Sposandosi si lascia sempre qualcosa.


Il padre di famiglia porta su di sé alcuni pesi, alcune responsabilità. Sposandosi si lascia sempre qualcosa. Perché la vita familiare non va d’accordo con un “po’ di tempo solo per me”, con le “mie cose” e i “miei impegni”, con la carriera a ogni costo, con i viaggi e tante altre cosette che si possono fare quando si è scapoli… Un padre deve donarsi alla sua famiglia e alle sue esigenze. (..) il suo è un servizio, ai bisogni continui e imprevedibili dei figli. Il matrimonio cristiano è quindi anche sacrificio, per qualcosa di più grande; è obbedienza: alle circostanze, a quello che il coniuge o la realtà pongono ogni giorno sul cammino. Il padre di famiglia non può dire “io”, ma “noi”, e le sue decisioni sono, spesso, la semplice presa di coscienza di un dovere da compiere. Che, compiuto, gratifica e dà senso e gioia.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 5 agosto 2010

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Non c’è peccato che Dio non voglia perdonare.

Perché non c’è peccato che Dio non voglia perdonare, e perché “ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione”. Mi piacerebbe vedere una foto, un giorno, di Battisti che piange sui suoi peccati, e una in cui il suo riso non è più un riso beffardo, ma quello puro di un uomo nuovo che ha trovato il suo Dio. Un uomo che possa dire, nonostante tutto: “Felix culpa”.

La storia di Battisti mi fa balzare a un altro fatto di cronaca: i ragazzi di Cl picchiati e angariati dagli anarco-comunisti all’Università di Milano. Le azioni violente, infami, di quest’ultimi hanno la stessa origine ideologica degli omicidi di Battisti: nascono dall’ateismo di giovani che compiono azioni tanto più eclatanti e solenni, tanto più “spettacolari”, quanto più forti sono il vuoto e la rabbia interiori che li caratterizzano. Sono giovani disperati, “figli di padri malati” e di una società decadente che non possono sopportare che altri vivano la loro vita, quotidianamente, godendone il significato, ridendo e piangendo di gusto, costruendo pazientemente, giorno per giorno, un’esistenza fiduciosa e motivata.
A quei cinque ragazzi di Cl, che vorrei abbracciare come si fa con le vittime dell’odio cieco, ricordo quello che sanno già: sabato c’è il Banco alimentare, nato dall’insegnamento di don Luigi Giussani; ci sono i supermercati da presidiare per raccogliere un po’ di spesa e di cibo. Andate anche questa volta, con la stessa costanza e speranza con cui aprivate ogni giorno la vostra piccola cartoleria in università. Ci sono i soliti magazzini da riempire, e poi, ogni mese, c’è il pacco di viveri da portare alle famiglie più bisognose. In silenzio. Non in nome di
Marx, né del proletariato e della chiassosa e violenta lotta di classe, ma di Cristo e di ogni creatura umana fatta a immagine e somiglianza di Dio.

Francesco Agnoli, Il Foglio, 26 novembre 2009

La fatica della relazione con una donna.

Reference  Amedeo Modigliani 011

“Oggi non si cresce, neppure nella propria identità sessuale, perché manca il senso del sacrificio, l’educazione cristiana ai fioretti, alla tensione verso un obiettivo. L’uomo che non tende sta solo con ciò che è in quel momento: ad esempio con la sua disperazione. Per questo può ritenere che cambiare sesso, rimodellarsi in un impeto di ribellione, sia un modo per sfuggire la noia e l’insignificanza.

Relazionarsi significa uscire da se stessi, andare a incontrare l’altro, essere disposti a cercare altrove il completamento; riconoscere che non si basta a se stessi, essere disposti ad affrontare il mistero dell’altro, con tutto quello che comporta il mettersi in ascolto, il regolarsi sulle esigenze, i pensieri, i tempi, la diversità di un altro. Chi va con un trans, non va ‘col diverso’, come si dice, ma con l’uguale, perché ha paura della fatica della relazione. Fatica della relazione con un amico, perché altrimenti cercherebbe nell’amico maschio il sostegno amicale, spirituale che cerca; fatica della relazione con una donna, perché ha paura anche della relazione carnale, perché sa bene che la donna di solito chiede più di quello.

La cultura del sesso disgiunto dai suoi fini, la procreazione e l’affettività vera, è la cultura del sesso come ricerca egoistica dell’io nell’altro, che diviene puro mezzo. A questo punto la donna, ridotta a puro oggetto del desiderio sensuale, diviene intercambiabile, anzi, addirittura, tra gli oggetti erotici, il più banale e scontato. Meglio provarne anche altri. La cultura pornografica crea così consumatori di emozioni, soli con la propria istintività senza guida e senza scopo, cioè sterile, e la sterilità affettiva genera rapporti naturalmente sterili, perché anche l’idea della procreazione spaventa chi, racchiuso in se stesso, teme la relazione”.

Marianna Rizzini, intervista a Francesco Agnoli, Il Foglio, 29 ottobre 2009

Qualcuno capace di rendere pieno il vuoto che ho dentro.

Francisco De Zurbaran, Bodegon

Francisco De Zurbaran, Bodegon

“Ci hai fatto per Te, e il nostro cuore è
inquieto, finché non riposa in Te” (cor
nostrum inquietum, donec requiescat in
Te
): è un’altra delle poche frasi di Agostino
che ricordo, metà in italiano e
metà in latino. Me la ripeteva spesso mio
padre, e la parte in latino mi affascina
sempre e mi sembra tuttora che valga
cento milioni di libri e di filosofi. Dice
che l’inquietudine ha un significato: che
è un metodo di conoscenza; che se compresa
porta al riposo; che il nostro cuore
può raggiungere un momento, nell’aldilà,
ma anche nell’aldiqua, in cui l’inquietudine
si ferma, l’agitazione scompare,
il senso di fame e di sete si placa,
e tutto appare improvvisamente chiaro
come per un lampo che illumini la notte.
C’è Qualcuno capace di rendere pieno
il vuoto che ho dentro. C’è il vuoto, sì,
è vero, ma perché c’è Chi lo può colmare.
Questa semplice verità mi è sempre
sembrata di una forza inaudita. Se la
meditassimo tutti i giorni sarebbe sufficiente
a non farci smarrire così spesso
dietro gli inganni i beni transeunti ed effimeri
che spesso eleggiamo a idoli.

Francesco Agnoli, Dentro di me c’è un buco, Il Foglio 10 settembre 2009

Dentro di me c’è un buco

Giorgio De Chirico, Enigma dell'ora

Giorgio De Chirico, Enigma dell'ora

Perché una cosa è certa: che
quello che ho dentro, soprattutto, è una
mancanza, un desiderio, una tensione,
una domanda. Conoscersi è soprattutto
conoscere il proprio limite, il proprio bisogno,
il proprio essere medicanti di verità,
di bene, di giustizia, di perdono.

Francesco Agnoli, Dentro di me c’è un buco, Il Foglio, 10 settembre 2009

Predestinazione, scrupoli, libertà.

lutero
“In verità le indulgenze erano per (Lutero) opere inaccettabili in quanto erano opere buone, compiute allo scopo di abbreviare la permanenza in Purgatorio. Lutero non accettava nè le opere buone, nè il Purgatorio, convinto com’era che ogni anima è come un cavallo, predestinato ad essere montato da Dio o dal Diavolo. La sua lotta non fu per la riforma dei costumi, anche perchè colui che non credeva alla santità ed alle opere buone, non poteva lottare per esse, e neppure viverle.”

Francesco Agnoli, Il Foglio, 6 agosto 2009