Sentono che non abbiamo più tempo.

Sentono che non abbiamo più tempo.

Diane Arbus

Se l’angoscia davanti alla morte individuale provoca la fuga nel divertimento, verso quali divertimenti mostruosi ci getterà l’angoscia della morte collettiva? I giovani più lucidi lo sanno benissimo. E’ inutile parlargli di lavoro, professioni del futuro, riuscita sociale. Ciò non dice loro più niente. I nostri bei progetti borghesi non hanno più nessun senso ai loro occhi. Essi hanno bisogno di successo facile, denaro facile, estasi facile, bingo per il bunga-bunga! perchè sentono che non abbiamo più il tempo.

Il tempo lungo, la durata in cui si iscrivono la politica e la cultura, non ha più nessuna garanzia. Una volta potevamo agire per la posterità. Un artista poteva affinare la sua opera nell’incomprensione generale credendo che sarebbe stato compreso nel secolo futuro. Un capo poteva sacrificarsi, come voleva lo zio Kolja, per costruire un mondo migliore. Ma noi non siamo neanche certi che ci sarà ancora un mondo. Il tempo degli eroi sembra finito perché l’eroismo presuppone la memoria della posterità.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Lungi dal vincere la morte, la si è moltiplicata.

Lungi dal vincere la morte, la si è moltiplicata.

La modernità, nella sua stessa generosità, è fondata sulla fiducia nel progresso dunque. Promuove una certezza a nostra misura, una certezza mel nostro potere perché è precisamente la certezza che l’uomo ha il potere di stabilire con le sue proprieforze un regno di giustizia e di pace, e, non più per grazia divina, ma con la scienza e le arti, di vincere la morte. Ma questa certezza ideologica è crollata. Lungi dal vincere la morte, come sognava ingenuamente lo zio Kolja, la si è moltiplicata. Lungi dal delucidare il suo mistero, lo si è ispessito fino alle tenebre più opache. Tre nomi propri bastano a dimostrarlo: Kolyma, Auschwitz, Hiroshima. La nostra generazione non crede più alle utopie politiche o estetiche perché porta il bilancio dei loro stermini.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Grazie ad azioni belle e dunque “memorabili” (bisogna avere un’attrezzatura spirituale).

Grazie ad azioni belle e dunque “memorabili” (bisogna avere un’attrezzatura spirituale).

“Si può essere atei, si può non sapere se Dio esista e per che cosa, e nello stesso tempo sapere che l’uomo non vive nella natura ma nella storia, e che, nella concezione che oggi se ne ha, essa è stata fondata da Cristo e il Vangelo ne è il fondamento. Ma che cosa è la Storia? E’ un dar principio a lavori secolari per riuscire a poco a poco a risolvere il mistero della morte e vincerla un giorno. Per questo si scoprono l’infinito matematico e le onde elettromagnetiche, per questo si scrivono sinfonie ma non si può progredire in tale direzione senza una certa spinta. Per scoperte del genere bisogna avere un’attrezzattura spirituale, e in questo senso i dati sono già tutti nel Vangelo. Eccoli. In primo luogo l’amore per il prossimo, questa forma suprema dell’energia vivente che riempie il cuore dell’uomo ed esige di espandersi e di essere spesa. Poi i principali elementi costitutivi dell’uomo d’oggi, senza i quali l’uomo non è pensabile, e cioè l’idea delal libera individualità e della vita come sacrificio (..). Gli antichi non avevano storia in questo senso.” Boris Pasternak, Il dottor Zivago, Feltrinelli.

Questo passaggio è dei più significativi. Riprende le nozioni giudaico-cristiane di storia, di amore del prossimo, di libertà della persona, di sacrificio come compimento, ma per separarle dalla loro sorgente soprannaturale. L’amore del prossimo, per esempio, non è più fondato sulla sua vocazione alla vita eterna, è una “forma evoluta dell’energia vivente”. Il sacrificio non è più l’offerta e la comunione di Dio, ma il fatto di votarsi e di morire per gli altri, per le generazioni future, l’immortalità è essere “presente negli altri” grazie ad azioni belle e dunque “memorabili”. Ciò presuppone, inoltre, che ci siano altri sulla terra per ricordarsi di noi.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2011

Poi finisce per mandare cattivo odore.

Poi finisce per mandare cattivo odore.

E’ come quando si strappa una rosa ad un rosaio. Allora la si mette in un bel vaso per un certo tempo; isolata, messa in risalto, la rosa appare più netta, più diritta, più bella, e sparge il suo profumo in tutta la casa. Ma, ben presto, la rosa appassisce, l’acqua si intorbida e la casa è invasa da un odore di marcio. E’ ciò che accade con la modernità: essa isola certi dati della fede cristiana, e li separa da Dio: la storia, la salvezza, la libertà, la comunione, tutte cose riprese dal comunismo per esempio, ma si tratta ormai di valori orizzontali, che l’uomo può realizzare con il suo lavoro. Ciò ci stupisce per un po’ di tempo, poi finisce per mandare cattivo odore.

Fabrice Hadjadj, Meeting di Rimini, 25 agosto 2010

E’ la certezza ad essere una possibilità drammatica per gli esseri umani.

E’ la certezza ad essere una possibilità drammatica per gli esseri umani.

Alberto Savinio, Promenade pompeienne

(..) La lotta impari con la fortuna: alla ricerca della certezza perduta.
Qui si riapre tutta la grande pretesa che ha sempre impegnato il pensiero filosofico, soprattutto nell’età moderna: essere all’altezza di riconoscere, spiegare e risolvere il dramma della certezza. Più ancora dell’incertezza, infatti, è la certezza ad essere una possibilità drammatica per gli esseri umani, poiché essa sempre implica un’alternativa di fondo: o seguire l’ipotesi che vi sia un significato certo di sé e del mondo, da accogliere e verificare, oppure al contrario ritenere che esso sia solo una produzione, più o meno riuscita, della nostra mente.
Oggi questa partita filosofica si gioca soprattutto in quella che possiamo chiamare la più diffusa ideologia del nostro tempo, vale a dire il “naturalismo”. Esso si fonda sull’idea che tutto quanto nell’esperienza umana possa essere spiegato in base a determinati fattori e meccanismi fisico-chimici e neuronali, riducendo così tutto il nostro bisogno di certezza ad una raffinata strategia evolutiva con cui gli uomini si premuniscono per la sopravvivenza, e cioè per contrastare quella che resta pur sempre la grande legge della natura, vale a dire il ciclo ininterrotto della nascita e della morte. Ma nel naturalismo contemporaneo è presente anche un’altra idea, un’idea antica, quasi arcaica, che viene rivitalizzata paradossalmente attraverso i più raffinati avanzamenti delle scienze biologiche e delle neuroscienze, e cioè che il vero destino degli uomini, il significato ultimo della loro esistenza, consista nella loro appartenenza all’impersonale, necessario meccanismo della natura.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Diane Arbus

L’incertezza ci si presenta così come una sorta di “precariato” dell’esistenza: ma se da un lato noi continuiamo ad aspettarci dalla tecno-scienza un controllo previsionale della natura fisica, e a rivendicare dallo Stato la tutela dei nostri diritti individuali e sociali; dall’altro lato queste aspettative e queste rivendicazioni finiscono forse con il coprire quel livello più radicale e più inquietante che sempre, poco o tanto, l’insicurezza rende evidente, e cioè che non siamo i padroni del nostro destino. Ma allora si pone una domanda: la mancanza di certezza coincide totalmente ed esclusivamente con la nostra incapacità a far fronte agli imprevisti della vita, ai casi della natura e agli accidenti della storia? Se la risposta è sì, allora l’incertezza è solo il riverbero di uno scacco, di una condanna, qualcosa come una maledizione. Ma se guardiamo più attentamente, essa è in grado di attestare anche qualcos’altro, vale a dire il nostro essere-esposti costitutivamente a ciò che accade, che ci raggiunge, ci tocca, e per ciò stesso ci spiazza, ci provoca, ci chiama in causa.
Il punto essenziale è dunque quello di non ridurre questo fenomeno dell’incertezza: il disagio che esso induce è innegabile e inaggirabile: ma proprio in quanto tale esso si mostra come il segno di un enigma più profondo e la traccia di un’inquietudine più radicale, e cioè del fatto che il nostro compimento, la nostra realizzazione piena non è in definitiva realizzabile da noi. E questo certamente a motivo della limitatezza della nostra esistenza individuale – ma non solo per questo; e certamente anche per l’inadeguatezza di tutti quei progetti, scientifici e politici che ci avevano promesso un controllo più sicuro e un senso più pieno della vita e del mondo – ma non solo per questo. In gioco c’è qualcosa di più, e cioè che noi siamo un bisogno insopprimibile di certezza che non riusciamo mai effettivamente a colmare.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

Senza la vostra domanda il mio sarebbe solo un discorso.

Senza la vostra domanda il mio sarebbe solo un discorso.

Diane Arbus

(..) devo ammettere, sin dall’inizio, che non c’è nulla di quanto vi dirò che io non abbia imparato, e dunque è proprio questa mia scoperta, molto di più delle opinioni che potrei avere sul tema, ciò che mi preme comunicarvi. Per questo stasera mi permetto di invitarvi a un lavoro comune, perché senza la vostra presenza, e cioè senza la vostra domanda, il mio sarebbe solo un discorso, magari un discorso interessante, e non – come invece spero – un’occasione di conoscenza.

Costantino Esposito, Meeting di Rimini, 23 agosto 2011

L’esistenza diventa una immensa certezza.

L’esistenza diventa una immensa certezza.

L’esistenza diventa una immensa certezza: « Questa è la vittoria che vince il mondo, la nostra fede ». Essi non sono più soli, esperimentano la promessa
di Cristo: « Non vi lascerò orfani ». L’uomo veramente non è più solo, perché oramai il grido più vero della lotta dell’esistenza è quello di san Paolo: « Tutto ormai io posso, in colui che mi sostiene». Non è l’uomo che perde i suoi confini e le sue infermità, è un Altro che si accompagna all’uomo «come gigante sulla sua strada». Una nuova esistenza s’avvera: e alla sorgente di questa «nuova creatura» nella fragile vena umana s’inserisce misteriosamente l’impeto irresistibile della presenza di Dio. La forza dell’uomo è un Altro, la certezza dell’uomo è un Altro: l’esistenza è un dialogo profondo, la solitudine è abolita alle radici stesse di ogni momento della vita. Esistere è essere amati, definitivamente – «Egli è fedele al suo amore» – e abbandonarsi a questo amore, definitivamente: « Il mio vivere è Cristo ».

Luigi Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, Rizzoli

Some day my happy arms will hold you (all the things you are).

Some day my happy arms will hold you (all the things you are).


Time and again I’ve longed for adventure,
Something to make my heart beat the faster.
What did I long for? I never really knew.
Finding your love I’ve found my adventure,
Touching your hand, my heart beats the faster,
All that I want in all of this world is you.
(Chorus)
You are the promised kiss of springtime
That makes the lonely winter seem long.
You are the breathless hush of evening
That trembles on the brink of a lovely song.
You are the angel glow that lights a star,
The dearest things I know are what you are.
Some day my happy arms will hold you,
And some day I’ll know that moment divine,
When all the things you are, are mine!

E’ la realtà che è un’immensa certezza (ti rimette all’infinito).

E’ la realtà che è un’immensa certezza (ti rimette all’infinito).

E’ una questione di realismo. Se sei realista devi riconoscere che c’è un punto chiaro che ti rimanda a tutto, ti rimette all’infinito. E questo infinito è ciò che sostiene tutto. Il cosmo, e l’autocoscienza del cosmo, che sono io. E’ la realtà che è un’immensa certezza. Bisogna essere ottusi per negarlo. Come diceva Althusser: puoi dire che il sole non esiste, ma sei matto.

Aldo Trento