Il tuo nome è nato da ciò che fissavi.

Il tuo nome è nato da ciò che fissavi.


«Il tuo nome è nato da ciò che fissavi.» Vi ricordate, a Pasqua, l’abbiamo meditata molto questa frase di una poesia, sulla Veronica, di Giovanni Paolo II. «Nacque il tuo nome da ciò che fissavi.» Immaginate Gesù che va al patibolo e tutta la gente attorno, anonima. In questa folla anonima una donna lo guarda, lo fissa, e si apre il varco verso di lui. Immaginate la gente che doveva tirarsi via per farla passare. Allora Egli ha incominciato a guardarla: quella donna, che era anonima nella folla, è diventata presenza da ciò che fissava, apparteneva a ciò
che fissava. La sua persona apparteneva a quell’uomo che fissava: potevano schiacciarla e linciarla. La folla è questo mondo che ci circonda; folla anonima, insensata, perché non ha coscienza del senso, cioè del destino.

Luigi Giussani, L’io rinasce in un incontro (1986-1987), BUR

Se non c’è uno che gusta il Monte Bianco, è come se non esistesse il Monte Bianco.

Se non c’è uno che gusta il Monte Bianco, è come se non esistesse il Monte Bianco.


Se non c’è uno che gusta il Monte Bianco, è come se non esistesse il Monte Bianco; se non c’è uno che gusta il mattino – un mattino primaverile come ne abbiamo avuti (adesso siam tornati in inverno!) -, è inutile che esista il mattino. Se uno non sente il canto della Adriana sul mattino,  per che cosa c’è il mattino? Con gli occhi cisposi e sonnacchiosi si inoltra nelle cose da fare, contrattaccato
continuamente da ogni spigolo (perché tutto diventa spigoloso): non ci si accorge di come certi occhi ci guardano; si vende la propria stima, il proprio attaccamento a «quintalate»; oppure, invece che la finezza infinitamente potente
delle radici si guarda soltanto ciò che è più espanso e occupa più spazio; cioè, si è grossolani e superficiali. Il silenzio è, perciò, la memoria del mattino che si risveglia, che è la resurrezione di Gesù; questa certezza assoluta
del futuro, proiettata sul sentimento che ci ingombra l’animo alle sei e un quarto di quella mattina in cui ci svegliamo e in cui si innesta la guerra tra la consapevolezza ideale, l’amore alla vita, l’amore all’essere e la sopportazione del tempo dell’esistenza, la guerra tra l’amore e la sopportazione – perché la sopportazione è sempre in bilico, pendente dalla parte del suicidio (non dico in senso materiale, ma anche quello); quando Cristo e Dio vengono meno come presenze dominanti l’aria che respiriamo, la pendenza verso il suicidio diventa più frequente -, la lotta, quindi, tra la letizia dell’esistenza e quella tolleranza cupa, ultimamente cupa e ottusa, che squalifica le nostre ore (del mattino innanzitutto e poi, quanto più, della giornata).

Luigi Giussani, Si può (veramente?!) vivere così? BUR

Senza croce non c’è resurrezione.

Senza croce non c’è resurrezione.

Hans Memling, Schmerzenmutter mit totem Christus

Invece è giusto dire: «L’attrattiva», perché l’attrattiva è la sperimentabilità del vero. Come dice san Tommaso, «la bellezza è lo splendore del vero». «Splendore» vuole dire: è il vero in quanto ti attira, in quanto ti persuade.
Perciò l’estetica non è un’esperienza autenticamente umana, se non è riverbero del vero. Quindi, la moralità è una fatica, un’ascesi; la moralità, in quanto implica ascesi o implica fatica, è per affermare il vero e perciò è
per assicurare un’esperienza di bellezza autentica. Senza sacrificio un rapporto non diventa vero: questa è una formula matematica. Senza croce non c’è resurrezione. Il cristianesimo l’ha codificato, questo. Ma è solo il cristianesimo
che dice che il sacrificio fa diventare veri; afferma, non toglie.

Luigi Giussani, L’io rinasce in un incontro (1986-1987), BUR