La vita, con l’andar del tempo, deflora qualsiasi verginità, anche solo disseccandola; non importa che il proprietario voglia tenersela.

La vita, con l’andar del tempo, deflora qualsiasi verginità, anche solo disseccandola; non importa che il proprietario voglia tenersela.

ArtemisiaGentileschi-Cleopatra

Fino ad allora si era trattato soltanto di lui. Fino ad allora era stata una lotta privata tra lui e se stesso. Nessun altro ci aveva avuto a che fare. Era come uno scrittore che, scoperta la coincidenza tra il proprio talento e i propri desideri, rinchiude il talento per lavorare duro e perfezionarlo, ritenendolo l’unica cosa necessaria, senza rendersi conto che poi entrano in gioco editori, agenti letterari e direttori di riviste. Quando ci ci intromise la gente, divenne naturalmente un uomo diverso. Tutto cambiò e non fu più il verginello, col diritto del verginello di insistere sull’amore platonico. La vita, con l’andar del tempo, deflora qualsiasi verginità, anche solo disseccandola; non importa che il proprietario voglia tenersela.

James Jones, Di qui all’eternità.

Dorme il tuo respiro, dolce è la canzone, io devo scappare (la marmellata).

Dorme il tuo respiro, dolce è la canzone, io devo scappare (la marmellata).

Suonano le campane,
beati vanno in chiesa
mangio marmellata,
che mi porta indietro
quando già sapevo
cosa c’era più migliore.
Mentre il cielo si apre
quasi mi commuove,
stesi al paradiso.

E corro felice, come quando fischiavo via lontano
dai giorni della scuola
e nella stanza dalla finestra entravo
per rivederti ancora,
rubare marmellata.

Dorme il tuo respiro,
dolce è la canzone,
io devo scappare.

E corro felice, come quando fischiavo via lontano
dai giorni della scuola
e nella strada con la bocca piena,
mentre ti penso ancora
come alla marmellata.

Bobo Rondelli

http://www.youtube.com/watch?v=RcLLDDbGyTo

Il Mistero lo porta al destino, secondo il disegno di un Altro.

Garry Winogrand

(..) proviamo a immaginarci davanti al sacrificio che è una cosa che ripugna, che sentiamo come ingiusto! «E un padre e una madre, pensando a questo [così ripugnante], direbbero: “Come vorrei io sputar sangue per te!”». E guardate quello che dice (don Giussani): «No, quel che tocca a ognuno tocca, cioè quello che Dio vuole da te, devi farlo tu». Non ci sono storie, perché non decidiamo noi la strada attraverso cui il Mistero porta l’altro al destino. Siamo noi che dobbiamo sottometterci alla modalità con cui il Mistero porta al destino, noi e gli altri: un’obbedienza. Ma noi pensiamo di voler bene cercando di risparmiarla all’altro, come se Dio non gli volesse così bene come noi, che pensiamo di essere coloro che vogliono veramente bene all’altro: siamo così presuntuosi che pensiamo di volere bene perché vogliamo risparmiargli la strada, mentre in realtà il Mistero non gli vuole così bene perché non gliela risparmia. Questa è la conclusione non confessata a noi stessi, ma sottointesa. Questo non vuol dire che non possiamo collaborare anche a quello che viene chiesto; anzi, è impossibile non voler collaborare, non aiutare il prossimo a qualsiasi costo. Ma significa collaborare e aiutare a percorrere la modalità con cui il Mistero lo porta al destino, che è secondo il disegno di un Altro.

Julián Carrón

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore.

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore. E poi (..)
sottolinea: «Uno vorrebbe far capire subito, […] vorrebbe che l’altro non facesse le fatiche che deve
fare», come il padre e la madre che guardando il figlio piccolo vorrebbero che facesse la strada
senza fatica. Guardate che non dobbiamo passare sopra queste cose, perché è quello che pensiamo
noi, per noi e per gli altri, lo abbiamo visto queste ultime volte. Perché «vorrebbe che non dovesse
fare tutti i passaggi che hanno fatto loro, gli rincresce che debba farli», ma diventerà loro, dei figli,
soltanto se fanno questo percorso; perché quello che hanno imparato i genitori diventi dei figli,
occorre che questi ultimi facciano le stesse identiche esperienze, perché non è un meccanismo.
«Invece, uno fa quello che può […], magari quello che Dio gli permette, considerando la
disponibilità della sua libertà [e della libertà dell’altro, perché ci possiamo scontrare con l’altro che
dice di no]».

Julian Carròn, Scuola di Comunità del 17 novembre 2010

Capire che è positivo anche ciò che è sacrificio.

André-Louis Derain, Autoritratto

(..) la positività del reale, che è implicata, implicata nella curiosità che la realtà desta come conseguenza immediata nel cuore dell’uomo (e, se è un bambino, a lui basta per camminare), questa facilità a cogliere la positività delle cose o questa comodità ti è data, come al bambino, per diventare più grande.

Diventare più grande vuol dire che cosa? Vuol dire capire che è positivo e che è favorevole -invece di comodo, favorevole- al nostro compimento, all’avvenimento della nostra gioia anche ciò che è sacrificio.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Il destino tuo è ciò che ti ha unito a me.

Henri Matisse, Sea at Colloure

(..) si diventa grandi nella misura in cui si possiede. Si possiede, cioè si ama. Si possiede o si ama, quando il rapporto con l’altro afferma il destino dell’altro. Ma il destino dell’altro è Cristo, è ciò che ci unisce! Per questo si ritorna da capo. E’ una cosa fantastica, perché ciò da cui si è partiti -senza accorgercene- è ciò che ci rende capaci di aiutarci l’un l’altro, cioè di amarci l’un l’altro, ciò che ci porta ad amarci l’un l’altro. Amarci l’un l’altro vuol dire affermare che il rapporto con te cerca di affermare il destino tuo; il destino tuo è ciò che ti ha unito a me.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Si diventa grandi nella misura in cui non si ha paura del sacrificio.

E si diventa grandi, perciò, nella misura in cui non si ha paura del sacrificio, perché affrontare i problemi secondo il motivo che vi unisce vuol dire, innanzitutto, non pretendere che le circostanze siano diverse e vuol dire, quindi, affrontare le circostanze così come sono, come si presentano, con la persuasione che, anche quando sono avverse, non sono assolutamente un male. Non sono un male: come per Cristo la croce non è stato un male, ma la condizione per possedere.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

L’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino.

L.Le Nain, Famiglia di contadini, 1640

L’immagine solita (della famiglia) è fallace, perché – come abbiam detto tante volte – si può mettere bambini al mondo senza coscienza dello scopo della loro esistenza, come le gatte mettono al mondo gattini: non è tanto l’espulsione di un feto, quanto l’educazione di un uomo e l’educazione è aiutare l’uomo a camminare verso il suo destino. Senza questo non esistono paternità e maternità.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR

Il segno del rapporto con il padre è la ferita che il figlio porta con sè.

Rembrandt, Il figliol prodigo

Il padre è colui che espone il figlio all’esperienza del dolore, ed il suo segno è la ferita.  Egli impone al figlio un sacrificio, lo sottopone alla prova. La natura della prova consiste nel chiedergli di affrontare la fatica delle rinunce necessarie per crescere bene, riuscire, avere buoni rapporti con gli altri ed essere davvero contento di sé.(..)

La ferita inferta dal padre riguarda esattamente questo: costringe il figlio a smettere di pensare la vita in termini infantili, quasi fosse un paradiso terrestre dove tutto è facile, senza fatica, dove nulla è richiesto per poter vivere e per avere un buon rapporto con gli altri.(…)

Il segno del rapporto con il padre è la “ferita” che il figlio porta con sé, nel suo carattere e nella sua concezione della vita, come conseguenza della difficoltà cui è stato sottoposto, che ha accettato e che ha positivamente superato. Il padre chiede al figlio di non fare del proprio “piacere” la misura ultima del bene e del male. (…) Ma perché questo accada è necessario che il figlio attraversi l’esperienza della prova, termine messo al bando da una cultura che ha gettato nel discredito la sensibilità educativa maschile.(..)

Osvaldo Poli

Post di Matteo

Crescere, per lui, è essere profondamente vinto da una forza sempre più grande.

Gauguin, La lotta di Giacobbe con l'angelo.

Ciò su cui trionfiamo è piccolo

e il successo stesso di rende piccoli.

L’eterno e il meraviglioso

non vuole essere piegato da noi.

(…) Colui che l’angelo ha vinto

Non è tentato dai trionfi.

Crescere, per lui, è essere

profondamente vinto

da una forza sempre più grande.

R.M.Rilke “il contemplatore” ne Il libro delle immagini