E naturalmente “umano”, per cui aveva un debole particolare.

E naturalmente “umano”, per cui aveva un debole particolare.

Quelle del pomeriggio di maggio del suo ultimo anno al college, quando era stato invitato – non era stato Osterwald a venire invitato, non era stato Fischbach, ma Zuckerman, il prescelto fra i Prescelti – a prendere il tè con Caroline Benson nel giardino “inglese” sul retro della sua casa, erano state, senza alcun dubbio, le quattro ore più civilizzate delle sua vita. Miss Benson gli aveva detto di portare con sé la tesina specialistica che aveva appena terminato, e lì in giacca e cravatta, in mezzo a centinaia di varietà di fiori, di nessuna delle quali (eccetto la rosa) conosceva il nome, sorseggiando quel minimo di tè necessario per non parare scortese (non riusciva ancora a dissociare il tè caldo con limone dallo stare a letto malato da bambino) e masticando sandwich al crescione (che non aveva mai sentito nominare prima di quel pomeriggio, e avrebbe fatto volentieri a meno di sentir nominare di nuovo), lesse ad alta voce a Miss Benson le trenta pagine della sua tesina dal titolo Sommessa isteria. Uno studio del senso latente di angoscia in un alcuni romanzi di Virginia Woolf. La tesina era piena di tutte quelle parole che adesso lo affascinavano tanto, ma che di rado, se non mai, aveva pronunciato nel soggiorno di casa sua a Camden: “ironia” e “valori” e “destino”, “volontà” e “visione” e “autenticità”, e naturalmente “umano” per cui aveva un debole particolare.

Philip Roth, La mia vita di uomo, Einaudi