E se le do un pizzicotto?

E se le do un pizzicotto?

Albert Anker,Auf dem ofen

Dorme beata. Niente colpi di tosse, starnuti, lamenti. Un buon letto caldo attende anche me. Non sono più in trincea con i tubicini dell’aerosol innestati, pronto a scattare al segnale dell’attacco. Finalmente posso anch’io abbandonarmi alla voluttà di un sonno pacifico e profondo.

E se le do un pizzicotto?

Umberto Silva, La figlia unica, il notes magico

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

Mi rincresce andar via da una bella compagnia.

La difficoltà come quella che hai accennato tu è il fenomeno che c’è in tutte le vite tutti i giorni, tutte le ore: perché se io vengo qui il giovedì, andar via alle otto
e un quarto mi rincresce. Se mi rincresce andar via, allora che significato ha? Ha un significato – come dire? – bellamente umano: mi rincresce andar via da una bella compagnia. Ma questo incomincia il problema, non lo risolve. Incomincia il problema: è da qui che si vede se uno è teso a essere responsabile, protagonista oppure a cedere e a lasciarsi andare, sopportare, subire, rassegnarsi nella vita! Benissimo: «Sono le otto e un quarto ed è giusto che io vada via perché mi aspettano altrove»; io alle otto e un quarto dico «Ciao» e vado, superando quello che, ultimamente, è giusto chiamare anche malinconia, tristezza. Ma basta che la tristezza non domini, basta che la reattività del nostro io a ciò che accade non sia la parola determinante. Il rassegnato è colui nel quale la reazione a ciò che accade determina il tutto: il tutto è schiavo della sua reazione. Ma siamo matti?!

Luigi Giussani, Affezione e dimora, BUR

Pensa a quelle da fare.

Pensa a quelle da fare.

Toby Burrows

(…) E’ che a una certa età…

Le palpebre si coricano sulle pupille

proteggendole dal fulgore delle cose

impossibili, che numerose si accalcano.

Ma più la fessura è stretta,

più ardente seatta il desiderio.

Detto con giovanile disinvoltura:

Vecchio, non ti crucciare.

Invece di pensare

alle sciocchezze

fatte,

pensa

a quelle da fare.

Umberto Silva, La figlia unica, il notes magico

Se avessi un’altra volta la vita davanti (Istanti).

Se avessi un’altra volta la vita davanti (Istanti).

Se io potessi vivere un’altra volta la mia vita
nella prossima cercherei di fare più errori
non cercherei di essere tanto perfetto,
mi negherei di più,
sarei meno serio di quanto sono stato,
difatti prenderei pochissime cose sul serio.
Sarei meno igienico,
correrei più rischi,
farei più viaggi,
guarderei più tramonti,
salirei più montagne,
nuoterei più fiumi,
andrei in posti dove mai sono andato,
mangerei più gelati e meno fave,
avrei più problemi reali e meno immaginari.
Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente
e precisamente ogni minuto della sua vita;
certo che ho avuto momenti di gioia
ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.
Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,
solo di momenti, non ti perdere l’oggi.
Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,
una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute;
se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all’inizio della primavera
e continuerei così fino alla fine dell’autunno.
Farei più giri nella carrozzella,
guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,
se avessi un’altra volta la vita davanti.
Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

Jorge Luis Borges

Ma la musica prescinde il mondo (Oblivion).

Ma la musica prescinde il mondo (Oblivion).

“Io direi che il tango e la milonga esprimono in maniera diretta qualcosa che i poeti, molte volte, hanno voluto fare con le parole: la convinzione che combattere può essere una festa (….) senza mondo, senza un tesoro comune di memorie evocabili attraverso il linguaggio non ci sarebbe certamente letteratura, ma la musica prescinde il mondo, potrebbe esistere la musica e non il mondo. La musica è volontà è passione; il tango antico, in quanto musica, suole trasmettere in maniera diretta questa bellicosa allegria”.

Jorge Luis Borges

Amami! non aspettarti nulla, amami!

Amami! non aspettarti nulla, amami!

Guardare senza mostrare che si sta guardando è l’arte della spia. (..) L’ultimo che ho fatto cadere in trappola è un tenente russo. E’ stata la mossa peggiore della mia vita. Sì, perché mi sono accorta che lo amo. E lui… mi ama? Chissà!?…(..)

Ecco comincia il gioco affascinante e terribile. Io lo guardo e non lo guardo, distratta, annoiata… Oh, sciocchino, perché esiti? Pensi che indifferente una donna lo sia a caso? O vuoi crederlo a tutti i costi? Povero amore!… Tu stai cercando, dentro di te, dentro di me… Amami! non aspettarti nulla, amami!

Umberto Silva, Demoni insonni, Spirali

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Per spiegare quella presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro.

Che semplicità occorre per lasciarsi attirare da quella presenza, che, per la vibrazione che provoca in me, diviene così interessante da fare scattare la ricerca! Se questa ricerca non si ferma, non si blocca, per spiegare quella
presenza, quel dato, dobbiamo ammettere qualcosa d’altro. Ma spesso noi blocchiamo questa ricerca, e lo si vede dalle innumerevoli volte in cui sentiamo dire: perché davanti alla realtà dobbiamo tirare in ballo il Mistero, il Tu, Dio? Si domanda questo come se il rimando a un altro fattore oltre e dentro ciò che si vede, non fuori, ma oltre e dentro ciò che si vede, non fosse contenuto in ciò che si vede, nell’esperienza di ciò che si vede, nel dato, ma fosse costruito da noi. Certamente questo rimando è colto dal soggetto, ma appartiene all’oggetto, alla cosa, all’esperienza della cosa.

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

La meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca.

La meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca.

(..) la religiosità nasce da questa attrattiva. Il primo sentimento dell’uomo è questa attrattiva; la paura – che si indica tante volte come origine della religiosità – non subentra che in un secondo momento. «La religiosità è innanzitutto l’affermarsi e lo svilupparsi dell’attrattiva [dell’essere. Questo è quello che
ci occorre, lo svilupparsi dell’attrattiva dell’essere]. C’è una evidenza prima e uno stupore del quale è carico l’atteggiamento del vero ricercatore: la meraviglia della presenza mi attira, ecco come scatta in me la ricerca».

Julián Carrón, Milano, 1 ottobre 2011

 

Non puoi dire “Ho finito”.

Non puoi dire “Ho finito”.

Questa diversità è grazia nel senso che ciò che l’altro è – e che ti appare e che tu scopri diverso – è un segno dell’Essere, è una partecipazione al Mistero. Come il Mistero, così tutto ciò che partecipa, che è visto partecipare al Mistero, è inesauribile; non puoi dire: «Ho finito». L’amicizia serve a ridestare e alimentare questa scoperta e questa ricerca. Nell’amicizia questa scoperta è sempre fresca e – è paradossale! – la tensione a conoscere e ad abbracciare, cioè la tensione a possedere, è sempre più grande, ma è sempre diversa: non è più il possesso operato da te, ma – non so come dire – è come qualcosa che ti rende più grande.
Per esempio, uno la sera ha il desiderio di sentir musica. Se prende un bel pezzo di Beethoven o di Schubert, questo desiderio si ingrandisce enormemente, si precisa e si ingrandisce. Dovrebbe limitarsi e invece no: fa diventar più grande e l’attesa e il desiderio; precisando la risposta li fa diventare più grandi, perché non si esauriscono nella risposta. Ciò che si esaurisce nella risposta, ciò che si esaurisce come risposta, ciò che si pone come risposta e si esaurisce in ciò con cui si pone, è fraudolento, inganna, è un’illusione.

Luigi Giussani, “Tu” (o dell’amicizia), BUR