poi non due teste (il buio sapeva di pioggia)

poi non due teste (il buio sapeva di pioggia)

le loro ombre un’ombra sola la testa di lei si erse era sopra la sua le due teste sullo sfondo del cielo

non sei mica obbligato se non vuoi

poi non due teste il buio sapeva di pioggia di erba di foglie bagnate la luce grigia stillante come pioggia il caprifoglio che saliva a molli ondate vedevo il suo viso simile a una macchia sulla spalla di lui che la reggeva con un braccio come se non fosse più grande di una bambina

William Faulkner, L’urlo e il furore, Einaudi

 

Vicina, sono troppo vicina perché mi sogni.

Vicina, sono troppo vicina perché mi sogni.

Gli sono troppo vicina perché mi sogni.

Non volo su di lui, non fuggo da lui

sotto le radici degli alberi. Troppo vicina.

Non con la mia voce canta il pesce nella rete.

Non dal mio dito rotola l’anello.

Sono troppo vicina. La grande casa brucia

senza che io chiami aiuto. Troppo vicina

perché la campana suoni sul mio capello.

Troppo vicina per entrare come un ospite

dinanzi a cui si scostano i muri.

Mai più morirò così leggera,

così fuori dal corpo, così ignara,

come un tempo nel suo sogno. Troppo,

troppo vicina. Sento il sibilo

e vedo la squama lucente di questa parola,

immobile nell’abbraccio. Lui dorme,

più accessibile ora alla cassiera d’un circo

con un leone, vista una sola volta,

che non a me distesa al suo fianco.

Per lei ora cresce in lui la valle

con foglie rossicce, chiusa da un monte innevato

nell’aria azzurra. Io sono troppo vicina

per cadergli dal cielo. Il mio grido

potrebbe solo svegliarlo. Povera,

limitata alla propria forma,

ed ero betulla, ed ero lucertola,

e uscivo dal passato e dal broccato

cangiando colori delle pelli. E possedevo

il dono di sparire agli occhi stupiti,

ricchezza delle ricchezze. Vicina,

sono troppo vicina perché mi sogni.

Tolgo il braccio da sotto la sua testa,

intorpidito, uno sciame di spilli.

Sulla capocchia d’ognuno, da contare,

sono seduti angeli caduti.

Wislawa Szymborska