Poi d’improvviso lei sorrise (29 settembre).

Poi d’improvviso lei sorrise (29 settembre).

Cindy Sherman

Seduto in quel caffè
io non pensavo a te
Guardavo il mondo che
girava intorno a me
Poi d’improvviso lei sorrise
e ancora prima di capire
mi trovai sottobraccio a lei
stretto come se non ci fosse che lei.
Vedevo solo lei
e non pensavo a te….
E tutta la città
correva incontro a noi….
Il buio ci trovò vicini
un ristorante e poi di corsa
a ballar sottobraccio a lei
stretto verso casa
abbracciato a lei
quasi come se non ci fosse che,
quasi come se non ci fosse che lei….
quasi come se non ci fosse che,
quasi come se non ci fosse che,
quasi come se non ci fosse che,
quasi come se non ci fosse che lei….
Mi son svegliato e
e sto pensando a te…
Ricordo solo che,
che ieri… non eri con me.
Il sole ha cancellato tutto…
Di colpo volo giù dal letto
e corro lì al telefono
e parlo, rido e tu, tu non sai perché,                                                                         parlo, rido e tu, tu non sai perché…

 

Sicura che questa sia la taglia 42?

Sicura che questa sia la taglia 42?

Paul Grand, Mannequin lighthouse (copyright Paul Grand)

Lo sanno/sappiamo tutte, che una donna non si guarda allo specchio la mattina definendosi burrosa: tutte, a seconda, ci troviamo o grasse, o flaccide, o secche, o sparute e pallide. Le donne delle Ephron si provano abiti e maglioni nel camerino di una boutique, afferrano impietose i propri avambracci nudi, si voltano di fianco e dicono esattamente quello che dicono davvero le donne nel camerino di una boutique: “Se non avessi le mie cose la zip andrebbe su subito”; “Sicura che questa sia la taglia 42? Io sono una 42 perfetta”; “Mi andrebbe bene se perdessi un chilo”; “Mi andrebbe bene se perdessi tre chili”; “Mi andrebbe bene se mi facessi una lipo”; “Non mi va bene adesso, ma sarà perfetto a maggio; in primavera perdo sempre un paio di chili”. “Che cos’hanno queste luci?”; “Che cos’ha questo specchio?”. “Mi sta cadendo il culo”; “Mi sta cadendo il culo?”. “Oddìo mi è caduto il culo”.

Fabiana Giacomotti, Il Foglio, 24 settembre 2011

Ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun’altra brama.

Ed ella pienamente ti torrà questa e ciascun’altra brama.

Quello infinito e ineffabil bene
che là sù è, così corre ad amore
com’a lucido corpo raggio vene.

Tanto si dà quanto trova d’ardore;
sì che, quantunque carità si stende,                                                                           cresce sovr’essa l’etterno valore.

E quanta gente più là sù s’intende,
più v’è da bene amare, e più vi s’ama,
e come specchio l’uno a l’altro rende.

E se la mia ragion non ti disfama,
vedrai Beatrice, ed ella pienamente
ti torrà questa e ciascun’altra brama.

Dante Alighieri, Purgatorio, canto XV.

Formula magica.

Formula magica.

La formula (magica, si vorrebbe dire, stanti gli esiti entusiastici) su cui si fonda la Sagra musicale malatestiana è estremamente semplice, ancorché laboriosissima: grandi orchestre, e loro direttori. Questa volta, occorse una attenzione anche maggiore: anzitutto, per sommare organici diversi, stanti le necessità esatte dalla partitura immane, l’Ottava sinfonia di Gustav Mahler, della quale non si conosce la più esigente: vale la pena di precisarlo: ottavino, 4 flauti, 4 oboi, corno inglese, 3 clarinetti, clarinetto piccolo, clarinetto basso, 4 fagotti, controfagotto, 8 corni, 4 trombe, 4 tromboni, tuba bassa; 3 timpani, tamburo grande, piatti, gong, triangolo, campane, Glockenspiel; celesta, pianoforte, harmonium, organo, 2 arpe, mandolino; archi. (Unica “rivalità” ricordabile i Gurrelieder di Schoenberg). Ci affrettiamo a precisare che il nomignolo dato all’opera, “Sinfonia dei mille”, arrotonda un poco le cifre: interessa semmai notare come i singoli strumenti, segnatamente gli aggiunti, indichino premesse, precedenti tentativi “sperimentali”: l’organo accenna a Bruckner, le campane ad altre composizioni, quale la Terza sinfonia, il mandolino al Lied von der Erde, la celesta ammirata in tanti Ciajkovskij diretti a Vienna o a New York. Anche più interessanti le nuove acquisizioni: i legni singoli, ad esempio, ove non rifiutino gli impasti tradizionali, la scrittura a famiglie.

Mario Bortolotto, Il Foglio 24 settembre 2011

A meno che Dio non mi visiti.

A meno che Dio non mi visiti.

William Congdon, Cementerio San Martino.

Fino a quando l’oggetto è oscuro ciascuno può immaginare quel che vuole e può determinarsi nel suo rapporto con quell’oggetto come gli pare e piace. Pensate all’esperienza amorosa: uno sta desiderando di amare ed essere amato, ma fin quando il volto è sconosciuto che cosa facciamo? Quello che ci pare e piace. È soltanto quando il volto compare che introduce realmente una possibilità di calamitare l’io. Perché io so che desidero l’infinito, che questo infinito c’è perchè ho sempre nostalgia di lui – come diceva Lagerkvist –, ma ogni giorno afferro il particolare, vado dietro a qualunque oggetto che poi mi lascia insoddisfatto. E questo è il destino dell’uomo, a meno che capiti quel che ipotizza Wittgenstein: «Hai bisogno di redenzione, altrimenti ti perdi […]. Occorre che entri una luce, per così dire, attraverso il soffitto, il tetto sotto cui lavoro e sopra cui non voglio salire. […] Questo tendere all’assoluto, che fa sembrare troppo meschina qualsiasi felicità terrena… mi sembra stupendo, sublime, ma io fisso il mio sguardo nelle cose terrene: a meno che “Dio” non mi visiti».

Julián Carrón, Rimini 2011

Aspettando di cambiare le circostanze.

Aspettando di cambiare le circostanze.

Giorgio De Chirico, Mobili nella valle.

Oggi ci troviamo di fronte a un desiderio enorme di libertà, ma allo stesso tempo constatiamo l’incapacità di essere veramente liberi, cioè noi stessi, nella realtà. È come se, di fatto, ognuno si piegasse a quanto ci si aspetta da noi in ogni circostanza: così uno ha una faccia nel lavoro, un’altra con gli amici, un’altra in casa… Ma dove siamo veramente noi stessi? Per non dire quante volte uno si sente soffocare nelle circostanze della vita quotidiana, senza la minima idea di come liberarsi, se non aspettando di cambiare le circostanze stesse (questa, spesso, sembra l’unica strada di liberazione che riusciamo a concepire). Alla fine uno si trova bloccato, sognando una libertà che non arriva mai. In un momento storico in cui si parla tanto di libertà, assistiamo al paradosso della sua mancanza, della sua assenza.

Julián Carrón, Rimini 2011.

Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità.

Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, essa riduce l’uomo, anzi minaccia la sua umanità.

Qui compaiono i due concetti fondamentali di natura e di coscienza, in cui “coscienza” non è altro che il “cuore docile” di Salomone, la ragione aperta al linguaggio dell’essere. Se con ciò fino all’epoca dell’Illuminismo, della Dichiarazione dei Diritti umani dopo la seconda guerra mondiale e fino alla formazione della nostra Legge Fondamentale la questione circa i fondamenti della legislazione sembrava chiarita, nell’ultimo mezzo secolo è avvenuto un drammatico cambiamento della situazione. L’idea del diritto naturale è considerata oggi una dottrina cattolica piuttosto singolare, su cui non varrebbe la pena discutere al di fuori dell’ambito cattolico, così che quasi ci si vergogna di menzionarne anche soltanto il termine. Vorrei brevemente indicare come mai si sia creata questa situazione. È fondamentale anzitutto la tesi secondo cui tra l’essere e il dover essere ci sarebbe un abisso insormontabile. Dall’essere non potrebbe derivare un dovere, perché si tratterebbe di due ambiti assolutamente diversi. La base di tale opinione è la concezione positivista, oggi quasi generalmente adottata, di natura e ragione. Se si considera la natura – con le parole di Hans Kelsen – “un aggregato di dati oggettivi, congiunti gli uni agli altri quali cause ed effetti”, allora da essa realmente non può derivare alcuna indicazione che sia in qualche modo di carattere etico. Una concezione positivista di natura, che comprende la natura in modo puramente funzionale, così come le scienze naturali la spiegano, non può creare alcun ponte verso l’ethos e il diritto, ma suscitare nuovamente solo risposte funzionali. La stessa cosa, però, vale anche per la ragione in una visione positivista, che da molti è considerata come l’unica visione scientifica. In essa, ciò che non è verificabile o falsificabile non rientra nell’ambito della ragione nel senso stretto. Per questo l’ethos e la religione devono essere assegnati all’ambito del soggettivo e cadono fuori dall’ambito della ragione nel senso stretto della parola. Dove vige il dominio esclusivo della ragione positivista – e ciò è in gran parte il caso nella nostra coscienza pubblica – le fonti classiche di conoscenza dell’ethos e del diritto sono messe fuori gioco. Questa è una situazione drammatica che interessa tutti e su cui è necessaria una discussione pubblica; invitare urgentemente ad essa è un’intenzione essenziale di questo discorso.
Il concetto positivista di natura e ragione, la visione positivista del mondo è nel suo insieme una parte grandiosa della conoscenza umana e della capacità umana, alla quale non dobbiamo assolutamente rinunciare. Ma essa stessa nel suo insieme non è una cultura che corrisponda e sia sufficiente all’essere uomini in tutta la sua ampiezza. Dove la ragione positivista si ritiene come la sola cultura sufficiente, relegando tutte le altre realtà culturali allo stato di sottoculture, essa riduce l’uomo, anzi, minaccia la sua umanità.

Come si riconosce ciò che è giusto?

Come si riconosce ciò che è giusto?

Come si riconosce ciò che è giusto? Nella storia, gli ordinamenti giuridici sono stati quasi sempre motivati in modo religioso: sulla base di un riferimento alla Divinità si decide ciò che tra gli uomini è giusto. Contrariamente ad altre grandi religioni, il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto – ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio. Con ciò i teologi cristiani si sono associati ad un movimento filosofico e giuridico che si era formato sin dal secolo II a. Cr. Nella prima metà del secondo secolo precristiano si ebbe un incontro tra il diritto naturale sociale sviluppato dai filosofi stoici e autorevoli maestri del diritto romano. In questo contatto è nata la cultura giuridica occidentale, che è stata ed è tuttora di un’importanza determinante per la cultura giuridica dell’umanità. Da questo legame precristiano tra diritto e filosofia parte la via che porta, attraverso il Medioevo cristiano, allo sviluppo giuridico dell’Illuminismo fino alla Dichiarazione dei Diritti umani e fino alla nostra Legge Fondamentale tedesca, con cui il nostro popolo, nel 1949, ha riconosciuto “gli inviolabili e inalienabili diritti dell’uomo come fondamento di ogni comunità umana, della pace e della giustizia nel mondo”.
Per lo sviluppo del diritto e per lo sviluppo dell’umanità è stato decisivo che i teologi cristiani abbiano preso posizione contro il diritto religioso, richiesto dalla fede nelle divinità, e si siano messi dalla parte della filosofia, riconoscendo come fonte giuridica valida per tutti la ragione e la natura nella loro correlazione. Questa scelta l’aveva già compiuta san Paolo, quando, nella sua Lettera ai Romani, afferma: “Quando i pagani, che non hanno la Legge [la Torà di Israele], per natura agiscono secondo la Legge, essi … sono legge a se stessi. Essi dimostrano che quanto la Legge esige è scritto nei loro cuori, come risulta dalla testimonianza della loro coscienza…” (Rm 2,14s).

Bendetto XVI, discorso al Bundestag.

Concedi al tuo servo un cuore docile.

Concedi al tuo servo un cuore docile.

Mi si consenta di cominciare le mie riflessioni sui fondamenti del diritto con una piccola narrazione tratta dalla Sacra Scrittura. Nel Primo Libro dei Re si racconta che al giovane re Salomone, in occasione della sua intronizzazione, Dio concesse di avanzare una richiesta. Che cosa chiederà il giovane sovrano in questo momento importante? Successo, ricchezza, una lunga vita, l’eliminazione dei nemici? Nulla di tutto questo egli chiede. Domanda invece: “Concedi al tuo servo un cuore docile, perché sappia rendere giustizia al tuo popolo e sappia distinguere il bene dal male” (1Re 3,9). Con questo racconto la Bibbia vuole indicarci che cosa, in definitiva, deve essere importante per un politico. Il suo criterio ultimo e la motivazione per il suo lavoro come politico non deve essere il successo e tanto meno il profitto materiale. La politica deve essere un impegno per la giustizia e creare così le condizioni di fondo per la pace. Naturalmente un politico cercherà il successo che di per sé gli apre la possibilità dell’azione politica effettiva. Ma il successo è subordinato al criterio della giustizia, alla volontà di attuare il diritto e all’intelligenza del diritto. Il successo può essere anche una seduzione e così può aprire la strada alla contraffazione del diritto, alla distruzione della giustizia. “Togli il diritto – e allora che cosa distingue lo Stato da una grossa banda di briganti?” ha sentenziato una volta sant’Agostino. Noi tedeschi sappiamo per nostra esperienza che queste parole non sono un vuoto spauracchio. Noi abbiamo sperimentato il separarsi del potere dal diritto, il porsi del potere contro il diritto, il suo calpestare il diritto, così che lo Stato era diventato lo strumento per la distruzione del diritto – era diventato una banda di briganti molto ben organizzata, che poteva minacciare il mondo intero e spingerlo sull’orlo del precipizio. Servire il diritto e combattere il dominio dell’ingiustizia è e rimane il compito fondamentale del politico. In un momento storico in cui l’uomo ha acquistato un potere finora inimmaginabile, questo compito diventa particolarmente urgente. L’uomo è in grado di distruggere il mondo. Può manipolare se stesso. Può, per così dire, creare esseri umani ed escludere altri esseri umani dall’essere uomini. Come riconosciamo che cosa è giusto? Come possiamo distinguere tra il bene e il male, tra il vero diritto e il diritto solo apparente? La richiesta salomonica resta la questione decisiva davanti alla quale l’uomo politico e la politica si trovano anche oggi.

Bendetto XVI, Discorso al Bundestag

E’ la grande maestosa, la piccina è ognor vezzosa.

E’ la grande maestosa, la piccina è ognor vezzosa.

LEPORELLO
Eh! consolatevi: non siete voi, non foste e non sarete
né la prima né l’ultima. Guardate questo non picciol libro: è tutto pieno dei nomi di sue belle. Ogni villa, ogni borgo, ogni paese è testimon di sue donnesche imprese.

Madamina, il catalogo è questo delle belle che amò  padron mio; un catalogo egli è che ho fatt’io: osservate, leggete con me.
In Italia seicento e quaranta, in Lamagna duecento e trentuna, cento in Francia, in Turchia novantuna, ma in Ispagna son già mille e tre.
V’ha fra queste contadine, cameriere, cittadine, v’han contesse, baronesse, marchesane, principesse, e v’han donne d’ogni grado, d’ogni forma, d’ogni età.
Nella bionda egli ha l’usanza di lodar la gentilezza; nella bruna, la costanza; nella bianca, la dolcezza.
Vuol d’inverno la grassotta, vuol d’estate la magrotta; è la grande maestosa, la piccina è ognor vezzosa.
Delle vecchie fa conquista pe ‘l piacer di porle in lista: ma passion predominante è la giovin principiante.
Non si picca se sia ricca,
se sia brutta, se sia bella:
purché porti la gonnella,
voi sapete quel che fa.

Don Giovanni, W.A.Mozart, libretto di A.da Ponte