Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità.

Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità.

Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.
Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità.

La cultura è un’esperienza.

La cultura non è qualcosa che “si fa”, non è innanzitutto un prodotto. La cultura è un’esperienza, è un gusto per le cose, una passione per la bellezza. Si genera dall’esperienza delle persone che desiderano, guardano, giudicano, si cimentano con le difficoltà e i problemi, costruiscono, investendo la realtà della loro passione ideale. La cultura c’è se si genera dall’esperienza della gente, dalla curiosità.
La cultura non si fabbrica con i progetti né con i “tavoli”, che al massimo potranno servire a dare visibilità a ciò che già esiste, rendendolo utile e fruibile per tutti. Come ha scritto don Giussani: “La nostra problematica culturale non si risolve aggiungendo all’esperienza qualcosa che sembra mancarle, ma imparando ciò che l’esperienza già è”.

Intervento di Emilia Guarnieri, Presidente Meeting Rimini

La consistenza di una posizione culturale.

Cioè, noi diciamo a noi stessi qual è la nostra cultura, che cosa e chi amiamo di più e abbiamo di più caro, nel modo in cui noi affrontiamo le circostanze. È davanti alle vere sfide del vivere che si pone in evidenza la consistenza di una posizione culturale, la sua capacità di reggere davanti a tutto, anche davanti al terremoto.

Julián Carrón

Riforma

Francisco De Zurbaran, Crocifissione

Francisco De Zurbaran, Crocifissione

Già con la riforma il cristianesimo aveva perso la sua dimensione universalistica, la missione, per diventare governo della comunità degli eletti. Adesso è dura riconquistarla. (..) La teologia non è competizione sulla fede, ma sul pensiero. Il presidio del povero credente che non sa difendersi da solo.

Ma teologia è anche far fare bella figura al Vangelo. Che non è un sistema di pensiero, ma accende tanta creatività mentale in un mondo abitato da religioni nobilissime ma che ricavano dall’ispirazione divina una carta costituzionale, un codice legale.

Pierangelo Sequeri, intervista a Marco Burini, Il Foglio, 23 maggio 2009

Contro l’orrore fondamentalista: affermare con severità ciò in cui crediamo.

Martin Amis
“Di fronte all’orrore fondamentalista ogni discorso sulle responsabilità storiche delle ex potenze coloniali decade, sono tutte scuse per nascondere la vera colpa del nostro tempo: incapace di vedere il male, l’Occidente continua a distogliere lo sguardo. E’ doloroso vedere nascere e fiorire l’epidemia, la fantasia patologica che porta al delirio dell’antiamericanismo, al terrore pianificato in Europa (..). L’unica possibile convivenza poggia su uno sforzo per fare chiarezza ed affermare con severità ciò in cui crediamo.”

Martin Amis, intervista al Corriere della Sera, 17 settembre 2009