Non ci si libera dalle proprie miserie censurandole (e uscito fuori, pianse amaramente).

Non ci si libera dalle proprie miserie censurandole (e uscito fuori, pianse amaramente).

Georges de la Tour, Il rinnegamento di Pietro.

È uno spunto fondamentale e impressionante, per riflettere a questa divina accoglienza di tutto l’uomo da parte di Cristo, quel brano del vangelo di Luca che tratta del tradimento di Pietro: «Dopo averlo dunque catturato, lo portarono via e lo condussero nella casa del Sommo Sacerdote. Pietro intanto lo seguiva da lontano. In mezzo all’atrio era acceso un fuoco e molti vi erano seduti d’intorno: Pietro era fra questi. Ora, una serva lo vide seduto accanto al fuoco, e riguardandolo, disse: “Anche quello lì era con Lui”. Ma egli negò dicendo: “Non lo conosco neppure, o donna!”. E poco dopo un altro, avendolo veduto, disse: “Anche tu sei uno di loro”. Ma Pietro rispose: “O uomo, non lo sono!”. Era
trascorsa circa un’ora, quando un altro pure insistè, dicendo: “Sì, è vero: anche lui era con Gesù, infatti è Galileo”. Ma Pietro rispose: “O uomo, non so quel che tu vuoi dire”. E nel medesimo istante, mentre ancora diceva quelle parole, un gallo cantò. Allora il Signore, voltandosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò della parola del Signore, il quale gli aveva detto: “Oggi, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte”, e, uscito fuori, pianse amaramente» (Lc 22,54-62).
Ricordiamoci chi era Pietro per l’uomo Gesù, colui al quale avrebbe affidato la sua Chiesa, la roccia della costruzione che avrebbe garantito la Sua presenza nel mondo; e riflettiamo sul fatto che Egli accetta Pietro com’è, lo aveva già accettato prima di vivere quei penosi momenti. Conoscendoli in anticipo, lo accetta, e lo rigenera. «Allora il Signore, voltandosi, guardò Pietro». Lo guarda e lo costringe
a prendere coscienza della sua Presenza. A ricordarsi. «E Pietro si ricordò…» Pietro avrebbe potuto cercare di dimenticare quell’increscioso episodio, sopire i suoi rimorsi in una energica attività. Nessuno, se non da lui, avrebbe potuto venirli a conoscere, ma non è questo che Gesù vuole. «… e, uscito fuori, pianse amaramente». La memoria delle parole di Gesù, suscitata dal suo sguardo, gli impedisce di dimenticare e comincia a cambiarlo, già lo cambia, già innesta il dinamismo della sua liberazione d’uomo. Perché non ci si libera dalle proprie miserie censurandole, e il cristianesimo, che non prescinde da una realistica presa di coscienza dell’umano, richiede che non venga mai operata alcuna censura, libera l’uomo attraverso il perdono, richiede caso mai il sacrificio.

Luigi Giussani, Alla ricerca del volto umano, Rizzoli

La verità è bellezza (Ode sopra un’urna greca).

La verità è bellezza (Ode sopra un’urna greca).


I
Tu della quiete ancora inviolata sposa,
alunna del silenzio e del tempo tardivo,
narratrice silvestre che un racconto
fiorito puoi così più che la nostra
rima dolcemente dire,
quale leggenda adorna d’aeree fronde si posa
intorno alla tua forma?
Di deità, di mortali o pur d’entrambi,
in Tempe o nelle valli
d’Arcadia? Quali uomini
son questi o quali dei,
quali ritrose vergini,
qual folle inseguimento, qual paura,
quali zampogne e timpani,
quale selvaggia estasi?
II
Dolci le udite melodie: più dolci le non udite.
Dunque voi seguite, tenere cornamuse, il vostro canto, non al facile senso,ma, più cari, silenziosi concenti date all’intimo cuore.
Giovine bello, alla fresca ombra mai può il tuo canto languire, né a quei rami venir meno la fronda.
Audace amante e vittorioso, mai mai tu potrai baciare, pur prossimo alla meta, e tuttavia non darti affanno: ella non può sfiorire e, pur mai pago, quella per sempre tu amerai, bella per sempre.
III
O fortunate piante cui non tocca perder le belle foglie, né, meste, dire addio alla primavera;
te felice, cantore non mai stanco di sempre ritrovare canti per sempre nuovi;
ma, più felice Amore!
fervido e sempre da godere, e giovane e anelante sempre, tu che di tanto eccedi ogni vivente passione umana, che in cuore un solitario dolore lascia, e sdegno: amara febbre.
IV
Chi son questi venienti al sacrificio?
E, misterioso sacerdote, a quale verde altare conduci questa, che mugghia ai cieli, mite giovenca di ghirlande adorna i bei fianchi di seta?
Qual piccola città, presso del fiume o in riva al mare costruita, o sopra il monte, fra le sue placide mura, si è vuotata di questa folla festante, in questo pio mattino?
Tu, piccola città, quelle tue strade sempre saranno silenziose e mai non un’anima tornerà che dica perché sei desolata.
V
O pura attica forma! Leggiadro atteggiamento, cui d’uomini e fanciulle e rami ed erbe calpestate intorno fregio di marmo chiude,
invano invano il pensier nostro ardendo fino a te si consuma,
pari all’eternità, fredda, silente, imperturbabile effige.
Quando, dal tempo devastata e vinta, questa or viva progenie anche cadrà, fra diverso dolore, amica all’uomo,
rimarrai tu sola,
“Bellezza è Verità” dicendo ancora:
“Verità è Bellezza”. Questo a voi, sopra la terra, di sapere è dato:
questo, non altro, a voi, sopra la terra,
é bastante sapere.
John Keats, Poesie, traduzione di Augusto Frassinetti, Giulio Einaudi Editore, 1983