce alla vocazione. Le persone, invece di usare destino, dicono impiego: il destino di un essere umano è ridotto a trovare ciò che gli risulta più conveniente tra gli impieghi che gli sono accessibili.”

Maria Zambrano, Per l’amore e per la libertà, Marietti 1820

Impegno e moralismo

Per noi tante volte «impegno» è uguale a «moralismo», e perciò usare la parola «lavoro» o la parola «mettere in moto qualcosa» è sinonimo di moralismo. No! Uno a cui piace la partita, fa uno sforzo, si impegna. E se uno gli dice: «Ma tu perché non stai a casa? Tanto la trasmettono alla TV». «Ma no, non è lo stesso vederla alla TV e andare allo stadio!”. Uno a cui piace la partita, proprio per la bellezza, si impegna, fa un lavoro. Uno si innamora: «Perché non ti basta chiamarla al telefono? Sei a due ore di macchina… ?».

Perché non è lo stesso.

Julian Carròn

Cosa è la vita?

Normalmente nella vita, per tutta la gente, è serio il problema dei
soldi, è serio il problema dei figli, è serio il problema dell’uomo e della
donna, è serio il problema della salute, è serio il problema politico: per
il mondo, tutto è serio eccetto che la vita. Non dico la vita – la vita come
salute è una cosa seria, facilmente –, ma “la vita”.
Ma cosa è “la vita” più che la salute, i soldi, il rapporto tra l’uomo e la donna, i figli, il lavoro? Cos’è la vita più di questo? Che cosa implica? La vita implica tutto questo, ma con uno scopo di tutto, con un significato.

Don Luigi Giussani, Si può vivere così? Rizzoli, Milano 2007