Anche l’estate morirà (Il fuoco dipinto).

Anche l’estate morirà (Il fuoco dipinto).

Anche l’estate morirà, sontuoso

strascico acceso d’occhi di pavone,

e le stecche spiumate intrecceranno

graticci di prigione.

Con lamento di corni udrò il richiamo

dei boschi (addio per sempre) e dell’altura,

e gli occhi fisseranno eternamente

dietro le spalle, oltre la paura.

I

L’arido muschio che fra porta e porta

su mobili e tappeti in fretta cresce,

ben presto coprirà l’antico nido.

Non l’anima più un palpito né un grido.

Ruggì l’incendio ed ora tutto tace,

ché anche la fiamma muore in aria morta.

II

Ci scambiammo tesori senza prezzo.

Sprecai genio e speranze, notti e fede

per lanciare quel ponte luminoso.

Raggiungerti è impossibile a ritroso.

Ogni passo s’impiglia – o serpe, o fogna –

nella fitta gramigna del disprezzo.

III

La mia vita sarà tabula rasa.

Dove fiorì il roseto di parole

sprofonda un fosso di filo spinato.

Sul male nessun bene è radicato.

E tu hai voluto, o cùcula loquace,

sulle macerie altrui farti la casa.

IV

Pensavo: è una mimosa che profuma

e dà colore e vita al mio deserto.

Eri fragile, allegra e fantasiosa.

Ginestra sei. La tua radice odiosa

sembra carezzi il muro. E cerca crepe,

e tutto umilia, sbriciola, frantuma.

V

Quantum est spatium diei sempre ti penso

ma questa lotta no, non è gloriosa.

La sera piego il capo, ortica stanca.

Ti ricordi la luna così bianca

del quattordici luglio? No, perdona.

Per me sola esalava quell’incenso.

VI

Sera di Carnevale. Mi capivi

nell’ombra accanto alla finestra? Il pianto

mi sfrangiava i colombi, astratte lune.

Ti chiedevo pietà. Sognai la fune

che nel pozzo si getta anche al lebbroso.

Credevo nei miracoli… Sentivi?

VII

La tua lettera giunse quando l’orto

volgeva al colmo dell’estate. Il pesco

maturava fra grappoli sontuosi.

Tutto m’hanno strappato i tuoi marosi,

fiori, frutti, talenti, amore e fede.

E il tempo è fermo come sangue morto.

VIII

Mi destava la tortora a Torino.

O allegro balzo all’alba, o l’avventura!

Il cielo, ampia vetrata cattedrale,

sfumava adagio fra turchese e opale.

Ora il risveglio è orrendo. Il cappio esiste

e forse questo è l’ultimo mattino.

IX

Ritentando d’uscir dal labirinto

contemplavo montagne, aprivo libri,

coglievo ombre fuggenti di bellezza.

Solo tu scioglieresti l’amarezza

ma sei balsamo e scure. E il resto è inerte,

e il mondo intero m’è fuoco dipinto.

X

Ci ripensi, regina di Palmira,

a quelle nostre antiche mascherate?

Emily, Saffo, Buckingham, Giovanna,

Gaspara, Amleto, Caterina e Anna.

Spenta è la luminaria, o esatta mira:

ombra più ombra di fatica e d’ira.

Maria Luisa Spaziani