Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è tuo.

Ti ride negli occhi la stranezza di un cielo che non è tuo.

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Come diceva Pavese: «Ti ride negli occhi/ la stranezza di un cielo che non è il tuo»”. Ti ride negli occhi: sei fatto del cielo, per il cielo, da un Altro; e questo ti ride, perché il cuore è sete di felicità e di bellezza. Un cielo che non è tuo, però: non lo vuoi; il mattino, questo mattino, non lo vuoi. Quante volte non vorremmo neanche il mattino stesso, non vorremmo neanche vivere! Noi collaboriamo come diceva il libro della Sapienza alla morte. Il potere umano collabora alla morte con la violenza, favorendo un’educazione che giunge inesorabilmente alla diffusione della violenza: dalla timidezza dei rapporti familiari fino ai pubblici attacchi assassini, si favorisce la violenza. Ma anche noi! Proviamo a pensare come ci alziamo ogni mattina, perché questa è la chiave di volta di qualsiasi ascesi, di qualsiasi strada spirituale, di qualsiasi scoperta umana, di qualsiasi tentativo di guardare Cristo, di amare Cristo, di ospitare Cristo.

Luigi Giussani

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E piove in petto una dolcezza inquieta (I limoni).

E piove in petto una dolcezza inquieta (I limoni).
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Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità.

Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità.

Eugenio Montale

Le stelle date per me, solo per me. Perché? (Estrelas).

Le stelle date per me, solo per me. Perché? (Estrelas).
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Estrelas

Estrelas
Para mim
Para mim
Estrelas
São para mim
Estrelas para mim
Estrelas
Estrelas
Para quê?
Para quê?
Para quê?
Estrelas para mim
Só para mim
Para mim
Para mim
Para mim
E a treva entre as estrelas
Só para mim

Adriana Calcanhotto

All’ascolto del mistero profondo.

All’ascolto del mistero profondo.

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Ma anche una certezza.
Una certezza che (..) non lo aveva mai abbandonato. Che il corpo martoriato
dal piacere non può essere mai il Fine, ma semmai lo strumento di una ricerca
estenuante. La molla per tendersi e flettersi, per inarcarsi, potremmo qui dire,
all’ascolto del mistero profondo.

Andrea Minuz

Eppure non sei che Faust, non sei che un uomo.

Eppure non sei che Faust, non sei che un uomo.

FAUST:

Decidi i tuoi programmi, Faust, comincia a sondare a fondo ciò che professerai. Sei già dottore, fingi di essere teologo e invece punta al fine ultimo di ogni scienza e vivi e muori nelle opere di Aristotele. Dolce Analitica, sei tu che mi hai innamorato:”Bene disserere est finis logices”. Discutere bene, è questo il fine ultimo della logica?

E’ tutto qui il miracolo che promette quest’arte? Non leggere più allora, hai raggiunto quel fine. L’ingegno di Faust vuole un tema più grande.

“On kai me on”, addio. Venga Galeno perché “ubi desinit philosophus, ibi incipit medicus”. Diventa medico, Faust, ammucchia oro, sii immortale per qualche cura miracolosa. “Summum bonum medicinae sanitas”. Il fine dell’arte è la salute del corpo. Ma allora, Faust, non l’hai raggiunto quel fine? Non è ogni tua battuta un ottimo aforisma? Le tue ricette non sono esposte come monumenti per cui intere città hanno scampato la peste e mille malattie disperate hanno trovato una cura?

Eppure non sei che Faust, non sei che un uomo.

Potessi far vivere gli uomini in eterno o quando muoiono ridare loro la vita, allora potrei stimare questa professione. Addio medicina. Dov’è Giustiniano? “Si una eademque res legatur duobus, alter rem, alter valorem rei…” Squallido caso di lasciti miserabili! “Exhcreditare filium non potest pater, nisi…” Di questo trattano le Istituzioni e il corpo universale delle leggi. Ma questo lavoro è degno d’uno sgobbone venduto che va a caccia di niente, di gusci vuoti: per me, troppo servile e illiberale.

Tutto sommato è meglio la teologia. La Bibbia di Girolamo, Faust, leggila bene: “Stipendium peccati mors est.” Ah! “Stipendium peccati…” La morte è il salario del peccato. E’ duro.

Christopher Marlowe, Faust, Scena prima