Las cuatro de la madrugada (Y que lleguen las cinco).

Las cuatro de la madrugada

Milano_alba

Hora de la noche al día.
Hora de un costado al otro.
Hora para treintañeros.

Hora acicalada para el canto del gallo.
Hora en que la tierra niega nuestros nombres.
Hora en que el viento sopla desde los astros extintos.
Hora y-si-tras-de-nosotros-no-quedara-nada.

Hora vacía.
Sorda, estéril.
Fondo de todas las horas.

Nadie se siente bien a las cuatro de la madrugada.
Si las hormigas se sienten bien a las cuatro de la madrugada,
habrá que felicitarlas. Y que lleguen las cinco,
si es que tenemos que seguir viviendo.

De “Llamando al Yeti” 1957 Versión de      Gerardo Beltrán

Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre.

Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre.

Natale_2012_11 Grunewald - Altare di Isenheim


Il miracolo più grande, da cui i discepoli erano colpiti tutti i giorni, non era quello delle gambe raddrizzate, della pelle mondata, della vista riacquistata. Il miracolo più grande era uno sguardo rivelatore dell’umano cui non ci si poteva sottrarre. Non c’è nulla che convinca l’uomo come uno sguardo che afferri e riconosca ciò che esso è, che scopra l’uomo a se stesso. Gesù vedeva dentro l’uomo, nessuno poteva nascondersi davanti a lui, di fronte a lui la profondità della coscienza non aveva segreti.
(Luigi Giussani)

La gioia più grande della vita dell’uomo è quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle carni del proprio pensiero e del proprio cuore.

Il S. Natale mi costringe con piacere ad uscire dall’indolenza,
e negli auguri metto tutta la mia forza di
amicizia. lo sono sicuro che anche a te il Liceo lasci
quella profonda illusione di fascino, che è sorgente di
un mondo di idee, di «scoperta», di sentimenti: io ti
auguro che Gesù si incarni in queste tue esperienze,
con quella inesorabilità definitiva, con cui si incarnò
nel seno di Maria Vergine.
Perché la gioia più grande della vita dell’uomo è
quella di sentire Gesù Cristo vivo e palpitante nelle
carni del proprio pensiero e del proprio cuore. Il resto
è veloce illusione o sterco.

Luigi Giussani, Lettere di fede e di amicizia ad Angelo Majo, San Paolo, 2007

La domanda è come essere disponibili.

Come si fa a diventare disponibili ogni giorno a riconoscere, nella diversità che il reale mi porta, la novità che non mi fa obiezione?
La domanda è come essere disponibili. Sei disponibile alla novità che ogni giorno ti porta, se sei disponibile alla verità, vale a dire se ami, se cerchi il Signore. Quando commento l’Angelus devo sempre richiamare questa cosa: immaginiamoci la Madonna per la quale ogni giorno, quando si svegliava, era il desiderio di capire di più quel che aveva dentro o davanti.

Ragione e sentimento.

Lo stato d’animo ha ben altro scopo per essere dignitoso: ha lo scopo di una condizione messa da Dio, dal Creatore, attraverso la quale si è purificati. Mentre il cuore indica l’unità di sentimento e ragione. Esso implica una concezione di ragione non bloccata, una ragione secondo tutta l’ampiezza della sua possibilità: la ragione non può agire senza quella che si chiama affezione. È il cuore – come ragione e affettività – la condizione dell’attuarsi sano della ragione. La condizione perché la ragione sia ragione è che l’affettività la investa e così muova tutto l’uomo. Ragione e sentimento, ragione e affezione: questo è il cuore dell’uomo» (L. Giussani, L’uomo e il suo destino, Marietti, Genova 1999, pp. 116-117).

Julian Carròn, Assemblea nazionale CdO, Milano 21 novembre 2010

Il Mistero lo porta al destino, secondo il disegno di un Altro.

Garry Winogrand

(..) proviamo a immaginarci davanti al sacrificio che è una cosa che ripugna, che sentiamo come ingiusto! «E un padre e una madre, pensando a questo [così ripugnante], direbbero: “Come vorrei io sputar sangue per te!”». E guardate quello che dice (don Giussani): «No, quel che tocca a ognuno tocca, cioè quello che Dio vuole da te, devi farlo tu». Non ci sono storie, perché non decidiamo noi la strada attraverso cui il Mistero porta l’altro al destino. Siamo noi che dobbiamo sottometterci alla modalità con cui il Mistero porta al destino, noi e gli altri: un’obbedienza. Ma noi pensiamo di voler bene cercando di risparmiarla all’altro, come se Dio non gli volesse così bene come noi, che pensiamo di essere coloro che vogliono veramente bene all’altro: siamo così presuntuosi che pensiamo di volere bene perché vogliamo risparmiargli la strada, mentre in realtà il Mistero non gli vuole così bene perché non gliela risparmia. Questa è la conclusione non confessata a noi stessi, ma sottointesa. Questo non vuol dire che non possiamo collaborare anche a quello che viene chiesto; anzi, è impossibile non voler collaborare, non aiutare il prossimo a qualsiasi costo. Ma significa collaborare e aiutare a percorrere la modalità con cui il Mistero lo porta al destino, che è secondo il disegno di un Altro.

Julián Carrón

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore.

Uno capisce perché si rende conto lui, nel fondo del cuore. E poi (..)
sottolinea: «Uno vorrebbe far capire subito, […] vorrebbe che l’altro non facesse le fatiche che deve
fare», come il padre e la madre che guardando il figlio piccolo vorrebbero che facesse la strada
senza fatica. Guardate che non dobbiamo passare sopra queste cose, perché è quello che pensiamo
noi, per noi e per gli altri, lo abbiamo visto queste ultime volte. Perché «vorrebbe che non dovesse
fare tutti i passaggi che hanno fatto loro, gli rincresce che debba farli», ma diventerà loro, dei figli,
soltanto se fanno questo percorso; perché quello che hanno imparato i genitori diventi dei figli,
occorre che questi ultimi facciano le stesse identiche esperienze, perché non è un meccanismo.
«Invece, uno fa quello che può […], magari quello che Dio gli permette, considerando la
disponibilità della sua libertà [e della libertà dell’altro, perché ci possiamo scontrare con l’altro che
dice di no]».

Julian Carròn, Scuola di Comunità del 17 novembre 2010

E’ ciò di cui sei fatto che ti chiama (le circostanze ti destano).

Norman Rockwell, Discovery

(..) insomma tutte le circostanze: non è vero che ti freghino…

Ti destano.

Ti destano. Diceva san Paolo: Omnis creatura bona, ripetendo quello che diceva Dio in principio alla Genesi:”Vide che era una cosa buona”.

Perciò non dobbiamo aver paura di niente. La paura è di un bambino che è provato, che è stato ferito, non del bambino in senso naturale. In senso naturale il bambino corre e corre, o va dentro l’acqua del lago senza distinguerla dalla terra! Perciò il Movimento ha sempre sottolineato questa partenza positiva: in qualsiasi cosa ti imbatti, qualsiasi cosa incontri è un invito.

Si chiama vocazione: ti chiama, è ciò di cui sei fatto che ti chiama, tant’è vero che ti corrisponde. quanto più ti corrisponde, tanto più diventa preferenza.

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Io voglio vedere la bellezza.


Ad un certo punto le parole non riescono più a trasmettere ogni sensazione e cerchi qualcos’altro. Si comincia coi gesti, le gentilezze e i passaggi in macchina. Curi tutto nel dettaglio per cercare di rendere all’esterno quello che hai dentro. Ma ancora non basta. Ci vorrebbe un contatto, qualcosa da giudicare coi sensi. Poi quando ci arrivi è fantastico, quasi non ti rendi conto di quello che stai facendo. Ma un attimo dopo hai di nuovo sete: hai voglia di un abbraccio, di uno sguardo che non finisce più, di un bacio (..). Diventa un bisogno per l’anima, che ha paura di perdere tutto e allora diventa possessiva. Deve stringere a sé.
Sembra il limite massimo, l’apice di tutto ciò che può generare un rapporto, pensi di aver dato tutto ciò che c’era da offrire: parole, sguardi, presenza, silenzi, dediche, telefonate lunghissime, contatto umano, idee, strazianti dolori, sogni pazzeschi. Ma allora adesso è davvero tutto, no? Cos’altro potrebbe accadere? Oltre quali altre colonne potresti mai spingerti?
La verità è che non finisce mai perché tutto questo non è mai abbastanza.
E anche se fa paura perché non riesci a vedere il fondo, perché non sai mai cosa potrebbe succedere la prossima volta, perché ad un certo punto non ti fidi più neanche di te stesso, non importa: io voglio vedere la bellezza.

M.