Il tema del destino e della tristezza domina sul tema della vita come un costante sottofondo.

Il tema del destino e della tristezza domina sul tema della vita come un costante sottofondo.

L’uomo guarda con ironia e sarcasmo il niente, quello che dentro sembra tutto; guarda con cinismo e con raccapriccio questo destino delle cose. Da un sentimento simile nasce il secondo movimento, così apparentemente in contrasto con gli altri da fare paura, da fare stringere il cuore: cambia improvvisamente l’atmosfera. Un altro occhio, un altro cuore, un’altra sensibilità: è un’altra musica che interviene. E’ come se la musica dicesse la verità di quello che si è goduto prima. L’accordo di fondo è sostanzialmente sempre lo stesso, uno degli accordi più tristi che si siano ascoltati nella storia della musica: certamente c’è al suo interno una bellissima melodia tematica, ma il vero tema è quell’accordo, che con qualche leggera variazione dura quasi ininterrottamente dal principio alla fine e anche quando sembra scomparso, anche quando sembra travolto dalla spontanea e naturale melodia, dallo spontaneo e naturale desiderio di vita dell’uomo, quando meno uno se lo aspetto, ritorna e conclude il pezzo. E’ un accordo che riempie quasi tutto il brano e lo domina, mentre la melodia ha una tale suggestività e ricchezza di variazioni che uno dovrebbe esserne contento, ma non può più esserlo: il tema del destino e della tristezza domina sul tema della vita come un costante sottofondo. Quell’uomo è profeta di come la vicenda andrà a finire di lì a poco: ma, finito il secondo movimento, è come se si scrollasse di dosso la malinconia e rientrasse per riprendere a ballare.

Luigi Giussani, Spirto gentil, Bur Saggi 2011

E se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma sempre la tua attenzione sul più bello.

E se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma sempre la tua attenzione sul più bello.

Privilegiate l’interpretazione più benevola del fatto. Bisogna agire sempre in questo modo interpretando sempre in favore del prossimo; e se un’azione avesse cento aspetti, tu ferma sempre la tua attenzione al più bello (…) L’uomo giusto quando non può scusare né il fatto né l’intenzione di chi sa per altre vie essere uomo per bene, rifiuta di giudicare, se lo toglie dallo spirito, lascia a Dio solo la sentenza. (…) Quando non ci è possibile scusare il peccato, rendiamolo almeno degno di compassione, attribuendolo alla causa più comprensibile che si possa pensare, quali l’ignoranza e la debolezza.

Card.Angelo Scola, citando S.Francesco di Sales

Eppure non sei che Faust, non sei che un uomo.

Eppure non sei che Faust, non sei che un uomo.

FAUST:

Decidi i tuoi programmi, Faust, comincia a sondare a fondo ciò che professerai. Sei già dottore, fingi di essere teologo e invece punta al fine ultimo di ogni scienza e vivi e muori nelle opere di Aristotele. Dolce Analitica, sei tu che mi hai innamorato:”Bene disserere est finis logices”. Discutere bene, è questo il fine ultimo della logica?

E’ tutto qui il miracolo che promette quest’arte? Non leggere più allora, hai raggiunto quel fine. L’ingegno di Faust vuole un tema più grande.

“On kai me on”, addio. Venga Galeno perché “ubi desinit philosophus, ibi incipit medicus”. Diventa medico, Faust, ammucchia oro, sii immortale per qualche cura miracolosa. “Summum bonum medicinae sanitas”. Il fine dell’arte è la salute del corpo. Ma allora, Faust, non l’hai raggiunto quel fine? Non è ogni tua battuta un ottimo aforisma? Le tue ricette non sono esposte come monumenti per cui intere città hanno scampato la peste e mille malattie disperate hanno trovato una cura?

Eppure non sei che Faust, non sei che un uomo.

Potessi far vivere gli uomini in eterno o quando muoiono ridare loro la vita, allora potrei stimare questa professione. Addio medicina. Dov’è Giustiniano? “Si una eademque res legatur duobus, alter rem, alter valorem rei…” Squallido caso di lasciti miserabili! “Exhcreditare filium non potest pater, nisi…” Di questo trattano le Istituzioni e il corpo universale delle leggi. Ma questo lavoro è degno d’uno sgobbone venduto che va a caccia di niente, di gusci vuoti: per me, troppo servile e illiberale.

Tutto sommato è meglio la teologia. La Bibbia di Girolamo, Faust, leggila bene: “Stipendium peccati mors est.” Ah! “Stipendium peccati…” La morte è il salario del peccato. E’ duro.

Christopher Marlowe, Faust, Scena prima

Non troverai nulla di solido su cui posare (Dov’è la via? Nessuna via!).

Non troverai nulla di solido su cui posare (Dov’è la via? Nessuna via!).

FAUST – Dov’è la via?
MEFISTOFELE – Nessuna via! Verso l’inesplorato inesplorabile. Verso l’inesorato inesorabile. Sei tu disposto? Non chiavistelli da disserrare, non catenacci da tirare; attraverso solitudini ti troverai preso in un vortice. Hai un’idea di ciò che vuol dire solitudine, vuoto? […] Anche se tu attraversassi a nuoto l’oceano, teso lo sguardo su quello sconfinato orizzonte, vedresti pur sempre le onde che inseguon le onde e, pur nel terrore di essere inghiottito, qualcosa scorgerebbero pur sempre le tue pupille. […] Invece nulla vedrai nelle lontananze eternamente vuote, non udrai il suono del tuo passo, Non troverai nulla di solido su cui posare.

Alla radice della sinfonia, c’è una serenata (Sinfonia “Haffner” K385).

Alla radice della sinfonia, c’è una serenata (Sinfonia “Haffner” K385).

Alla radice della “Haffner” c’è una serenata che, una volta arricchita dei movimenti, divenne – di fatto – una sinfonia in piena regola. E quella “serenata” era stata commissionata da un signorotto salisburghese di nome, appunto, Haffner. (Riccardo Storti)

Si dice e si è detto, ad esempio, che in epoca classica la forma‑sonata assume un ruolo, per così dire, totalitario, “infiltrandosi” in tutti i generi musicali dell’epoca. Il fatto, di per sé indiscutibile, non dovrebbe però indurre a dimenticare le differenze anche molto pronunciate che essa realizza a seconda del genere musicale in cui viene inserita. È evidente che il primo movimento di una Eine kleine nachtmusik non avrebbe mai potuto svolgere analoga funzione in una Jupiter, e viceversa: il codice compositivo della serenata impone una costruzione semplice, di dimensioni piuttosto ridotte, estranea ad eccessive complicazioni armoniche e contrappuntistiche, con uno sviluppo breve, privo di parentesi e digressioni, lontano dal piano architettonico complesso che possiamo riscontrare in una sinfonia: la differenza fra i generi, sia pur relativa, permane come modello e rispecchiamento di opposte modalità percettive e di differenti funzioni sociali. La serenata (il genere «serenata») trova la sua ragione compositiva nel campo della musica “funzionale”, nell’idea di musica come sottofondo piacevole ad attività le più varie; la «sinfonia», invece, è concepita per un pubblico che si concentra su di essa, e, di conseguenza, può permettersi un grado di superiore complessità formale.

Nota: composizioni come la Sinfonia “Haffner” K 385 (già a sua volta concepita in qualità di Serenata) trovano nella pertinenza al genere musicale la ragione primaria della loro problematicità.

Gianni Ruffin, http://www.diastemastudiericerche.org

How far would I travel Just to be where you are? (How much do I love you?)

How far would I travel Just to be where you are? (How much do I love you?)

How much do I love you?
I’ll tell you no lie
How deep is the ocean?
How high is the sky?
How many times in a day
Do I think of you?
How many roses are
Sprinkled with dew?

How far would I travel
Just to be where you are?
How far is the journey
From here to a star?
And if I ever lost you
How much would I cry?

How deep is the ocean?
How high is the sky?

 

L’homo viator è colmo di dolore e di certezza.

L’homo viator è colmo di dolore e di certezza.

Cristo è venuto a salvare noi vagabondi dall’inutilità, ad assicurare ai nostri passi una strada certa: com’è diverso l’homo viator, l’uomo camminatore come è concepito dalla mentalità cristiana. Egli infatti è colmo di dolore e di certezza, cioè umile; è colmo di dolore perché è ben consapevole dell’incoerenza, dei tradimenti, ma attraverso essi sempre passa trionfando l’evidenza e la certezza della presenza di Cristo, la volontà della Sua Presenza, e la sua vita è testimoniata dalla Sua Presenza, anche attraverso il male. Sperando l’insperabile, in spe contra spem: la prima grande coordinata, la coordinata dell’amore, nell’uomo teso nel cammino al destino, è la speranza. Spe erectus, dice San Paolo, descrivendo l’uomo cristiano, diritto nella speranza. Cadesse mille volte al giorno, queste cadute sono in lui, ma è come se fossero non sue, sempre di meno sue. Sperando contro ogni apparenza, eretto in una speranza invincibile. Cristo è il contenuto di questa speranza invincibile: tutto è per il bene, tutto è per la sua gloria.

Luigi Giussani, Spirto gentil, Bur Saggi

Si ritrova come prima in mezzo alle necessità di una trama di rapporti.

Si ritrova come prima in mezzo alle necessità di una trama di rapporti.

Il Wanderer è l’uomo che se ne va, non il camminatore (il camminatore ha uno scopo davanti), ma l’uomo che cammina smarrito e se si può beare di qualche cosa, si bea del suo spontaneismo alla deriva, alla mercé di chissà che. Il vagabondo se ne va, continua la sua strada che non una strada perché è senza scopo e senza missione, non ha un fine e non ha una fine. Per questo è condannato a fuggire, innanzitutto da se stesso, spinto non da un desiderio, ma da una insoddisfazione che che diventa condanna. Fuggire, fuggire, fuggire, e dopo tre giorni di corsa, come il Wanderer di Schubert, dopo tre giorni di cammino alla cieca, si ritrova come prima in mezzo alle necessità di una trama di rapporti. Pensate se questo non descrive tante giornate e la vita di tanta gente che abbiamo intorno.

Luigi Giussani, Spirto gentil, Bur Saggi

In questa sua ricerca del significato l’uomo ha bisogno di una direzione.

In questa sua ricerca del significato l’uomo ha bisogno di una direzione.

Così uno -come il Wanderer di Schubert – vagola di qua e di là, tocca un punto, un altro,e non riesce a tirare le fila perchè gli manca un fattore; manca un fattore per cui la riprova dell’addizione, della sottrazione, della divisione, della moltiplicazione, la riprova non riesce mai. L’operazione su di sé e sul mondo non riesce mai come coscienza dei fattori in gioco e, quindi, non riesce mai come esito, come riuscita.

Ma in questa ricerca di chi lui è, in questa sua ricerca del significato, l’uomo ha bisogno di una direzione, di uno scopo, altrimenti il suo stesso desiderio si muta in risentimento e violenza.

L’immagine di questo mondo, nel suo aspetto meno brutto, meno cattivo e meno violento, è quella del vagabondo; non tanto del viandante, ma del vagabondo, che Schubert ha sentito e descritto per venti minuti in questo bellissimo pezzo.

Luigi Giussani, Spirto gentil, Bur Saggi