Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore.

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore. E poi (..)
sottolinea: «Uno vorrebbe far capire subito, […] vorrebbe che l’altro non facesse le fatiche che deve
fare», come il padre e la madre che guardando il figlio piccolo vorrebbero che facesse la strada
senza fatica. Guardate che non dobbiamo passare sopra queste cose, perché è quello che pensiamo
noi, per noi e per gli altri, lo abbiamo visto queste ultime volte. Perché «vorrebbe che non dovesse
fare tutti i passaggi che hanno fatto loro, gli rincresce che debba farli», ma diventerà loro, dei figli,
soltanto se fanno questo percorso; perché quello che hanno imparato i genitori diventi dei figli,
occorre che questi ultimi facciano le stesse identiche esperienze, perché non è un meccanismo.
«Invece, uno fa quello che può […], magari quello che Dio gli permette, considerando la
disponibilità della sua libertà [e della libertà dell’altro, perché ci possiamo scontrare con l’altro che
dice di no]».

Julian Carròn, Scuola di Comunità del 17 novembre 2010

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L’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino.

L.Le Nain, Famiglia di contadini, 1640

L’immagine solita (della famiglia) è fallace, perché – come abbiam detto tante volte – si può mettere bambini al mondo senza coscienza dello scopo della loro esistenza, come le gatte mettono al mondo gattini: non è tanto l’espulsione di un feto, quanto l’educazione di un uomo e l’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino. Senza questo non esistono paternità e maternità.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR

L’autostrada non finisce mai.


E’ lunga questa notte/d’avventura/e l’autostrada/non finisce mai,
Penso a tutte le cose/che ho avuto, penso a tutte le cose/che mi dai.
La nebbia adesso/non mi fa paura/e immagino i bambini/ addormentati,
Anche stanotte torno, sta sicura, il giorno ci ritroverà abbracciati.
Penso a tutti gli amici che ho incontrato,
A quelli/ che non ho saputo amare,
A tutte/ le canzoni/ che ho cantato
E a te/ che non ti stanchi/ d’aspettare.
E’ bella la fatica/ del lavoro, la contentezza/ non finisce mai,
Penso a tutte le cose che mi hai dato, penso a tutte le cose/ che mi dai.
I miei passi diventano/pensieri/e i pensieri diventano/Qualcuno,
Diventano Te Padre, grande e buono/ che per amore hai cominciato/il gioco.
Non lasciare che un giorno me ne vada,
Dammi sempre la forza/di lottare:
E’ ancora/molto lunga questa strada
E ho ancora/tanta voglia di cantare..
Claudio Chieffo

Il padre dov’è? Si è dileguato da tempo.

E così è: il maschietto italiano è tanto consapevole della sua inattitudine a uscire dall’oikos e fondare una famiglia in età sana che se ne fa vanto. Ma insomma, mettetevi un po’ nei panni di stellín: se a casa hai chi ti fa il letto e rimbocca le coperte pure alla fidanzatina, chi ti prepara la cena e ti lascia il pranzo nel forno, chi ti paga le bollette e ti passa la paghetta extra se quella ordinaria l’hai dilapidata anzitempo, chi ti mette le mutande in lavatrice e te le stira, se hai gratis un albergo a cinque stelle altrimenti definibile come un sistema personalizzato di welfare fondato su mammà (e il padre dov’è? Si sa, si è dileguato
da tempo), un dono unilaterale che il ventre infinito e tellurico della Grande Madre, dell’ape regina, concede all’oggetto delle sue coccole.
Cosicché, se a scuola marca male è responsabilità degli insegnanti che non capiscono, se il primo stipendio non arriva, è colpa della società che non capisce quant’è intelligente e creativo il ragazzo, e quando arriva è meglio spenderselo il sabato piuttosto che nell’affitto del primo appartamentino di periferia. Per cui, se a diciott’anni vuoi andar via, in te c’è qualcosa che non va, un’infezione di ribellismo di cui parlare con lo psicanalista.

Angelo Mellone, Il Foglio, 31 dicembre 2009

La decadenza di un popolo.

La decadenza di un popolo si misura anche dal momento in cui i figli cominciano a chiamare i genitori per nome, e quelli sono entusiasti della novità perché possono giocare a fare i migliori amici piuttosto che caricarsi sulle spalle il duro fardello della paideia. Figli smidollati e genitori sull’orlo eterno della crisi di nervi, e il Sessantotto c’entra poco, è piuttosto questione di pigrizia e cattivi modelli mediatizzati.
Ricordiamo tutti quel terribile programma televisivo – la verità si nasconde anche nel trash più fragoroso – giocato sul rapporto tra le nubende e le madri del promesso sposo che si trasformavano subito nelle migliori nemiche della futura nuora, non per cattiveria ma per quel devastante
istinto possessivo che ti fa dire: tu non cucinerai mai le polpette al sugo per il figlio mio come le cucino io. E quindi, più tempo resta a mangiar polpette a casa mia, che è anche casa sua, più sarà felice, stellín. L’uomo è ucciso in fasce.

Angelo Mellone, Il Foglio 31 dicembre 2009

Stato Etico

(..) L’ attenzione (critica) verso il nuovo insegnamento di «Cittadinanza e Costituzione» non dipende dall’ammontare di ore, più o meno alto, ad esso dedicate, bensì dal valore altamente sintomatico che a mio giudizio la sua introduzione nel nostro ordinamento scolastico riveste. Sintomatico di che cosa? Della trasformazione strisciante che da anni, come ho scritto, investe la scuola italiana: da luogo di apprendimento di contenuti disciplinari e di esperienza in prima persona dei connessi valori e forme culturali – dove essenzialmente per questa via si realizza la formazione della personalità morale e civile dei discepoli – ad agenzia educativa dedita alla prescrittiva somministrazione diretta di tavole di valori (l’ educazione stradale, alimentare, affettiva, adesso l’ educazione alla «cittadinanza» e alla «Costituzione») meccanicamente desunte da un dover essere civico-ideologico.

 

Ernesto Galli Della Loggia Corriere della Sera, 13 novembre 2009