Fa’ vedere almeno la treccia, sennò muoio.

Fa’ vedere almeno la treccia, sennò muoio.


L’avvento del soggetto sentimentale è l’effetto dell’amore cortese, nella sua ambivalenza. Da un lato l’amore cortese stabilisce, non solo per la nostra civiltà ma per tutto il pianeta, che tra uomo e donna e viceversa parlarsi è condizione essenziale di un rapporto affettivo. Prima, fino all’Undicesimo secolo, non ci si parlava: il cavaliere scendeva a valle, afferrava la treccia (serviva per legarla al cavallo) della dama e se la portava al castello. “Ma non ci hai parlato, non le hai chiesto se…?”. “No, perché? Si deve chiedere?”. La parola ritarda la soddisfazione immediata, dice la psicanalisi. Con l’amore cortese, il cavaliere va sotto la torre con la chitarra e dice: “Fa’ vedere almeno la treccia, sennò muoio”. E questo basta per non morire? Sì, perché è come un sacramento.
Nell’“Educazione sentimentale” di Flaubert la signora idealmente amata e
mai realmente posseduta concede una ciocca di capelli. E’ la metafora perfetta di questa forma dell’amore che ha una sua verità: la qualità spirituale di eros passa attraverso la parola, attraverso la richiesta di con-sentimento, di un consenso
non contrattuale. Qui appare che il sentire è la prima figura della libertà e non invece qualcosa che mi costringe, che “è più forte di me”.

Pierangelo Sequeri