Al termine di quel pomeriggio perfetto non si abbracciarono.

Al termine di quel pomeriggio perfetto non si abbracciarono.

L’uso smodato che faceva di quella parola gli attirava costanti note di ammonimento a margine. “Superfluo”, scriveva Miss Benson. “Ridondante”. “Manierato”. Be’, forse superfluo per lei, ma non per il novizio: carattere umano, possibilità umana, errore umano, tormento umano, tragedia umana. Sofferenza e fallimento, il tema di così tanti romanzi che lo “toccavano”, erano “condizioni umane” di cui all’ultimo anno di college era in grado di parlare con stupefacente lucidità e serietà… Stupefacente dal momento che, dopotutto, lui era uno le cui sofferenze fino a quel momento si erano limitate alle sedute dal dentista.

Parlarono prima della tesina, poi del futuro. Miss Benson si aspettva che dopo l’esercito lui continuasse gli studi letterari a Oxford o a Cambridge. Pensava che per Nathan sarebbe stata una buona idea trascorrere un’estate girando l’Inghilterra in bicicletta per vedere le grandi cattedrali. A lui parve giusto. Al termine di quel pomeriggio perfetto non si abbracciarono, ma solo a causa dell’età, della posizione e del carattere di Miss Benson. Zuckerman sarebbe stato pronto e disponibile, in lui l’impulso di abbracciare e di essere abbracciato era stato quasi irresistibile.

Philip Roth, La mia vita di uomo, Einaudi

Le dico vieni più vicino a me che ci si commuove (Niente più di questo l’amore commuove).

Le dico vieni più vicino a me che ci si commuove (Niente più di questo l’amore commuove).

Niente più di questo l’amor commuove
quando vedo il mio bambino
rovistare per la casa come fa un gattino

E poi la bimba grande che
racconta storie che solo lei ride
faccio finta di ascoltare
e un rimorso poi mi sale

Niente più di questo l’amor commuove
di quello che puoi desiderare

Poi mia moglie vedo tornare
stanca dal lavoro sempre uguale
e allora io ci provo e le dico fuori piove
e noi dividiamo
questo raggio di sole

Guardo se i bambini dormono
e poi spengo la TV
Le dico vieni più vicino a me
che ci si commuove

Corri i bimbi fanno tardi a scola
un bacio babbo torna all’uscita
poi in strada un divino fondoschiena camminare

E niente più di questo l’amor commuove
ma questa è già un’altra canzone.

Bobo Rondelli

E naturalmente “umano”, per cui aveva un debole particolare.

E naturalmente “umano”, per cui aveva un debole particolare.

Quelle del pomeriggio di maggio del suo ultimo anno al college, quando era stato invitato – non era stato Osterwald a venire invitato, non era stato Fischbach, ma Zuckerman, il prescelto fra i Prescelti – a prendere il tè con Caroline Benson nel giardino “inglese” sul retro della sua casa, erano state, senza alcun dubbio, le quattro ore più civilizzate delle sua vita. Miss Benson gli aveva detto di portare con sé la tesina specialistica che aveva appena terminato, e lì in giacca e cravatta, in mezzo a centinaia di varietà di fiori, di nessuna delle quali (eccetto la rosa) conosceva il nome, sorseggiando quel minimo di tè necessario per non parare scortese (non riusciva ancora a dissociare il tè caldo con limone dallo stare a letto malato da bambino) e masticando sandwich al crescione (che non aveva mai sentito nominare prima di quel pomeriggio, e avrebbe fatto volentieri a meno di sentir nominare di nuovo), lesse ad alta voce a Miss Benson le trenta pagine della sua tesina dal titolo Sommessa isteria. Uno studio del senso latente di angoscia in un alcuni romanzi di Virginia Woolf. La tesina era piena di tutte quelle parole che adesso lo affascinavano tanto, ma che di rado, se non mai, aveva pronunciato nel soggiorno di casa sua a Camden: “ironia” e “valori” e “destino”, “volontà” e “visione” e “autenticità”, e naturalmente “umano” per cui aveva un debole particolare.

Philip Roth, La mia vita di uomo, Einaudi

Perché lei vorrebbe imparare una cosa simile?

Perché lei vorrebbe imparare una cosa simile?

Foto di Paola Rizzi, dalla rete.

La reazione di Miss Benson al suo proposito di miglioramento di se stesso fu così profonda e al contempo così semplice che, per giorni e giorni, Zuckerman continuò a ripetere a se stesso quella semplice frase interrogativa; al pari di Il fiume e il tempo, avvalorava una cosa di cui era sempre stato certo, ma in cui non avevava avuto fede fino a che non era stata espressa da una persona di indiscutibile purezza e prestigio morale: – Perché, _ aveva domandato Caroline Benson a quel diciassettenne, – lei vorrebbe imparare una cosa simile?

Philip Roth, La mia vita di uomo, Einaudi

E perfino quel niente che ti rimane (Sì a me delle donne).

E perfino quel niente che ti rimane (Sì a me delle donne).

Street photographers, dalla rete

Sì, a me delle donne
l’amore coi loro misteri
tutto mi piace
ascoltarle e parlargli
tra le loro braccia,
in quel morbido dormire,
le mani sentire,
sognarle mi piace.

E perfino quel niente
che ti rimane
quando abbracciano e poi
se ne vanno via lontano…

Perché a me delle donne
l’amore coi loro misteri
tutto mi piace.

Franco Loi-Bobo Rondelli

Cristo troneggia facendo diventare vero tutto!

Cristo troneggia facendo diventare vero tutto!

El Greco, Cristo Salvatore

L’amore dell’uomo alla donna non si divide in matrimonio e verginità (matrimonio: adempimento; verginità: negazione); non c’è assolutamente amore dell’uomo e della donna sposati se non è verginità, e non è verginità se non è amore alla realtà vivente.

Soltanto che, perché questo sia – nel primo caso e nel secondo caso è identico – bisogna che sia crocefisso.

Crocefiggere l’oggetto d’un proprio desiderio in sé giusto è come esser lì lì per afferrarlo senza poterlo afferrare.

Insomma, non c’è niente di più anticristiano che concepire «Cristo tutto in tutti» come l’eliminazione di tutto perché troneggi Cristo. Cristo troneggia facendo diventar vero tutto! Perché il Verbo incarnato è la verità. E Cristo troneggia facendo diventar vero, se Lo si segue sulla croce.

Ami una cosa, ti vien voglia di… tutto l’impeto ti scaraventa ad afferrarla: se l’afferri, la perdi; se l’afferri, la rimpicciolisci, la schiacci. Se, invece, puoi afferrarla e non l’afferri, diventa grande, grande, grande, tanto che ti inginocchi.

Ti inginocchi perché pre-vedi: lascia intravedere ciò di cui è fatta.

(L. Giussani, L’autocoscienza del cosmo, 27-28)

Quella gente viaggiava all’estero come andava in prigione.

Quella gente viaggiava all’estero come andava in prigione.

Alla piccola Dorritt pareva che la società in mezzo alla quale vivevano assomigliasse a Marshalsea (la prigione dei debitori di Londra: ndr), sebbene in una sfera superiore. Quella gente viaggiava all’estero come andava in prigione: per debiti, per ozio, per compagnia, per curiosità e in generale perché non sapeva cosa fare in casa propria. Arrivavano nelle città straniere affidati alla custodia dei corrieri, come i debitori arrivavano alla prigione con le guardie, viaggiavano nelle chiese e nelle gallerie come i prigionieri vagavano nel cortile con monotonia e stanchezza (…). Quando partivano erano invidiati da quelli che restavano, i quali fingevano di non avere alcuna voglia di andarsene e questa era invariabilmente l’abitudine di Marshalsea.

Charles Dickens, La piccola Dorritt

Il matrimonio ideale è tra uno scrittore e il suo editor.

Il matrimonio ideale è tra uno scrittore e il suo editor.

Street photography, dalla rete.

(..) Il problema dei gusti musicali era già stato risolto in vita, sia pure tardivamente. Per anni Joyce Carol Oates aveva sopportato le musiche predilette dal marito, dall’“Inno alla gioia”, a Mahler, all’“Alexander Nevsky” di Prokofiev, senza avere il coraggio di dire che quel “furore maschile” (parole sue) a lei non piaceva. E che il finale della Nona sinfonia beethoveniana le faceva l’effetto di “chiodi piantati nel cranio”. Lui smise di sentire quei dischi, si mise a fare il cuoco, il giardiniere, il correttore di bozze per la rivista. Leggeva volentieri la saggistica della moglie, un po’ meno i romanzi, troppo neri e violenti (e morì quando ancora gliene mancavano). Cominciamo a capire i segreti di un matrimonio riuscito. Più avanti, arriva la Regola: “Avevamo l’abitudine di non condividere nulla di deprimente, sconvolgente, demoralizzante o semplicemente noioso, a meno che non ce ne fosse l’assoluta necessità”. E la super Regola:
“Il matrimonio ideale è tra uno scrittore e il suo editor”.

Mariarosa Mancuso, Il Foglio, 19 novembre 2011

Provi a segare le gambe del letto.

Provi a segare le gambe del letto.

Street photography, dalla rete.

(..) Coppie sempre appiccicate, quasi simbiotiche, capaci di lavorare nella stessa stanza o di stare ore seduti in silenzio. Quadretti da far venire i brividi alla schiena a chi, pur vivendo da solo, se deve scrivere o lavorare o ascoltare musica
chiude la porta dello studio, non si sa mai. A chi non riesce a stare nella stessa
stanza con una persona senza (almeno) chiacchierarci, possibilmente non del tempo che farà, ma di libri, film, serie tv. I due memoir valgono come frammenti di un discorso sul lutto, e come discorsi sul buon funzionamento di un matrimonio. Joyce e Joan raccontano il primo anno di vedovanza, concordando sul fatto che questo è il punto di svolta. Passati i dodici mesi, non è più necessario porre ogni giorno la questione: “Soffro meno se mi comporto come se lui fosse ancora vivo, oppure cambio abitudini, orari, mobili di casa, guardaroba?”. Per quanto simbiotiche, capita nelle coppie che quel che piace all’uno non piaccia all’altro, e qui la faccenda si complica.
Cosa fare del giardino che Mr Smith curava amorevolmente, e Mrs Oates distrattamente ammirava? Joyce Carol Oates, un po’ meno incline al pensiero magico della collega (adepta dello zen e della teoria del complotto), decide che terrà il giardino, piantando però solo vegetazione bisognosa di poche cure. Fantastica soluzione, apparentata con la storiella del tizio che va dal rabbino, dopo molte sedute dallo psicoanalista, per esporgli un problema irrisolto.
“Dottore, sotto il mio letto ci sono mostri che si agitano tutta la notte e non mi fanno dormire”. Il rabbino guarda il questuante senza scomporsi, e con più prontezza di uno strizzacervelli suggerisce: “Provi a segare le gambe del letto”.

Mariarosa Mancuso, Il Foglio, 19 novembre 2011

Un concetto di sé diverso (Una continua utilità all’inutile).

Un concetto di sé diverso (Una continua utilità all’inutile).

Leggendo Thackeray dobbiamo studiare la vanità come potenza sociale, che sposta chi la sperimenta in un concetto di sé diverso e perciò sovvertitore, che induce movimento. ma alla fine inconsistente, fedele alla natura immaginaria, da cui è originato. Un vuoto che non si sopporta e che si finge pieno, ma ritorna vuoto. E non è questo lo stato dell’anima al quale si affida l’inesausta crescita del capitalismo e, inoltre, la sua natura finta, fittizia, sognata smaniando di fronte alle vetrine nell’Ottocento o adesso ipnotizzati davanti al vetro di una tv o di un computer? E non è questo vuoto che alla fine scredita il capitalismo? All’inizio e alla fine di ogni smania per quanto è più materiale e corporeo c’è l’opposto: il vuoto ovvero quanto è incorporeo, ovvero quanto è inconsistente e inutile, privo di peso e, quindi, di valore. Questa è l’irriducibile contraddizione del capitalismo: una continua utilità all’inutile.

Geminello Alvi, Il capitalismo. Verso l’ideale cinese, Marsilio