Le altre possibilità con cui la vita sorprende la vita.

Con la stessa speranza, disincanto e senso dei paragoni.

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(..) Prati verdi in cui tenersi per mano, tramonti, poesie, sguardi, affinità elettive, senso dell’umorismo, il desiderio femminile non può spingersi oltre, se si vogliono poi scrivere le memorie di una ragazza perbene, e la femminista Naomi Wolf in “Vagina”, che dovrebbe essere un saggio liberatorio, scrive che un modo invincibile per suscitare il desiderio in una donna è guardarla negli occhi al mattino, raccogliere il bucato la sera, avviare la lavatrice, portarle dei fiori. Non fa accenno all’attrazione fisica, alla possibilità che Samantha di “Sex and the City” avesse qualche motivo per essere felice guardando il vicino di casa italiano sotto la doccia. La camicia aperta sul petto, insomma, è puro oggetto di scherno e, a meno di essere lettrici di Playgirl, inconfessabile motivo di attrazione. L’uomo-oggetto va circondato di premure, va giustificato con l’intelligenza, l’ironia, il romanticismo. Per non metterlo in difficoltà, meglio che non sappia mai che le donne lo guardano con la stessa speranza, disincanto e senso dei paragoni con cui lui guarda Jennifer Lawrence.
Annalena Benini

Le donne hanno più confidenza con il dolore, con la fatica, con i corpi e con l’anima.

Le donne hanno più confidenza con il dolore, con la fatica, con i corpi e con l’anima.

Street photography, dalla rete.

Chi si prende cura di me, mentre io mi prendo cura di tutti, anche delle casse
dello Stato?”. Secondo Marina Terragni, “il ministro Fornero aveva ragione a piangere, sul suo viso ha fatto irruzione qualcosa che non riusciva a sopportare: questo innalzamento dell’età pensionabile, senza alcun riconoscimento del lavoro non contrattualizzato che facciamo, con gioia, con amore, con somma bravura, significa scaricare tutto quello che non va sulle donne, siano esse madri, nonne o figlie. C’è una fiducia cieca e noncurante nella nostra potenza, nella capacità delle nostre spalle di reggere tutto”. Le donne hanno più confidenza con il dolore, con la fatica, con i corpi e con l’anima, ma anche con il buio, con la capacità di restare un passo indietro: vai avanti tu, qui c’è ancora un sacco da fare. E allora dicono: ma no, alzare l’età della pensione significa semplicemente che siete tutti uguali, voialtri, e l’età si allunga (attenzione: anche la necessità di accudimento si allarga, in un paese per vecchi), e vorrete mica andare in pensione a sessant’anni, quando siete splendenti di vita e di forza e di idee
e di capacità di realizzarle? Volete uscire dalla vita attiva (non dite mai uscire
dalla vita attiva a una donna, se non volete un ferro da stiro in faccia, un intero asilo nido addosso, una sedia a rotelle in testa) così presto, come le vostre madri che andavano in pensione anche a trentasei anni?

Annalena Benini, Il Foglio, 8 dicembre 2011

“Scusa, non adesso, sto leggendo”.

“Scusa, non adesso, sto leggendo”.

E causa del declassamento del romanzo, anche, di quella femminilizzazione della letteratura, che non ha mai più riacquistato la sua purezza (quindi le donne non soltanto sono perdute, ma la potenza di quel baratro ha provocato la perdizione e l’harmonyzzazione della letteratura mondiale) “Pornolettrici”, le chiama con ironia Francesca Serra, come Marilyn Monroe che, seminuda e con i capelli al vento, viene fotografata con l’“Ulisse” di Joyce sulla spiaggia di Long Island (le ultime pagine, quindi lo scandaloso monologo di Molly Bloom). Un’idea peccaminosa di libertà, curiosità, salto nel buio, viaggio di Alice nel paese delle meraviglie, da cui non si tornerà mai come prima.

E adesso, come ha scritto Mario Vargas Llosa disperandosi, il lettore è tremendamente femmina. Pare che sia un male. Significa che gli uomini hanno cose più importanti da fare, e che la lettura è paragonabile al bridge. Secondo Vargas Llosa la letteratura “è stata relegata, come certi vizi incoffessabili, ai margini della vita sociale”. Cioè alle donne, colpevoli anche dell’imbarbarimento. Se i buoni romanzi scarseggiano, è colpa delle pornolettrici. Avide, insaziabili, dipendenti. Talmente perdute in questa folle ninfomania da avere sostituito il mal di testa con il libro.

Annalena Benini

Le brave ragazze non leggono romanzi.

Le brave ragazze non leggono romanzi.

La prima cosa da fare, se si è donne, è bruciare tutti i romanzi. Non leggere mai più. Lavorare a maglia, piuttosto, andare a pilates o a farsi iniezioni di botox, ma non toccare un libro. “Mai nessuna vergine ha letto dei romanzi”, scrisse Jean-Jacques Rousseau nella prefazione di “Giulia o la Nuova Eloisa” (1761), il best seller che tutte le fanciulle in fiore di quegli anni leggevano di nascosto in camera da letto, dopo che era stato vietato loro di sfogliarlo. La donna che legge è destinata alla perdizione, alla dissolutezza, alla ninfomania. Le lettrici, con la mente piena di immagini pericolose, di troppo sottili confini fra il bene e il male, si affacciano sul baratro morale (e sessuale), si liberano dell’innocenza per sempre e vanno incontro a destini pericolosi (forse anche più divertenti del botulino). Secondo il saggio di Francesca Serra, “Le brave ragazze non leggono romanzi” (Bollati Boringhieri), il libro è, storicamente, la tentazione più erotica che esista: basta aprirlo per dire addio alla castità e trasformarsi in una nuova Madame Bovary (la più grande lettrice della letteratura ottocentesca), che da ingorda consumatrice di romanzi diventa una vorace adultera e non riesce più a fermarsi.

Annalena Benini

E se scappo e nessuno mi insegue?

E se scappo e nessuno mi insegue?


La gattamorta non prende la macchina da sola la sera, non si concede al primo appuntamento, neanche al secondo e forse nemmeno al terzo per precisa strategia d’accalappiamento, la gattamorta finge pudicizia, tace languidamente invece di fare battute cameratesche, si ubriaca con un sorso di birra ma senza risultare scomposta, ha freddo, le pesa la borsa, è misteriosa ma con bisogno di protezione, non commette mai lo stupido errore di diventare amica di un uomo, si fa desiderare, scappa invece di inseguire (senza prendere in considerazione la spaventosa eventualità che tormenta le non gattemorte: e se scappo e nessuno mi insegue?) e naturalmente vince sempre.
Annalena Benini

La creammo con i nostri desideri e le sigarette e il rum St. James.

La creammo con i nostri desideri e le sigarette e il rum St. James.


Hadley Richardson moriva dalla voglia di tornare a Chicago per incontrare di nuovo Ernest Hemingway, ballare con lui, leggere i racconti che il Saturday Evening Post gli rifiutava e dire che erano meravigliosi, guardarlo in fondo agli occhi azzurri e capire se lui l’amava. “Che cosa vuoi fare?”, “La storia della letteratura, credo”. Era il 1920, non avevano un soldo, lui vendeva qualche articoletto qua e là, lei lo aspettava e basta, poi un giorno Hemingway le scrisse: “Penso sempre a Roma, che ne diresti di venirci con me… come mia moglie?”. Hadley rispose: “Andiamo, ho già fatto le valigie”, si sposarono e invece di
Roma scelsero Parigi (storia bellissima raccontata nel romanzo di Paula McLain, poetessa e insegnante universitaria in California, “Una moglie a Parigi”, Neri Pozza). “All’epoca chiamavamo Parigi ‘il gran bel posto’, e lo era. Dopotutto fu una nostra invenzione. La creammo con i nostri desideri e le sigarette e il rum St. James; la creammo con il fumo e la conversazione brillante e spericolata e sfidammo chiunque a negare che fosse nostra. Insieme creammo tutto per poi distruggerlo”.

Annalena Benini, Il Foglio, 23 aprile 2011

La cosa più divertente della differenza.

La cosa più divertente della differenza.

Pare, ma servirebbe commissionare un rapporto per averne la certezza scientifica, che gli uomini invece siano parecchio irritati. Per la difficoltà di accettare che la propria moglie o fidanzata o ragazza di una notte faccia un lavoro più importante, e a volte guadagni di più (anche quando il di più serva a pagare il mutuo di entrambi, che secondo Gail Collins è il vero cambiamento della condizione femminile: essere la colonna economica della famiglia). A parole sono tutti orgogliosi, ma poi schiacciano il dentifricio con rabbia. E, come ha scritto Kay Hymowitz in “Manning Up: How the Rise of Women has Turned Men Into Boys”, anticipato dal Wall Street Journal, i giovani uomini si vanno sempre più trasformando (si chiama involuzione) in adolescenti rancorosi. Perché le ragazze sono molto brave (e feroci) nel pretendere la parità nella carriera e nelle riunioni di lavoro, ma quando si tratta di amore, o anche solo di un appuntamento, vogliono la commedie sentimentali in bianco e nero. Lui che chiama per invitarla a cena, anzi manda un biglietto, lui che porta un mazzo di rose, lui che apre la portiera e paga il conto. Molti uomini ci vedono una contraddizione insopportabile, e non la cosa più divertente della differenza. Così, potendo scegliere, scelgono la playstation.
Annalena Benini, Il Foglio 4 marzo 2011

Credo di innamorarmi di quel tanghero.

Credo di innamorarmi di quel tanghero.


Credo che tu sia l’unica al mondo che, stando sul palcoscenico con i riflettori negli occhi, riesce a vedere un brillante nelle tasche di un uomo”, diceva Jane Russell a Marilyn Monroe, la bionda svaporata per la quale gli uomini erano a forma di diamante, mentre alla mora piacevano belli, alti e poveri (“Vuoi sentirne una bella? Credo di innamorarmi di quel tanghero”).
Annalena Benini, Il Foglio 2 marzo 2011

Dopo i due punti si consegnano le merci che sono state promesse prima dei due punti.

Lynne Truss

Andando a capo, si deve parlare del dramma del punto e virgola: Cormac McCarthy lo detesta, Kurt Vonnegut lo disprezzava: “Non usatelo, è un ermafrodito travestito che non rappresenta assolutamente nulla. Dimostra solo che avete fatto l’università. Quando Hemingway si è ucciso, ha messo un punto fermo alla sua vita. La vecchiaia, lei, assomiglia piuttosto a un punto e virgola”, John Irving invece lo usa spesso e ne discuteva con Vonnegut: “Nel mio caso, gli ribattevo, il punto e virgola deriva dall’esempio di Dickens e in particolare del suo periodare ampio e complesso, al che Kurt di solito mi rispondeva facendomi un sorriso benevolo, o dandomi dei colpetti sulla testa”. 

Succede quindi di sostituire il punto e virgola con i due punti, per non sembrare reazionari: Lynne Truss, ex correttrice di bozze che sul Daily Telegraph teneva una rubrica di punteggiatura e poi ne ha fatto un libro che in Inghilterra ha venduto più di un milione di copie, scalzando dalla classifica Harry Potter, avverte: “Dopo i due punti si consegnano le merci che sono state promesse prima dei due punti”.

Annalena Benini, Il Foglio 3 luglio 2010