Schifo, ag[g]ie merzede Di me (Il Fiore XII).

Schifo, ag[g]ie merzede Di me (Il Fiore XII).

Tutto pien d’umiltà verso ‘l giardino
Torna’mi, com’Amico avea parlato,
Ed i’ guardai, e sì eb[b]i avisato
Lo Schifo, con un gran baston di pino,
Ch’andava riturando ogne camino,
Che dentro a forza non vi fosse ‘ntrato;
Sì ch’io mi trassi a lui, e salutato
Umilemente l’eb[b]i a capo chino,
E sì gli dissi: «Schifo, ag[g]ie merzede
Di me, se ‘nverso te feci alcun fallo,
Chéd i’ sì son venuto a pura fede
A tua merzede, e presto d’amendarlo».
Que’ mi riguarda, e tuttor si provede
Ched i’ non dica ciò per ingan[n]arlo.

Dante Alighieri, Il Fiore

Un grande amico, lo qual mi solea In ogne mio sconforto confortare (Il Fiore XI).

Un grande amico, lo qual mi solea In ogne mio sconforto confortare (Il Fiore XI).


Ragion si parte, udendomi parlare,
E me fu ricordato ch’i’ avea
Un grande amico, lo qual mi solea
In ogne mio sconforto confortare;
Sì ch’i’ no’l misi guari a ritrovare,
E dissigli com’e’ si contenea
Lo Schifo ver’ di me, e ch’e’ parea
Ch’al tutto mi volesse guer[r]eggiare.
E que’ mi disse: «Amico, sta sicuro,
Ché quello Schifo si à sempre in usanza
Ch’a·cominciar si mostra acerbo e duro.
Ritorna a·llui e non ab[b]ie dottanza:
Con umiltà tosto l’avrà’ maturo,
Già tanto non par fel né san’ pietanza».

Dante Alighieri, Il Fiore

Per che di lei i’ non pregiava un dado, Né su’ consiglio i’ non teneva a mente. (Il Fiore X).

Per che di lei i’ non pregiava un dado, Né su’ consiglio i’ non teneva a mente. (Il Fiore X).


Udendo che Ragion mi gastigava
Perch’i’ al Die d’Amor era ‘nservito,
Di ched i’ era forte impalidito,
E sol perch’io a·llui troppo pensava,
I’ le dissi: «Ragion, e’ no·mi grava
Su’ mal, ch’i’ ne sarò tosto guerito,
Ché questo mio signor lo m’à gradito»,
E ch’era folle se più ne parlava;
«Chéd i’ son fermo pur di far su’ grado,
Perciò ch’e’ mi promise fermamente
Ched e’ mi mettereb[b]e in alto grado
Sed i’ ‘l servisse bene e lealmente»:
Per che di lei i’ non pregiava un dado,
Né su’ consiglio i’ non teneva a mente.

Il Fiore, Dante Alighieri

Tu·sse’ sì smagrato! I’ credo che·ttu à’ troppo pensato A que’ che·tti farà gittar in vano, Ciò è Amor (Il Fiore IX).

Tu·sse’ sì smagrato! I’ credo che·ttu à’ troppo pensato A que’ che·tti farà gittar in vano, Ciò è Amor (Il Fiore IX).

Dogliendomi in pensando del villano
Che·ssì vilmente dal fior m’à ‘lungiato,
Ed i’ mi riguardai dal dritto lato,
E sì vidi Ragion col viso piano
Venir verso di me, e per la mano
Mi prese e disse: «Tu·sse’ sì smagrato!
I’ credo che·ttu à’ troppo pensato
A que’ che·tti farà gittar in vano,
Ciò è Amor, a cui dat’ài fidanza.
Ma·sse m’avessi avuto al tu’ consiglio,
Tu non saresti gito co·llui a danza:
Ché, sie certano, a cu’ e’ dà di piglio,
Egli ‘l tiene in tormento e malenanza,
Sì che su’ viso nonn-è mai vermiglio».

Dante Alighieri, Il Fiore

Per ch’io a-ssue merzé tuttor mi metto (Il Fiore VIII).

Per ch’io a-ssue merzé tuttor mi metto (Il Fiore VIII).

Se mastro Argus[so], che fece la nave
In che Giason andò per lo tosone,
E fece a conto regole e ragione
E le diece figure, com’on save,
Vivesse, gli sareb[b]e forte e grave
Multiplicar ben ogne mia quistione
C[h]’Amor mi move, sanza mesprigione;
E di ciascuna porta esso la chiave,
Ed àllemi nel cor fermate e messe
Con quella chiavicella ch’i’ v’ò detto,
Per ben tenermi tutte sue promesse:
Per ch’io a·ssue merzé tuttor mi metto;
Ma ben vor[r]è’ che, quando gli piacesse,
E’ m’alleg[g]iasse il mal che·ssì m’à stretto.

Molto vilmente mi buttò di fora Lo Schifo (Il Fiore VII).

Molto vilmente mi buttò di fora Lo Schifo (Il Fiore VII).
Molto vilmente mi buttò di fora
Lo Schifo, crudo, fello e oltrag[g]ioso,
Sì che del fior non cred’esser gioioso,
Se Pietate e Franchez[z]a no·ll’acora;
Ma prima, credo, conver[r]à ch’eo mora,
Perché ‘l me’ cor [i]stà tanto doglioso
Di quel villan, che stava là nascoso,
Di cu’ no·mmi prendea guardia quell’ora.
Or m’à messo in pensero e in dottanza
Di ciò ched i’ credea aver per certano,
Sì c[h]’or me ne par essere in bilanza.
E tutto ciò m’à fatto quello strano;
Ma di lui mi richiamo a Pietanza,
Che venga a·llui collo spunton i·mmano.

Dante Alighieri

E dissi: “Chi mi tien, ched i’ no’l prendo?”; Sì ch’i’ verso del fior tesi la mano (Il Fiore VI).

E dissi: “Chi mi tien, ched i’ no’l prendo?”; Sì ch’i’ verso del fior tesi la mano (Il Fiore VI).


Partes’Amor [le] su’ ale battendo
E ‘n poca d’or sì forte isvanoìo
Ched i’ no’l vidi poi, né no·ll’udìo,
E·llui e ‘l su’ soccorso ancor atendo.
Allor mi venni forte ristrignendo
Verso del fior, che·ssì forte m’ulìo,
E per cu’ feci homag[g]io a questo dio,
E dissi: “Chi mi tien, ched i’ no’l prendo?”;
Sì ch’i’ verso del fior tesi la mano,
Credendolo aver colto chitamente;
Ed i’ vidi venir un gran villano
Con una maz[z]a, e disse: «Or ti ste’ a mente
Ch’i’ son lo Schifo, e sì son ortolano
D’esto giardin; i’ ti farò dolente».

Dante Alighieri

Fa che m’adori, ched i’ son tu’ deo; Ed ogn’altra credenza metti a parte (Il Fiore V).

Fa che m’adori, ched i’ son tu’ deo; Ed ogn’altra credenza metti a parte (Il Fiore V).

Con grande umilitate e pacienza
Promisi a Amor a sofferir sua pena,
E c[h]’ogne membro, ch’i’ avea, e vena
Disposat’era a farli sua voglienza;
E solo a lui servir la mia credenza
E` ferma, né di ciò mai nonn-alena:
«Insin ched i’ avrò spirito o lena,
I’ non farò da·cciò giamà’ partenza».
E quelli allor mi disse: «Amico meo,
I’ ò da·tte miglior pegno che carte:
Fa che m’adori, ched i’ son tu’ deo;
Ed ogn’altra credenza metti a parte,
Né non creder né Luca né Matteo
Né Marco né Giovanni». Allor si parte.

Dante Alighieri

Ché molte volte ti parrà morire: Un’ora gioia avrai, altra, doglienza (Il Fiore IV)

Ché molte volte ti parrà morire: Un’ora gioia avrai, altra, doglienza (Il Fiore IV)

Con una chiave d’or mi fermò il core
L’Amor, quando così m’eb[b]e parlato;
Ma primamente l’à nett’e parato,
Sì c[h]’ogn’altro pensier n’à pinto fore.
E po’ mi disse: «I’ sì son tu’ signore,
E tu sì se’ di me fedel giurato:
Or guarda che ‘l tu’ cuor non sia ‘mpacciato
Se non di fino e di leal amore.
E pensa di portar in pacienza
La pena che per me avrà’ a sofrire
Inanzi ch’io ti doni mia sentenza;
Ché molte volte ti parrà morire:
Un’ora gioia avrai, altra, doglienza;
Ma poi dono argomento di guerire».

Dante Alighieri

I’ son segnor assà’ forte a servire (Il Fiore III).

I’ son segnor assà’ forte a servire (Il Fiore III).

Del mese di genaio, e non di mag[g]io,
Fu quand’i’ presi Amor a signoria,
E ch’i’ mi misi al tutto in sua baglìa
E saramento gli feci e omaggio;
E per più sicurtà gli diedi in gaggio
Il cor, ch’e’ non avesse gelosia
Ched’i’ fedel e puro i’ no·gli sia,
E sempre lui tener a segnó·maggio.
Allor que’ prese il cor e disse: «Amico,
I’ son segnor assà’ forte a servire;
Ma chi mi serve, per certo ti dico
Ch’a la mia grazia non può già fallire,
E di buona speranza il mi notrico
Insin ch’i’ gli fornisca su’ disire».

Dante Alighieri