Aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità.

Aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità.

Diane Arbus

La compagnia che ci facciamo non è per sostituire l’esperienza che ciascuno deve fare, ma per testimoniarcela l’un l’altro e sfidarci a farla. Ciascuno ha bisogno per sé di questa esperienza, non possiamo vivere soltanto dell’esperienza di un altro, perché sono io che devo fare l’esame di latino, sono io che devo stare davanti alla morosa, non è l’altro, non siamo noi tutti insieme. Davanti al dramma del vivere ci sono io. Per questo (..) “aspettatevi un cammino, non un miracolo che eluda le vostre responsabilità, che elida la vostra fatica, che renda meccanica la vostra libertà“. (Luigi Giussani, Rimini 1982)

Julián Carrón, Milano, 18 giugno 2011

Qualcosa resiste a essere detto.

Quel pomeriggio Claudia guardava fuori dalla finestra, pioveva a dirotto e pensò quanto sarebbe stato bello attraversare la città piena di traffico per andare da uno sconosciuto a raccontargli tutto quel che urgentemente premeva per essere ascoltato, tanto che sentiva la testa scoppiarle. Una settimana dopo si trovò in
mezzo al traffico con in mano un indirizzo che controllava di continuo a rischio di andare a sbattere. Sbagliò tutte le vie, sicché arrivò al primo appuntamento con un’ora di ritardo, stravolta, esasperata, piangente. Lo psicoanalista le strinse la mano e lei tornò il giorno successivo, puntuale; quasi. Era partita tre ore prima e da due e mezza stava sotto lo studio dello psicanalista, al bar. E ci stava tanto bene, pregustando la sua prima seduta, che salì in studio con dieci minuti di ritardo. Si chiama resistenza e non è la negazione del transfert quanto la sua celebrazione: qualcosa resiste a essere detto e resistendo si dice, in una dedica a colui che mai avresti voluto.

Umberto Silva, Il Foglio, 23 luglio 2011.

Il disagio parla, sprona l’intelligenza, custodisce il sogno.

Il disagio parla, sprona l’intelligenza, custodisce il sogno.

Lucian Freud

Assurdo pagare una cifra per correre da uno sconosciuto a raccontargli quello che mai si è detto ad alcuno, nemmeno all’amico più caro, nemmeno a se stesso. Eppure un mese fa è accaduto a Giorgio. Una mattina il giovane manager si svegliò che si sentiva straordinariamente bene, al punto di volersi gettare dalla finestra per la felicità. Allora chiamò un amico che gli consigliasse uno psicoanalista, uno che lo accogliesse subito, perché non ce la faceva più. Lo psicoanalista lo ricevette due settimane dopo e Giorgio cominciò l’analisi con l’ottima impressione che non tutto il mondo stava lì a esaudire le sue smanie. Aveva compiuto il suo miglior investimento, aveva ottimizzato il disagio, una risorsa non da poco. Il disagio sottolinea che non si possono chiudere gli occhi o sbarrare le finestre per confinare nel buio quel punto oscuro che sradica dalle certezze trascinando nell’avventura della parola. Il disagio parla, sprona l’intelligenza, custodisce il sogno; per questo, con accanimento, si cerca di togliergli la voce ricorrendo a psicofarmaci o normalizzazioni d’ogni sorta.

Umberto Silva, Il Foglio, 23 luglio 2011.

Ogni mio respiro, ogni mio passo (D’yer mak’er).

Ogni mio respiro, ogni mio passo (D’yer mak’er).

Diane Arbus, Mia Farrow

D’yer Mak’er

Led Zeppelin

Oh oh oh oh oh oh
You don’t have to go oh oh oh oh oh
You don’t have to go oh oh oh oh oh
Baby please don’t go.

Ay ay ay ay ay ay
All those tears I cry ay ay ay ay ay
All those tears I cry ay ay ay ay ay
Baby please don’t go.

[CHORUS]

When I read the letter you wrote, it made me mad mad
mad
When I read the news that it brought me, it made me
sad sad sad.
But I still love you so, I can’t let you go
I love you- ooh baby I love you.

Oh oh oh oh oh oh
Every breath I take oh oh oh oh oh
Every move I make oh oh oh oh oh
Baby please don’t go.

Ay ay ay ay ay ay
You hurt me to my soul ay ay ay ay ay
You hurt me to my soul ay ay ay ay ay
Darling please don’t go.

[CHORUS]
Oh oh oh oh oh oh
You don’t have to go oh oh oh oh oh
You don’t have to go oh oh oh oh oh
(Baby please don’t go)

 

La Fai?
Oh oh oh oh oh oh
Non devi andartene oh oh oh oh oh
Non devi andartene oh oh oh oh oh
Per favore non andartene.

Ay ay ay ay ay ay
Tutte le lacrime che verso ay ay ay ay ay
Tutte le lacrime che verso ay ay ay ay ay
Piccola per favore non andartene.

[RITORNELLO]

Quando ho letto la lettera che mi hai scritto mi ha
fatto infuriare infuriare infuriare
Quando ho letto le notizie che mi portava, mi ha reso
triste triste triste.
Ma ti amo ancora così, non posso lasciarti andare,
Ti amo- oh piccola ti amo.

Oh oh oh oh oh oh
Ogni mio respiro oh oh oh oh oh
Ogni mio passo oh oh oh oh oh
Piccola per favore non andartene.

Ay ay ay ay ay ay
Mi hai colpito all’anima ay ay ay ay ay
Mi hai colpito all’anima ay ay ay ay ay
Cara per favore non andartene.

[RITORNELLO]
Oh oh oh oh oh oh
Non devi andartene oh oh oh oh oh
Non devi andartene go oh oh oh oh oh

(Piccola per favore non andartene)

Testo e traduzione a cura di www.dartagnan.ch


“D’yer mak’er” è una presa in giro della pronuncia jamaicana di “Did you make her”, che suona come “Jamaica”. Deriva da una vecchia barzelletta: “My wife’s gone to the West Indies.” “Jamaica?” “No, she went of her own accord.” – “Mia moglie è andata ai Caraibi”. “Giamaica” (o, appunto: “L’hai mandata tu/L’HAI FATTA ANDARE TU/l’hai costretta ad andare tu”)? “No, ci è andata per volontà sua”.
Il titolo è stato scelto per il sapore reggae di questa canzone.

Uno strano amore, incomprensibile e intollerabile.

Uno strano amore, incomprensibile e intollerabile.

La psicoanalisi ha sempre prosperato sullo scandalo, con una solida fama di ro- vinafamiglie e di seduttrice, ladra di cuori e di portafogli. La figura che più oggi le assomiglia è quella della badante, una sconosciuta che viene da terre lontane in odore di losca magia, s’insinua nelle case e approfitta del sesso dei vecchi per derubare la famiglia. Come la badante, la psicoanalisi ha un viso enigmatico e una lingua straniera e straniata, spesso incomprensibile, e gesti inusuali che turbano i vecchietti, li fanno drizzare sul divano, innamorati. Il motore dell’analisi è uno strano amore, incomprensibile e intollerabile, che scatena ire, invidie e accidie: il transfert. Ma come, si preferisce confidarsi con uno sconosciuto piuttosto che con i familiari, gli amici, gli psicofarmaci? Sì, per quanto appaia sconcertante alcuni preferiscono la badante. Scandaloso! Preferiscono la psicobadante per i motivi più strani, che dicono di una posta in gioco altissima, di una contabilità che sfugge.

Umberto Silva, Il Foglio, 23 luglio 2011.

I’ll get no sleep until I find you To tell you when I’ve found you I love you (You Take My Breathe Away).

I’ll get no sleep until I find you To tell you when I’ve found you
I love you (You Take My Breathe Away).

Paul Delvaux, Trains du soir

Look into my eyes and you’ll see I’m the only one
You’ve captured my love stolen my heart
Changed my life
Every time you make a move you destroy my mind
And the way you touch
I lose control and shiver deep inside
You take my breath away

You can reduce me to tears with a single sigh
Ev’ry breath that you take
Any sound that you make is a whisper in my ear
I could give up all my life for just one kiss
I would surely die if you dismiss me from your love
You take my breath away

So please don’t go
Don’t leave me here all by myself
I get ever so lonely from time to time
I will find you anywhere you go
I’ll be right behind you
Right until the ends of the earth
I’ll get no sleep until I find you
To tell you that you just take my breath away

I will find you anywhere you go
Right until the ends of the earth
I’ll get no sleep until I find you
To tell you when I’ve found you
I love you

Guarda nei miei occhi e vedrai che sono l’unico
Hai catturato il mio amore mi hai rubato il cuore
Mi hai cambiato la vita
Ogni volta che fai un movimento mi distruggi la mente
E il modo in cui mi tocchi
Io perdo il controllo e vado in pezzi dentro me
Mi togli il respiro

Puoi ridurmi in lacrime con un singolo lamento
Ogni respiro che fai
Ogni suono che emetti è un sussurro per il mio orecchio
Potrei rinunciare a tutta la mia vita per un solo bacio
Morirei sicuramente se mi escludessi dal tuo amore
Mi togli il respiro

E allora ti prego non andare
Non lasciarmi qui tutto solo
Mi sento così solo a volte
Ti troverò ovunque tu vada
Sarò proprio dietro te
Fino ai limiti del mondo
Non prenderò sonno finché non ti avrò trovato
Per dirti che tu semplicemente mi togli il respiro

Ti troverò ovunque tu vada
Fino ai limiti del mondo
Non prenderò sonno finché non ti avrò trovato
Per dirti quando ti avrò trovato che
Ti amo

Doveva andare a casa!

Doveva andare a casa!

Ma perché congetturare su ciò che era e non poteva essere? Doveva andare a casa! Ebbe l’impulso di alzarsi e metter via i suoi averi nella sacca da viaggio in modo da esser pronto a prendere il primo treno del mattino. Però non voleva svegliare i ragazzi o dar loro l’impressione di fuggire in preda al panico. Era per venire lì che era fuggito in preda al panico. Ora invece se ne andava dopo aver ritrovato il coraggio per affrontare traversie la cui realtà era innegabile, ma i cui rischi restavano pur sempre incomparabili con quelli che minacciavano Dave e Jake mentre combattevano per consolidare la presenza alleata in Francia.

Quanto a Dio, era facile pensare a Lui in un pradiso come Indian Hill. Diverso era a Newark – o in Europa o nel Pacifico – nell’estate del 1944.

Philip Roth, Nemesi, Einaudi

Non farmi aspettare. Sto bruciando.

Non farmi aspettare. Sto bruciando.

“Ti prego. Ti prego. Ti prego. Ti prego. Non farmi aspettare. Sto bruciando”.

“Va bene. Torna di là. Aspetta che ti dia il segnale. Torni di là, d’accordo?”

“Non ce la faccio ad aspettare. Devi… Sono tutta un fuoco, ti dico”.

Gli si aggrappò. Insieme attraversarono la stanza, incespicando, con lui che si teneva libero il fianco destro; lei in un deliquio voluttuoso, ignara dei loro movimenti, tesa contro di lui come se cercasse di toccarlo con tutta la superficie del corpo allo stesso tempo.

W.Faulkner, Santuario, Adelphi

Adesso posso sopportare qualsiasi cosa.

Adesso posso sopportare qualsiasi cosa.

“Gambe lunghe, braccia sottili, meline alte – una figurina infantile non più proprio bambina, non ancora donna, si muoveva rapida, stirandosi le calze, infilandosi sinuosa nell’abitino stretto. Adesso posso sopportare qualsiasi cosa, pensò calma, con una sorta di sordo, spento stupore; posso proprio sopportare qualsiasi cosa”.

W.Faulkner, Santuario, Adelphi