Il dolore declina in spettacolo.

Un fremito sembra (..) scuotere gli astanti, sullo sfondo del quadro creato dalla telecamera: non è solo la cretineria che spinge genitori con i figli in braccio, agghindate matrone e sfaccendati ragazzotti a farsi riprendere. Sono agitati da un confuso sentimento, come se per sentirsi vivi bisognasse per forza apparire in tv, frequentare le plaghe della visibilità. Così sembra. Poi si scopre che mentre era in corso l’operazione del recupero, (..) alcuni abitanti della strada hanno affittato a fotografi e cameraman un posto sul balcone per riprendere meglio la scena.

Aldo Grasso, Corriere della Sera, 1 agosto 2010

Perdite di tempo 2.

“(..) sì, nemmeno buttarsi sotto il prossimo camion gigantesco che ostruisce la visuale; sì, nemmeno buttarsi ma lasciarsi trascinare da questa forza che mi attira sotto le ruote, che mi chiama, (..) questa forza che dice di smettere l’assurda lotta per diventare bravo cittadino bravo contribuente bravo coniuge bravo genitore bravo lavoratore bravo essere umano.”

Camilla Baresani, Un’estate fa, Bompiani

N.d.A.: ho comprato il libro fidando nel giudizio di Camillo Langone, espresso sul Foglio qualche mese fa. Niente di più sbagliato, secondo me Langone il libro non l’ha neppure letto. Non avrei dovuto comprarlo, avrei dovuto fare il carotaggio à la Mc Luhan, ma non l’ho fatto. Non avrei dovuto finire il libro, che arrivati a metà comincia a stancare ed a segnalare che i disagi delle pagine precedenti non sono immaginari. Avrei dovuto gettarlo via, nella sezione carta e cartone della raccolta differenziata: l’ho fatto oggi.

Perdite di tempo 1.

Adesso che non mi immedesimo più, adesso che stento a trovare ragioni e passioni di un’estate fa, mi sono convinta che ogni storia sentimentale sia un incidente, che ogni incidente sia un mero frutto del caso e faccia perdere tempo, e che del tempo perso inseguendo l’amore si sarebbe potuto fare un altro uso. Anche se, probabilmente, quell’uso non sarebbe stato migliore. Perché la vita intera è un perdere tempo, un affannarsi, un mancare obiettivi elevati che spesso, comunque, nemmeno si coltivano.

Camilla Baresani, Un’estate fa, Bompiani

Quello di cui la morte non potrà mai essere accusata.

Quello di cui la morte non potrà mai essere accusata è di aver dimenticato a tempo indeterminato nel mondo qualche vecchio, solo per invecchiare sempre di più, senza alcun merito o altro motivo visibile“. (J.Saramago)

Josè Saramago, premio Nobel per la letteratura, scomparso ieri.

Saramago è stato dunque un uomo e un intellettuale di nessuna ammissione metafisica, fino all’ultimo inchiodato in una sua pervicace fiducia nel materialismo storico, alias marxismo. Lucidamente autocollocatosi dalla parte della zizzania nell’evangelico campo di grano, si dichiarava insonne al solo pensiero delle crociate, o dell’inquisizione, dimenticando il ricordo dei gulag, delle “purghe”, dei genocidi, dei samizdat culturali e religiosi.

Claudio Toscani, Osservatore Romano 19 giugno 2010

Quasi felice.

Il prof.Umberto Veronesi

Veronesi chi? Quello che “bisognerebbe che le persone a 50 o 60 anni sparissero” per lasciare spazio a “piccoli gruppi che si riproducono e si diffondono per clonazione” senza bisogno di entrambi i genitori come ai tempi dell’ “androgino-ermafrodita” originario [sic], ed anzi, preferibilmente che si producano per “autoclonazione” femminile, come nel caso di “una donna bella e intelligente che voglia figli, senza uomini, perché li odia” per concludere che, in questo modo, “il desiderio sessuale cesserebbe di essere uno dei maggiori elementi di competizione” e nessuno “sarebbe più ossessionato dalla ricerca del partner” realizzandosi finalmente una società “quasi felice”? [La libertà della vita, 2007] Questo, Veronesi? Questo, ha detto che “la religione impedisce all’uomo di ragionare”?

Gaetano Tursi, Portici (Na), lettera al Foglio, febbraio 2010.

Renne, rugiade (?), bimbi neri, piccole cose, piccolezze & idiozie assortite.

Raccolta di auguri pagani, buonisti, ecologisti e rosabindisti ricevuti, soprattutto via mail (si risparmiano le immagini di bimbi neri sorridenti, renne, alberi, feste minuscole, unicef etc…)

  1. Nella rugiada delle piccole cose il cuore ritrova il suo mattino e si ristora (K.Gibran);
  2. Auguri da M.M. (seguono titoli dell’augurante in enorme neretto): P pensaci prima di stampare;
  3. Auguri di buone feste
  4. Tanti calorosi auguri
  5. Tanti auguri di buone feste e buon anno 2010
  6. con i sensi della massima stima (sic)
  7. case innevate, disegno vittoriano, merry christmas rigorosamente scritto piccolo
  8. Offerte di festa. Possa la luce della stagione delle vacanze risplendono (sì, risplendono) nel tuo cuore;
  9. Palle -a volte anche solo due- alberi decorati, abeti, luci, Babbi Natale sorridenti, bambini, case innevate.

Eccesso di zelo ed idiozie politicamente corrette: la festa delle luci.

A Cremona un insegnante, -rispetto al quale avrei problemi a definire compiti, ruoli e missione educativa- per non urtare la sensibilità dei non cristiani, ha pensato bene di definire la festa del Santo Natale, nella scuola dove lavora, come Festa delle luci. Hanno smesso persino a Reggio Emilia, nei mitici asili dei soviet, nonché in Russia, di provare a ri-denominare il Natale come festa di Babbo Gelo (Babbo Natale è Santa Claus, non è nemmeno lui politicamente corretto). La tristezza che suscita la notizia non deriva dall’idiozia della proposta: no, deriva dal fatto che l’Occidente, davvero, sta suicidando se stesso e i suoi abitanti, evirati dentro, devitalizzati dentro l’anima.

Non lasciare nulla, nemmeno un motivo per meritarsi il Nobel*.

Jean Marie Gustave Le Clézio

Quando sarò morto non avrò lasciato niente. Quando avrò reso il mio respiro al freddo, quando avrò reso la mia carne alla terra, quando avrò restituito la mia anima al mondo, non avrò lasciato niente. Non sarò partito. Non sarò in pace. Avrò smesso di sapere, ma in fondo niente sarà cambiato. sarò sempre vivo, sparso nel mondo senza orizzonte, sarò sempre, qui o là, nella lotta per la vita. (..) Avrò aperto il sacco della mia autonomia, allora avrà luogo il movimento soave e sereno dell’osmosi. Mi spanderò.

J.M.G.Le Clézio, L’extase matéreielle, Gallimard 1993

*Per la letteratura, ça va sans dire.

Liasons dangereuses

Valerio Adami, Metamorfosi

Elvira Serra, in un articolo dall’aria vagamente scientifica e distaccata, parla sul Corriere della Sera di sabato 21 novembre, dell’innamoramento sul luogo di lavoro, titolando “I prigionieri dell’amore in ufficio”. L’occhiello, per certi versi irritante, ai limiti dell’idiozia (donde il tag) spiega che “il rischio è la claustrofobia, ma la produttività aumenta”. A completare il senso sconfortante di banalizzazione c’è il commento di Maria Laura Rodotà, ovvero “Provateci, per favore” -e scrivetemi sul mio blog-.

Non importa la devastazione che rappresenta una simile concezione del rapporto: né soprattutto che uomini e donne siano totalmente incapaci di unità, ovvero di concepire la vita come qualcosa di unico, non divisibile, non a pezzettini, qualcosa che, pur nelle difficoltà, vale sempre la pena di essere vissuto, con significato. No, importa che “la sfera del noi avvantaggia la sfera professionale”.