La luce del mattino più splendente che avesse mai visto.

La luce del mattino più splendente che avesse mai visto.

Ci era quasi riuscito, e stava già riaffondando nell’incoscienza, quando udì il suono di un clacson, vicinissimo e acuto come non ricordava di aver mai sentito, e un’auto sfrecciò lacerando l’aria. Subito dopo fu la volta di un camion, da cui penzolava una catena che saltando sull’asfalto produceva un rumore di campanelli.

Gli parve perfino di sentire della campane vere in lontananza e, più vicini, il cinguettio degli uccelli e il fischio di un merlo; ma doveva essere un’allucinazione, così come l’azzurro irreale del cielo su cui si stagliavano due piccole nuvole scintillanti.

Ma anche l’odore del mare e dei pini era un’allucinazione? E quel saltellare nell’erba che a lui sembrò quello di uno scoiattolo? (..) Come per sfida aprì gli occhi di colpo e fu abbagliato dalla luce del mattino più splendente che avesse mai visto.

Georges Simenon, Luci nella notte, Adelphi

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La fede è un giudizio che riconosce il valore e le implicazioni del Fatto accaduto fra gli uomini.

La fede è un giudizio che riconosce il valore e le implicazioni del Fatto accaduto fra gli uomini.

Nel periodo di Natale il richiamo sta nella Parola che ci si è
comunicata, la Parola che ricostruisce il mondo, che edifica.
Bisognerebbe che la nostra persona desiderasse Cristo come il
«Tutto» della vita propria e del mondo.
L’identificazione è possibile nella fede e la fede è un giudizio
che riconosce il valore e le implicazioni del Fatto accaduto fra
gli uomini.

Luigi Giussani, Dalla liturgia vissuta: una testimonianza, Jaca Book

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

Così, la nostra coscienza scatta, la nostra vita scatta quando il primo dato, cioè il primo oggetto che ci interessa, è ciò che abbiamo incontrato. Ciò che abbiamo incontrato è il contenuto della fede: una compagnia, il cui significato, la cui consistenza è una cosa più grande di chi la compone, cioè Cristo. Fare credito, dunque, a questa compagnia; fare credito, credere se alicui, abbiamo studiato nella grammatica latina, «affidarci a», «darci a», cioè «appartenere», questo è ciò che ci definisce: siamo definiti da una appartenenza, l’appartenenza a Cristo,
che è astratta idea se non è dentro la modalità storica in cui l’abbiamo incontrato. La modalità storica fa ridere, ma senza di essa non Gli apparteniamo.
È una compagnia tra noi, quindi, «non come riparo dai colpi», come è stato detto stamattina argutamente, non quando paga, è stato detto altrettanto argutamente, ma come sostegno della mia posizione personale, come richiamo, alimento e correzione della mia posizione personale, cioè della mia fede, del mio riconoscere Cristo. Questa è, perciò, forse, la formula che dobbiamo perseguire
in questo primo pezzo di cammino che dobbiamo svolgere dopo questi mesi nuovi: «La vita non è più dell’ideale, la vita non può essere più dell’ideale, ma l’ideale è più della vita», secondo quanto è stato detto stamattina.
La vita è più dell’ideale quando le circostanze,tante circostanze, quelle che magari più premono individualmente, si sottraggono al giudizio e alla carica, all’attacco, dell’ideale: rifiutiamo il problema, la lotta e il problema; allora la vita diventa più dell’ideale e l’ideale si raccoglie in un angolo, come una nicchia a cui anche tributiamo incenso in certi momenti. Ma è l’ideale più della vita: «La tua grazia vale più della vita», come dice un Salmo che abbiamo ripetuto tante volte. Cioè: «La Tua presenza vale più della vita».
Arrivederci, auguri!

Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR 2007

Quel cieco guardava l’avvenimento che l’aveva toccato con semplicità e con sincerità.

Quel cieco guardava l’avvenimento che l’aveva toccato con semplicità e con sincerità.

El Greco, La guarigione del cieco nato.


Essere semplici o sinceri vuol dire escludere i «ma», i «se», i «forse», i «però», e dire pane al pane e vino al vino. «Ha dato la vista a un cieco» narra il Vangelo di san Giovanni: tutto quello che hanno detto e obiettato i Farisei non c’entrava con l’accaduto, nasceva da qualcosa di estraneo, da un preconcetto che era già prima in loro. Il cieco nato invece ha detto: «Io non ci vedevo, ci vedo, dunque questo è un profeta, perché Dio non fa queste cose senza un significato». Quel cieco guardava l’avvenimento che l’aveva toccato con semplicità e con sincerità. Il danno nella considerazione di un oggetto, tanto più grave quanto più quest’ultimo c’entra con la vita, è lasciare subentrare questioni o fattori estranei all’oggetto stesso, che alterano il rapporto con esso e, soprattutto, ci impediscono l’affezione ad esso.
Luigi Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli

La mancanza di reale desiderio del vero.

La mancanza di reale desiderio del vero.

Bisogna invece guardare il fatto, l’avvenimento, con semplicità, vale a dire bisogna guardare l’avvenimento per quel che dice, per quello che comunica alla ragione, al cuore, senza introdurre per valutarlo fattori estranei, che non c’entrano con esso. Analogamente, lo sguardo al messaggio è «sincero» se guarda a esso per come è portato, per quel che riporta, senza introdurre dei «ma», dei «se»,
dei «forse», dei «però», che sono il fuoco di fila con cui l’impostura che è nell’uomo – la mancanza di reale desiderio del vero – ci distacca dalla realtà, disturba il nostro contatto con essa, ci fa fuggire, ci impedisce di conoscerla e di giudicarla. Il contrario di sincero, cioè impostore, menzognero, indica pertanto l’introduzione di qualcosa di estraneo nel rapporto con la realtà.
Luigi Giussani, Generare tracce nella storia del mondo, Rizzoli

Un fatto che mi ha investito, non una coerenza.

William Congdon, Campo di orzo

Perché quando diciamo che il cristianesimo è un avvenimento stiamo parlando di questo, di un fatto che ci rende diversi, non necessariamente più coerenti; non che necessariamente il giorno dopo riesco a non sgridare i figli o a essere più gentile con i colleghi, ma, anche se non riesco, questo non mi toglie di dosso la diversità che vedo. Un fatto che mi ha investito: il cristianesimo è questo avvenimento e non una coerenza, non è un moralismo per cui magicamente dopodomani io riesco a fare qualcosa, ma è una diversità che si introduce, come si è introdotta in Zaccheo prima che scendesse dalla pianta. E vedi piccoli segni: meno ansia, meno lamento. Sembrano niente, ma è il segno del cambiamento che accade, non perché io sia più bravo, ma per quello che è successo. E questo è ciò che volevamo dirci del valore del fatto. Malgrado questo, ci possono essere persone, gli amici, che non hanno capito, ma questo non toglie niente; a ciascuno il Signore dà la grazia come vuole e quando vuole, anche secondo la nostra disponibilità. Ma quello che dice tutta la potenza del fatto è questa cosa: che mi investe così potentemente che al di là della constatazione che io sia più bravo o meno, non per questo lo posso far fuori.

Julian Carròn, 17 novembre 2010