Le altre possibilità con cui la vita sorprende la vita.

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Piangeva sulla vita ridendoci su.

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Ma quando si trattava di descriverla a loro, che non avevano mai ascoltato la melodia di quella chitarra, incisiva, fuggevole e di raffinata delicatezza, la memoria perdeva colpi. Non c’era modo di descriverla; bisognava sentirla, la battuta costante, sicura, piena di ritmo, con i piccoli ritornelli a due o tre accordi in coda al motivo principale, contenente ciascuno l’intera essenza e il disegno dell’allegra tragedia di questo mondo ( e di quell’altro mondo).

E al di sopra di tutto ciò la singola corda pizzicata della melodia che seguiva puntuale la battuta, ricamandoci attorno insiema agli arpeggi secchi e veloci, sempre in moto, senza un’esitazione, senza mai perdersi e senza mai dover fare pause per riattaccare, spostandosi di colpo dalle note poco accentate della malinconica battuta jazz al brusco ritmo gitano imprevedibile ed esplosivo che piangeva sulla vita ridendoci su, troppo rapido perché l’orecchio potesse seguirlo, troppo originale perché la mente potesse prevederlo, troppo intricato perché la memoria potesse ricordarlo.

James Jones, Di qui all’eternità.

 

Las cuatro de la madrugada (Y que lleguen las cinco).

Las cuatro de la madrugada

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Hora de la noche al día.
Hora de un costado al otro.
Hora para treintañeros.

Hora acicalada para el canto del gallo.
Hora en que la tierra niega nuestros nombres.
Hora en que el viento sopla desde los astros extintos.
Hora y-si-tras-de-nosotros-no-quedara-nada.

Hora vacía.
Sorda, estéril.
Fondo de todas las horas.

Nadie se siente bien a las cuatro de la madrugada.
Si las hormigas se sienten bien a las cuatro de la madrugada,
habrá que felicitarlas. Y que lleguen las cinco,
si es que tenemos que seguir viviendo.

De “Llamando al Yeti” 1957 Versión de      Gerardo Beltrán

Non andar via, Lorene. Resta qui.

Non andar via, Lorene. Resta qui.
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Poi, così sembrò, il lungo pallido sogno con il vestito sottilissimo e morbido che non riusciva a coprire i capezzoli o il rigonfio triangolo nero che lui amava guardare gli porse il vassoio con sopra la tromba d’oro e, nell’altro vassoio, con l’altra mano, le due scatolette di razione C, carne e fagioli, e si chinò su di lui e lo baciò sulle labbra, perché lui aveva scelto l’opzione sbagliata, e i cieli pieni di nuvole crollarono.

“Adesso dormi”.

“Perché mi hai baciato? Credi che sia ubriaco e che poi non me ne ricordi. Me ne ricorderò. E tornerò”.

“Ssh. Ssh. Certo che ritornerai”.

“Tu credi che non lo farò. Ma io lo farò. Tornerò. Tornerò sempre”.

“Certo, lo so bene”.

“Tornerò la sera del giorno di paga”.

“E io ti cercherò”.

“E ricorderò tutto quello che ho visto stanotte e allora te lo spiegherò. Ho visto tutto in modo così chiaro e semplice che so che me lo ricorderò. Tu non credi che me lo ricorderò?”

“Certo che te lo ricorderai”.

“Devo ricordarmelo. E’ importante. Non andar via, Lorene. Resta qui”.

“Starò qui. Tu adesso dormi”.

James Jones, Di qui all’eternità.

Beveva per dimenticare (Rachmaninov, Concerto n.2 in do min.op.18).

 

Beveva per dimenticare (Rachmaninov, Concerto n.2 in do min.op.18).

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Moderato (do minore, tempo tagliato), a Adagio sostenuto (mi maggiore, tempo ordinario) — Un poco più animato — Adagio sostenuto (Tempo I). – Allegro scherzando (do maggiore-do minore-do maggiore, tempo ordinario).
Ben di rado finora ci è accaduto di parlare diffusamente delle dediche. Orbene, questa volta dobbiamo, perché se una dedica significativa dovesse andare tradizionalmente unita alla denominazione data dall’autore, com’è il caso della Sonata a Kreutzer, il Concerto n. 2 di Rachmaninov avrebbe tutte le carte in regola per chiamarsi Concerto à Monsieur Dahl.

Il Monsieur N. Dahl che figura in testa al Concerto n. 2 op. 18 era un medico di Mosca: uno psichiatra, specializzatosi nel curare con l’ipnosi gli alcolizzati. Nel 1900 Rachmaninov, paziente del dottor Dahl, non era alcolizzato. Non lo era ancora, ma si distingueva a tal punto nel bere, in un paese dove di alcol non si faceva certo risparmio, che senza il dottor Dahl lo sarebbe probabilmente diventato ben presto. Classico bevitore di vodka, Rachmaninov, classicamente, beveva per dimenticare. E doveva dimenticare di essere un primo della classe che stava fallendo nella professione. Diplomatosi brillantemente in pianoforte a diciott’anni, diplomatosi brllantissimamente in composizione a diciannove anni con l’opera in un atto Aleko, entrato con Aleko nel Teatro Bolshoi di Mosca a vent’anni, protetto agli esordi da un’autorità come Ciaikovsky, a ventisette anni Rachmaninov si ritrovava senz’arte né parte: come concertista di pianoforte, dopo aver esordito a Mosca a diciott’anni, aveva iniziato una tournée d’assaggio in provincia con la violinista Teresina Tua senza neppure portarla a termine; come insegnante si era visto togliere subito una misera classe di pianoforte al Collegio Marjinski, come compositore era andato incontro a ventiquattr’anni, al fiasco colossale della sua Sinfonìa n. 1 op. 13, e come direttore d’orchestra era durato meno d’un anno, dai ventiquattro ai venticinque, nel teatro privato del magnate delle ferrovie Savva Mamontov.

A ventisei anni, nel 1899, Rachmaninov aveva suonato a Londra alcuni pezzi per pianoforte solo ed aveva diretto il suo poema sinfonico Le Rocker; era stato invitato a ritornare e aveva promesso che sarebbe venuto con un nuovo concerto per pianoforte, concerto che non gli usciva dalla penna.
Già liquidato in Russia e sul punto di non saper cogliere l’occasione offertagli da Londra, Rachmaninov si dedicò, in compagnia del critico Juri Sakhanovsky e di altri bei soggetti moscoviti, al bere e agli svaghi che i biografi virtuosi definiscono “disordini morali”.
Certi amici mandarono Rachmaninov da Lev Tolstoj, maestro di vita oltre che romanziere, che diede al giovane scavezzacollo una solenne lavata di capo…, poco saggia, come ritenne Rachmaninov e come gli confermò Cecov, per il quale tutto doveva essere dipeso dal mal di stomaco di Tolstoj: «Quando non sta bene è capace di dire delle stupidaggini. Ma non bisogna farci caso, non ha importanza». Così concludeva Cecov. E Rachmaninov commentava ancora quarant’anni dopo: «Che uomo, quel Cecov».
Fallita la dieta Tolstoj, certe premurose amiche convinsero Rachmaninov a farsi curare dal dottor Dahl, violinista dilettante e membro di un quartetto ippocratico. Dal gennaio all’aprile del 1900 Rachmaninov si recò ogni giorno nello studio del dottore per farsi ipnotizzare e sentirsi ripetere: «Lei si metterà a scrivere il concerto. Lavorerà senza fatica. Il concerto sarà eccellente». Finita la cura, Rachmaninov partì per l’Italia in compagnia del basso Scialiapin e si riposò a Varazze, trovando la cittadina ligure straordinariamente rumorosa. In luglio passò a Milano dove, oltre al rumore, capitò dentro ad un caldo infernale, e tornò in Russia.

Il 2 dicembre Rachmaninov eseguiva a Mosca il secondo e il terzo tempo del Concerto op. 18, sotto la direzione del suo exmaestro di pianoforte, nonché cugino, Alexandr Siloti. Il primo tempo fu composto nel 1901 e l’intero Concerto venne eseguito per la prima volta a Mosca in ottobre. Nell’inverno del 1902 il Concerto fu presentato a Londra dal pianista russo Vasily Sapelnikov, in aprile venne eseguito a S. Pietroburgo da Alexandr Siloti sotto la direzione di uno dei maggiori maestri del tempo, Arthur Nikisch; poco dopo i due artisti rieseguivano il lavoro al Gewandhaus di Lipsia.
Lanciato così il Concerto nel mondo musicale europeo, Rachmaninov sistemava in modo moralmente ordinato la sua vita sposando la cugina Nathalie Satin il 12 maggio 1902. Quanto al bere, dice uno dei suoi biografi, «è tanto se assaggiò un po’ d’alcol durante il resto della sua vita».

Paolo Fiordalice