Al termine di quel pomeriggio perfetto non si abbracciarono.

Al termine di quel pomeriggio perfetto non si abbracciarono.

L’uso smodato che faceva di quella parola gli attirava costanti note di ammonimento a margine. “Superfluo”, scriveva Miss Benson. “Ridondante”. “Manierato”. Be’, forse superfluo per lei, ma non per il novizio: carattere umano, possibilità umana, errore umano, tormento umano, tragedia umana. Sofferenza e fallimento, il tema di così tanti romanzi che lo “toccavano”, erano “condizioni umane” di cui all’ultimo anno di college era in grado di parlare con stupefacente lucidità e serietà… Stupefacente dal momento che, dopotutto, lui era uno le cui sofferenze fino a quel momento si erano limitate alle sedute dal dentista.

Parlarono prima della tesina, poi del futuro. Miss Benson si aspettva che dopo l’esercito lui continuasse gli studi letterari a Oxford o a Cambridge. Pensava che per Nathan sarebbe stata una buona idea trascorrere un’estate girando l’Inghilterra in bicicletta per vedere le grandi cattedrali. A lui parve giusto. Al termine di quel pomeriggio perfetto non si abbracciarono, ma solo a causa dell’età, della posizione e del carattere di Miss Benson. Zuckerman sarebbe stato pronto e disponibile, in lui l’impulso di abbracciare e di essere abbracciato era stato quasi irresistibile.

Philip Roth, La mia vita di uomo, Einaudi