Cosa sarà

Bici

Cosa sarà
Cosa sarà che fa crescere gli alberi
la felicità
che fa morire a vent’anni anche se vivi fino a cento
cosa sarà a far muovere il vento
a fermare il poeta ubriaco
a dare la morte per un pezzo di pane o un bacio non dato
Cosa sarà
che ti svegli al mattino e sei serio
che ti fa morire ridendo di notte all’ombra di un desiderio
Cosa sarà
che ti spinge ad amare una donna bassina e perduta
la bottiglia che ti ubriaca anche se non l’hai bevuta
Cosa sarà
che ti spinge a picchiare il tuo re
che ti porta a cercare il giusto dove giustizia non c’è
Cosa sarà
che ti fa comprare di tutto anche se è di niente che hai bisogno
Cosa sarà
che ti strappa dal sogno
Cosa sarà
che ti fa uscire di tasca dei no non ci sto
ti getta nel mare e ti viene a salvare
Cosa sarà
che dobbiamo cercare
che dobbiamo cercare
Cosa sarà
che ci fa lasciare la bicicletta sul muro
e camminare a sera con un amico a parlare del futuro
Cosa sarà
questo strano coraggio o paura che ci prende
e ci porta ad ascoltare la notte che scende
Cosa sarà
quell’uomo e il suo cuore benedetto
che sceso dalle scarpe e dal letto si è sentito solo
e come un uccello che in volo si ferma
e guarda giù.

Lucio Dalla, Francesco De Gregori

Signore, sarò lì, sì è sicuro (You’ve got a friend).

Signore, sarò lì, sì è sicuro (You’ve got a friend).

When you’re down and troubled and you need a helping hand
and nothing, whoa, nothing is going right.
Close your eyes and think of me and soon I will be there
to brighten up even your darkest nights.

You just call out my name, and you know where ever I am
I’ll come running to see you again.
Winter, spring, summer, or fall, all you have to do is call and I’ll be there, yeah, yeah,
you’ve got a friend.

If the sky above you should turn dark and full of clouds
and that old north wind should begin to blow,
keep your head together and call my name out loud.
Soon I will be knocking upon your door.
You just call out my name, and you know where ever I am
I’ll come running to see you again.
Winter, spring, summer, or fall, all you have to do is call and I’ll be there.

Hey, ain’t it good to know that you’ve got a friend? People can be so cold.
They’ll hurt you and desert you. Well, they’ll take your soul if you let them,
oh yeah, but don’t you let them.

You just call out my name, and you know where ever I am
I’ll come running to see you again.
Winter, spring, summer, or fall, all you have to do is call, Lord, I’ll be there, yeah, yeah,
you’ve got a friend. You’ve got a friend.
Ain’t it good to know you’ve got a friend. Ain’t it good to know you’ve got a friend.
Oh, yeah, yeah, you’ve got a friend.

Traduzione

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

L’ideale è più della vita (Buon 2012).

Così, la nostra coscienza scatta, la nostra vita scatta quando il primo dato, cioè il primo oggetto che ci interessa, è ciò che abbiamo incontrato. Ciò che abbiamo incontrato è il contenuto della fede: una compagnia, il cui significato, la cui consistenza è una cosa più grande di chi la compone, cioè Cristo. Fare credito, dunque, a questa compagnia; fare credito, credere se alicui, abbiamo studiato nella grammatica latina, «affidarci a», «darci a», cioè «appartenere», questo è ciò che ci definisce: siamo definiti da una appartenenza, l’appartenenza a Cristo,
che è astratta idea se non è dentro la modalità storica in cui l’abbiamo incontrato. La modalità storica fa ridere, ma senza di essa non Gli apparteniamo.
È una compagnia tra noi, quindi, «non come riparo dai colpi», come è stato detto stamattina argutamente, non quando paga, è stato detto altrettanto argutamente, ma come sostegno della mia posizione personale, come richiamo, alimento e correzione della mia posizione personale, cioè della mia fede, del mio riconoscere Cristo. Questa è, perciò, forse, la formula che dobbiamo perseguire
in questo primo pezzo di cammino che dobbiamo svolgere dopo questi mesi nuovi: «La vita non è più dell’ideale, la vita non può essere più dell’ideale, ma l’ideale è più della vita», secondo quanto è stato detto stamattina.
La vita è più dell’ideale quando le circostanze,tante circostanze, quelle che magari più premono individualmente, si sottraggono al giudizio e alla carica, all’attacco, dell’ideale: rifiutiamo il problema, la lotta e il problema; allora la vita diventa più dell’ideale e l’ideale si raccoglie in un angolo, come una nicchia a cui anche tributiamo incenso in certi momenti. Ma è l’ideale più della vita: «La tua grazia vale più della vita», come dice un Salmo che abbiamo ripetuto tante volte. Cioè: «La Tua presenza vale più della vita».
Arrivederci, auguri!

Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR 2007

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Il destino di Giovanni si è compiuto.

Al termine della cerimonia la mamma di Giovanni – Ester Poncato – ha avuto la forza di prendere in mano il microfono per riferire della telefonata avuta il giorno precedente con Julián Carrón, alla guida di Comunione e liberazione dopo don Giussani. «Mi ha detto che la consolazione sostanziale, che non si basa quindi sul sentimento, è quella di sapere che il destino di Giovanni si è compiuto. Carrón mi ha detto: “gli hai voluto bene e adesso gode di un bene più intenso”».

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

La difficoltà come quella che hai accennato tu è il fenomeno che c’è in tutte le vite tutti i giorni, tutte le ore: perché se io vengo qui il giovedì, andar via alle otto
e un quarto mi rincresce. Se mi rincresce andar via, allora che significato ha? Ha un significato – come dire? – bellamente umano: mi rincresce andar via da una bella compagnia. Ma questo incomincia il problema, non lo risolve. Incomincia il problema: è da qui che si vede se uno è teso a essere responsabile, protagonista oppure a cedere e a lasciarsi andare, sopportare, subire, rassegnarsi nella vita! Benissimo: «Sono le otto e un quarto ed è giusto che io vada via perché mi aspettano altrove»; io alle otto e un quarto dico «Ciao» e vado, superando quello che, ultimamente, è giusto chiamare anche malinconia, tristezza. Ma basta che la tristezza non domini, basta che la reattività del nostro io a ciò che accade non sia la parola determinante. Il rassegnato è colui nel quale la reazione a ciò che accade determina il tutto: il tutto è schiavo della sua reazione. Ma siamo matti?!

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Non puoi dire “Ho finito”.

Non puoi dire “Ho finito”.

Questa diversità è grazia nel senso che ciò che l’altro è – e che ti appare e che tu scopri diverso – è un segno dell’Essere, è una partecipazione al Mistero. Come il Mistero, così tutto ciò che partecipa, che è visto partecipare al Mistero, è inesauribile; non puoi dire: «Ho finito». L’amicizia serve a ridestare e alimentare questa scoperta e questa ricerca. Nell’amicizia questa scoperta è sempre fresca e – è paradossale! – la tensione a conoscere e ad abbracciare, cioè la tensione a possedere, è sempre più grande, ma è sempre diversa: non è più il possesso operato da te, ma – non so come dire – è come qualcosa che ti rende più grande.
Per esempio, uno la sera ha il desiderio di sentir musica. Se prende un bel pezzo di Beethoven o di Schubert, questo desiderio si ingrandisce enormemente, si precisa e si ingrandisce. Dovrebbe limitarsi e invece no: fa diventar più grande e l’attesa e il desiderio; precisando la risposta li fa diventare più grandi, perché non si esauriscono nella risposta. Ciò che si esaurisce nella risposta, ciò che si esaurisce come risposta, ciò che si pone come risposta e si esaurisce in ciò con cui si pone, è fraudolento, inganna, è un’illusione.

Luigi Giussani, “Tu” (o dell’amicizia), BUR

Aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità.

Aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità.

Diane Arbus

La compagnia che ci facciamo non è per sostituire l’esperienza che ciascuno deve fare, ma per testimoniarcela l’un l’altro e sfidarci a farla. Ciascuno ha bisogno per sé di questa esperienza, non possiamo vivere soltanto dell’esperienza di un altro, perché sono io che devo fare l’esame di latino, sono io che devo stare davanti alla morosa, non è l’altro, non siamo noi tutti insieme. Davanti al dramma del vivere ci sono io. Per questo (..) “aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità, che elida la vostra fatica, che renda meccanica la vostra libertà“. (Luigi Giussani, Rimini 1982)

Julián Carrón, Milano, 18 giugno 2011

Nell’esprimere una preferenza si apre e manifesta una profondità d’amore (Gesù pianse).

Nell’esprimere una preferenza si apre e manifesta una profondità d’amore (Gesù pianse).


Immaginiamo su quella lingua di spiaggia, in quell’ultima ombra che stava diventando sempre più chiara, quel gruppetto di uomini attoniti, di fronte ad un Uomo risorto, così vivo, così uomo, così tempestivo e presente nella loro realtà concreta. E quella umanità ci appare dai racconti dei Vangeli capace di un’affezione che se è per tutti non è però generica, anzi proprio nell’esprimere una preferenza si apre e manifesta una profondità d’amore. Molte volte gli evangelisti sottolineano queste predilezioni di Gesù, segni di un’umanità vera: dal giovane ricco di cui Marco nota: «Allora Gesù, fissando il suo sguardo su di lui, lo amò…» (Mc 10,21); a Lazzaro, di cui le sorelle diranno in un messaggio a Gesù: «Signore, colui che tu ami è malato» (Gv 11,3), ed era così vero che Gesù, quando si trovò di fronte alla sua tomba, si commosse e si turbò, e l’evangelista Giovanni ci dice: «Gesù pianse. Esclamarono perciò i Giudei: “Guarda come lo amava!”» (Gv 11,35-36).

Luigi Giussani, Alla ricerca del volto umano, BUR

Perché la realtà è buona (è Gesù che l’ha creata per noi).

Carissimo,
non so se ringraziarti del tuo augurio natalizio o della struggente nostalgia che mi ha provocato il tuo ricordo montano. Io so solo che l’uno l’ho sentito così vero, che se fossi stato qui, ti avrei abbracciato commosso; e che il secondo invase la mia fantasia di neve, di vette e sole, così che il mio cuore si mise a ripetere il tuo Victor Hugo, come se fossi stato tu. Ma io ero qui…!
Eppure, se siamo bambini, il desiderio e l’immaginazione non sono così vicini alla realtà? Oh, sì, perché la realtà è buona (è Gesù che l’ha creata per noi!), e non può tradire i nostri più struggenti desideri e le nostre più appassionate immaginazioni!… Non so, dunque, da che parte incominciare a ringraziarti, ma sento veramente che fra i doni più grandi e vivi che Gesù mi rinnova ad ogni spuntare di anno nuovo, c’è la tua amicizia.
Vi ringrazio insieme, e insieme vi prego di aiutarmi, perché dopo ogni grande dono non si può non essere più buoni.
Con tanti auguri per il tuo Anno Santo.

Luigi Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, San Paolo 2007

Lo splendore supremo di un amore ha la forma di un sacrificio.

Cos’è la moralità?

La tensione all’ideale.

La tensione all’ideale: è una tensione! Il contrario della tensione, l’opposto della tensione è proprio la dimenticanza, l’abbandonare la «volontà di». Insomma, lo splendore supremo di un’amicizia, di un amore ha la forma di un sacrificio. È tremendo che sia così, è paradossale: non è contraddizione, è paradosso. Annamaria, paradosso sai cosa vuol dire? È una parola che viene dal greco: parà e dokeìn. Son vicine due cose che sembrano opposte: morte/vita, vita/sacrificio, gusto/sacrificio. Son due cose opposte, eppure sono una cosa sola. Lo splendore, la purità, diciamo la parola più giusta, la verità di un’affezione, di un amore sta nel sacrifìcio che si abbraccia per esso («Nessuno ama tanto come chi dà la vita per il suo amico»): dire questo capovolge la mentalità con cui siamo tentati di vivere tutti; la capovolge, perché nessuno al mondo direbbe che il vertice, proprio la vertigine di un’affezione, la vetta di una preferenza è un sacrificio, si esprime con un sacrificio. Ma quanto più hai paura del sacrificio, tanto più si rende opaca l’affezione, tanto più senti il disagio di un residuo di bugia nel dire: «Ti voglio bene».
È paradossale, eppure è vero. Perché è vero? Perché è una legge, è la condizione in cui Dio ha fatto il mondo. Tant’è vero che Dio venuto nel mondo è morto, che è la contraddizione più inconcepibile che ci sia, cioè il paradosso più grande che ci sia: non esiste possibilità per noi di pensare, di immaginare una frase più paradossale di questa.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR