DSK ha un’anima, bianca, grigia o nera si vedrà, ma pur sempre un’anima.

DSK ha un’anima, bianca, grigia o nera si vedrà, ma pur sempre un’anima.

J’accuse? Troppo facile. Je défend? Mah. Je m’en fous? Chic, ma poi mi tocca alzare le spalle ogni cinque minuti, poiché d’altro non si parla. J’écris. Scrivo innanzitutto che ci voleva un’Ophelia per concludere la carriera edipica di Dominique Strauss- Kahn, facilmente annoverabile tra coloro che Freud chiama “delinquenti per senso di colpa” – la colpa sarebbe il pensiero d’avere ucciso papà e scopato mamma, ovviamente. Poche pagine prima Freud parla anche di “coloro che soccombono al successo” e anche lì si può pescare a piene mani. Ma sono tutte cose che si sanno e il sapere mi annoia, e la noia erige patiboli e stupri. Quel che davvero DSK ha fatto, delitto o consenziente sesso estremo, lo diranno i giurati; azzardare ipotesi è ingiusto, così come è ingiusto parlare di complotto. DSK ha un’anima, bianca, grigia o nera si vedrà, ma pur sempre un’anima, che l’ha portato diritto al carcere di Rikers Island e di questo dobbiamo dargli atto, sennò sarebbe solo un burattino in balia di oscuri poteri. Ciascun uomo è forte, almeno per quel che attiene al desiderio che, inconscio, trova sempre modo di andare a segno. Se DSK sta in galera, col rancio scadente, col rischio di venire stuprato da nerboruti neri, è perché fortemente e a tutti i costi l’ha ambito, stanco della vita che conduceva, umiliato da quella girandola di successi in cui, per lui almeno, non succedeva proprio niente. Altro che poltrona presidenziale, la sedia elettrica lo attira, al pari di tanti altri uomini geniali che con sprezzo hanno abbandonato suites e palazzi per incontrare un piacere ancora più
estremo di quello loro donato dalle donne, il piacere dell’espiazione.

Umberto Silva, Il Foglio, 20 maggio 2011