Non soltanto ti lascia povero: ti distrugge proprio. Non sopravvivi.

Non soltanto ti lascia povero: ti distrugge proprio. Non sopravvivi.


Con “educazione sentimentale” – o educazione all’affettività come si preferisce
dire nei circoli cattolici – alludo a Flaubert che ha scritto nel 1845 un lungo
racconto con questo titolo. Condivido l’interpretazione di Lukács, esponente di
quel marxismo un po’ eterodosso interessato al recupero dell’umanesimo, che
acutamente lo definisce “il romanzo della disillusione”. Non si sarebbe potuto
raccontare in modo più preciso l’essenza nichilistica del soggetto che, nella cultura occidentale, ha attratto su di sé l’ideale dell’amore. L’amore cortese, spirituale, assoluto, appare qui fondamentalmente irreale. Perché c’è più verità nel niente che ti resta in mano, quando per la tua goffaggine non sei in grado di procurarti neanche un minimo di soddisfazioni materiali, che non nel momento in cui ti immagini come colui che cerca l’amore assoluto destinato ad appagare totalmente le tue aspirazioni. C’è un discorso dell’amore che fa parte della fede e della dignità dell’uomo giusto; e c’è un’illusione dell’amore molto spirituale, persino metafisica, che è figura perfettamente narcisistica, proiezione di sé sulla misura dell’assoluto, che non soltanto ti lascia povero: ti distrugge proprio. Non sopravvivi.

Pierangelo Sequeri, Il Foglio, 9 aprile 2011

Un luogo amato e lontano.

Un luogo amato e lontano.


Il nostro passato, una cara persona morta, esistono soltanto quando ci pensiamo. E quale sia lo strazio per averli perduti, abbiamo almeno la certezza che perduti
sono, e che nessuno sforzo ce li potrebbe ridare. Ma un luogo amato e lontano è
come una salma che dipenda da noi risuscitare, e che chieda continuamente di essere risuscitata: tormenta, distrae, divide la nostra vita; ed assale talvolta in pieno giorno, nell’attenzione delle opere, col suo fresco, reclamante fantasma.

Alberto Arbasino, America amore, Adelphi