Vivrem la tua felicità (d’amor pane dolcissimo).

Vivrem la tua felicità (d’amor pane dolcissimo).

D’amor pane dolcissimo,
Del cielo eterno gaudio,
Vero sollievo agli umili
Che in Te soltanto sperano.

Immenso cuore amabile,
Tu sai guarire i nostri cuor;
Tutte le nostre lacrime
Tu le trasforma in vero amor.

Quel cuore che per noi si aprì
Ci accolga nel pericolo
Finché un bel giorno, insieme a Te,
Vivrem la Tua felicità.

 

Le altre possibilità con cui la vita sorprende la vita.

Piangeva sulla vita ridendoci su.

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Ma quando si trattava di descriverla a loro, che non avevano mai ascoltato la melodia di quella chitarra, incisiva, fuggevole e di raffinata delicatezza, la memoria perdeva colpi. Non c’era modo di descriverla; bisognava sentirla, la battuta costante, sicura, piena di ritmo, con i piccoli ritornelli a due o tre accordi in coda al motivo principale, contenente ciascuno l’intera essenza e il disegno dell’allegra tragedia di questo mondo ( e di quell’altro mondo).

E al di sopra di tutto ciò la singola corda pizzicata della melodia che seguiva puntuale la battuta, ricamandoci attorno insiema agli arpeggi secchi e veloci, sempre in moto, senza un’esitazione, senza mai perdersi e senza mai dover fare pause per riattaccare, spostandosi di colpo dalle note poco accentate della malinconica battuta jazz al brusco ritmo gitano imprevedibile ed esplosivo che piangeva sulla vita ridendoci su, troppo rapido perché l’orecchio potesse seguirlo, troppo originale perché la mente potesse prevederlo, troppo intricato perché la memoria potesse ricordarlo.

James Jones, Di qui all’eternità.

 

Las cuatro de la madrugada (Y que lleguen las cinco).

Las cuatro de la madrugada

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Hora de la noche al día.
Hora de un costado al otro.
Hora para treintañeros.

Hora acicalada para el canto del gallo.
Hora en que la tierra niega nuestros nombres.
Hora en que el viento sopla desde los astros extintos.
Hora y-si-tras-de-nosotros-no-quedara-nada.

Hora vacía.
Sorda, estéril.
Fondo de todas las horas.

Nadie se siente bien a las cuatro de la madrugada.
Si las hormigas se sienten bien a las cuatro de la madrugada,
habrá que felicitarlas. Y que lleguen las cinco,
si es que tenemos que seguir viviendo.

De “Llamando al Yeti” 1957 Versión de      Gerardo Beltrán

Non andar via, Lorene. Resta qui.

Non andar via, Lorene. Resta qui.
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Poi, così sembrò, il lungo pallido sogno con il vestito sottilissimo e morbido che non riusciva a coprire i capezzoli o il rigonfio triangolo nero che lui amava guardare gli porse il vassoio con sopra la tromba d’oro e, nell’altro vassoio, con l’altra mano, le due scatolette di razione C, carne e fagioli, e si chinò su di lui e lo baciò sulle labbra, perché lui aveva scelto l’opzione sbagliata, e i cieli pieni di nuvole crollarono.

“Adesso dormi”.

“Perché mi hai baciato? Credi che sia ubriaco e che poi non me ne ricordi. Me ne ricorderò. E tornerò”.

“Ssh. Ssh. Certo che ritornerai”.

“Tu credi che non lo farò. Ma io lo farò. Tornerò. Tornerò sempre”.

“Certo, lo so bene”.

“Tornerò la sera del giorno di paga”.

“E io ti cercherò”.

“E ricorderò tutto quello che ho visto stanotte e allora te lo spiegherò. Ho visto tutto in modo così chiaro e semplice che so che me lo ricorderò. Tu non credi che me lo ricorderò?”

“Certo che te lo ricorderai”.

“Devo ricordarmelo. E’ importante. Non andar via, Lorene. Resta qui”.

“Starò qui. Tu adesso dormi”.

James Jones, Di qui all’eternità.