Sicura che questa sia la taglia 42?

Sicura che questa sia la taglia 42?

Paul Grand, Mannequin lighthouse (copyright Paul Grand)

Lo sanno/sappiamo tutte, che una donna non si guarda allo specchio la mattina definendosi burrosa: tutte, a seconda, ci troviamo o grasse, o flaccide, o secche, o sparute e pallide. Le donne delle Ephron si provano abiti e maglioni nel camerino di una boutique, afferrano impietose i propri avambracci nudi, si voltano di fianco e dicono esattamente quello che dicono davvero le donne nel camerino di una boutique: “Se non avessi le mie cose la zip andrebbe su subito”; “Sicura che questa sia la taglia 42? Io sono una 42 perfetta”; “Mi andrebbe bene se perdessi un chilo”; “Mi andrebbe bene se perdessi tre chili”; “Mi andrebbe bene se mi facessi una lipo”; “Non mi va bene adesso, ma sarà perfetto a maggio; in primavera perdo sempre un paio di chili”. “Che cos’hanno queste luci?”; “Che cos’ha questo specchio?”. “Mi sta cadendo il culo”; “Mi sta cadendo il culo?”. “Oddìo mi è caduto il culo”.

Fabiana Giacomotti, Il Foglio, 24 settembre 2011

Ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun’altra brama.

Ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun’altra brama.

Quello infinito e ineffabil bene
che là sù è, così corre ad amore
com’a lucido corpo raggio vene.

Tanto si dà quanto trova d’ardore;
sì che, quantunque carità si stende,                                                                           cresce sovr’essa l’etterno valore.

E quanta gente più là sù s’intende,
più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
e come specchio l’uno a l’altro rende.

E se la mia ragion non ti disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun’altra brama.

Dante Alighieri, Purgatorio, canto XV.

Formula magica.

Formula magica.

La formula (magica, si vorrebbe dire, stanti gli esiti entusiastici) su cui si fonda la Sagra musicale malatestiana è estremamente semplice, ancorché laboriosissima: grandi orchestre, e loro direttori. Questa volta, occorse una attenzione anche maggiore: anzitutto, per sommare organici diversi, stanti le necessità esatte dalla partitura immane, l’Ottava sinfonia di Gustav Mahler, della quale non si conosce la più esigente: vale la pena di precisarlo: ottavino, 4 flauti, 4 oboi, corno inglese, 3 clarinetti, clarinetto piccolo, clarinetto basso, 4 fagotti, controfagotto, 8 corni, 4 trombe, 4 tromboni, tuba bassa; 3 timpani, tamburo grande, piatti, gong, triangolo, campane, Glockenspiel; celesta, pianoforte, harmonium, organo, 2 arpe, mandolino; archi. (Unica “rivalità” ricordabile i Gurrelieder di Schoenberg). Ci affrettiamo a precisare che il nomignolo dato all’opera, “Sinfonia dei mille”, arrotonda un poco le cifre: interessa semmai notare come i singoli strumenti, segnatamente gli aggiunti, indichino premesse, precedenti tentativi “sperimentali”: l’organo accenna a Bruckner, le campane ad altre composizioni, quale la Terza sinfonia, il mandolino al Lied von der Erde, la celesta ammirata in tanti Ciajkovskij diretti a Vienna o a New York. Anche più interessanti le nuove acquisizioni: i legni singoli, ad esempio, ove non rifiutino gli impasti tradizionali, la scrittura a famiglie.

Mario Bortolotto, Il Foglio 24 settembre 2011

A meno che Dio non mi visiti.

A meno che Dio non mi visiti.

William Congdon, Cementerio San Martino.

Fino a quando l’oggetto è oscuro ciascuno può immaginare quel che vuole e può determinarsi nel suo rapporto con quell’oggetto come gli pare e piace. Pensate all’esperienza amorosa: uno sta desiderando di amare ed essere amato, ma fin quando il volto è sconosciuto che cosa facciamo? Quello che ci pare e piace. È soltanto quando il volto compare che introduce realmente una possibilità di calamitare l’io. Perché io so che desidero l’infinito, che questo infinito c’è perchè ho sempre nostalgia di lui – come diceva Lagerkvist –, ma ogni giorno afferro il particolare, vado dietro a qualunque oggetto che poi mi lascia insoddisfatto. E questo è il destino dell’uomo, a meno che capiti quel che ipotizza Wittgenstein: «Hai bisogno di redenzione, altrimenti ti perdi […]. Occorre che entri una luce, per così dire, attraverso il soffitto, il tetto sotto cui lavoro e sopra cui non voglio salire. […] Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena… mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che “Dio” non mi visiti».

Julián Carrón, Rimini 2011