E ragion lo comanda (Il Fiore XV).

E ragion lo comanda (Il Fiore XV).

Lo Schifo disse: «Gente messag[g]iere,
Egli è ben dritto ch’a vostra domanda
I’ faccia grazia, e ragion lo comanda:
Ché voi non siete orgogliose né fiere,
Ma siete molto nobili parliere.
Venga il valetto e vada a sua comanda,
Ma non ched egli al fior sua mano ispanda,
Ch’a·cciò no·gli varrian vostre preghiere;
Perciò che·lla figl[i]uola Cortesia,
Bellacoglienza, ch’è dama del fiore,
Sì ‘l mi por[r]eb[b]e a gran ricredentia.
Ma fate che·lla madre al Die d’Amore
Faccia a Bellacoglienza pregheria
Di lui, e che·lle scaldi un poco il core».

Dante Alighieri (?), Il Fiore

Molt’è crudel chi per noi non vuol fare! (Il Fiore XIV).

Molt’è crudel chi per noi non vuol fare! (Il Fiore XIV).

Pietà cominciò poi su’ parlamento,
Con lagrime bagnando il su’ visag[g]io,
Dicendo: «Schifo, tu faresti oltrag[g]io
Di non far grazia al meo domandamento.
Pregar ti fo che·tti si’a piacimento
Ch’a quel valletto, ch’è·ssì buon e saggio,
Tu non sie verso lui così salvaggio,
Ché sai ch’e’ non à mal intendimento.
Or avén detto tutto nostr’affare
E la cagion per che no’ siàn venute:
Molt’è crudel chi per noi non vuol fare!
Ancor ti manda molte di salute
Il lasso cu’ ti pia[c]que abandonare:
Fa che nostre preghiere i sian valute!».

Dante Alighieri, Il Fiore

Ché gran peccato fa chi lui impaccia (Il Fiore XIII).

Ché gran peccato fa chi lui impaccia (Il Fiore XIII).

Sì com’i’ stava in far mia pregheria
A quel fellon ch’è sì pien d’arditez[z]a,
Lo Dio d’Amor sì vi man[dò] Franchez[z]a,
Co·llei Pietà, per sua ambasceria.
Franchez[z]a cominciò la diceria,
E disse: «Schifo, tu·ffai stranez[z]a
A quel valletto ch’è pien di larghez[z]a
E prode e franco, sanza villania.
Lo Dio d’Amor ti manda ch’e’ ti piaccia
Che·ttu non sie sì strano al su’ sergente,
Ché gran peccato fa chi lui impaccia;
Ma sòffera ch’e’ vada arditamente
Per lo giardino, e no’l metter in caccia,
E guardi il fior che·ssì gli par aolente».

Dante Alighieri, Il Fiore

Schifo, ag[g]ie merzede Di me (Il Fiore XII).

Schifo, ag[g]ie merzede Di me (Il Fiore XII).

Tutto pien d’umiltà verso ‘l giardino
Torna’mi, com’Amico avea parlato,
Ed i’ guardai, e sì eb[b]i avisato
Lo Schifo, con un gran baston di pino,
Ch’andava riturando ogne camino,
Che dentro a forza non vi fosse ‘ntrato;
Sì ch’io mi trassi a lui, e salutato
Umilemente l’eb[b]i a capo chino,
E sì gli dissi: «Schifo, ag[g]ie merzede
Di me, se ‘nverso te feci alcun fallo,
Chéd i’ sì son venuto a pura fede
A tua merzede, e presto d’amendarlo».
Que’ mi riguarda, e tuttor si provede
Ched i’ non dica ciò per ingan[n]arlo.

Dante Alighieri, Il Fiore

Un grande amico, lo qual mi solea In ogne mio sconforto confortare (Il Fiore XI).

Un grande amico, lo qual mi solea In ogne mio sconforto confortare (Il Fiore XI).


Ragion si parte, udendomi parlare,
E me fu ricordato ch’i’ avea
Un grande amico, lo qual mi solea
In ogne mio sconforto confortare;
Sì ch’i’ no’l misi guari a ritrovare,
E dissigli com’e’ si contenea
Lo Schifo ver’ di me, e ch’e’ parea
Ch’al tutto mi volesse guer[r]eggiare.
E que’ mi disse: «Amico, sta sicuro,
Ché quello Schifo si à sempre in usanza
Ch’a·cominciar si mostra acerbo e duro.
Ritorna a·llui e non ab[b]ie dottanza:
Con umiltà tosto l’avrà’ maturo,
Già tanto non par fel né san’ pietanza».

Dante Alighieri, Il Fiore

Per che di lei i’ non pregiava un dado, Né su’ consiglio i’ non teneva a mente. (Il Fiore X).

Per che di lei i’ non pregiava un dado, Né su’ consiglio i’ non teneva a mente. (Il Fiore X).


Udendo che Ragion mi gastigava
Perch’i’ al Die d’Amor era ‘nservito,
Di ched i’ era forte impalidito,
E sol perch’io a·llui troppo pensava,
I’ le dissi: «Ragion, e’ no·mi grava
Su’ mal, ch’i’ ne sarò tosto guerito,
Ché questo mio signor lo m’à gradito»,
E ch’era folle se più ne parlava;
«Chéd i’ son fermo pur di far su’ grado,
Perciò ch’e’ mi promise fermamente
Ched e’ mi mettereb[b]e in alto grado
Sed i’ ‘l servisse bene e lealmente»:
Per che di lei i’ non pregiava un dado,
Né su’ consiglio i’ non teneva a mente.

Il Fiore, Dante Alighieri

Tu·sse’ sì smagrato! I’ credo che·ttu à’ troppo pensato A que’ che·tti farà gittar in vano, Ciò è Amor (Il Fiore IX).

Tu·sse’ sì smagrato! I’ credo che·ttu à’ troppo pensato A que’ che·tti farà gittar in vano, Ciò è Amor (Il Fiore IX).

Dogliendomi in pensando del villano
Che·ssì vilmente dal fior m’à ‘lungiato,
Ed i’ mi riguardai dal dritto lato,
E sì vidi Ragion col viso piano
Venir verso di me, e per la mano
Mi prese e disse: «Tu·sse’ sì smagrato!
I’ credo che·ttu à’ troppo pensato
A que’ che·tti farà gittar in vano,
Ciò è Amor, a cui dat’ài fidanza.
Ma·sse m’avessi avuto al tu’ consiglio,
Tu non saresti gito co·llui a danza:
Ché, sie certano, a cu’ e’ dà di piglio,
Egli ‘l tiene in tormento e malenanza,
Sì che su’ viso nonn-è mai vermiglio».

Dante Alighieri, Il Fiore