Ti ha fatto per la bellezza e la felicità.

Ti ha fatto per la bellezza e la felicità.

Brad Holland

Dio non t’ha fatto con l’esigenza che tu ti sposassi con un certo marito – immaginarsi se fosse questo lo scopo! – e che questo marito guarisse dalla polmonite miliare che gli è capitata d’inverno. Dio non ti ha fatto neanche per quella ragazza di cui sei innamoratissimo, che sembra metterti l’unica ispirazione religiosa, che sembra unico strumento per il tuo equilibrio o per
un presentimento di felicità; ma ti ha fatto per la bellezza e la felicità che tu dentro il suo volto e, prospetticamente, dietro il suo volto, se sei attento, vedi.
Perciò hai sempre sentito dire una frase, che può sembrarti strana: il Mistero coincide col segno. Noi andiamo a Dio attraverso dei segni che sono più o meno vicini a seconda che ci facciano impressione più o meno, che corrispondano
più o meno. Ma cosa vuol dire che il Mistero coincide col segno? Vuol dire che tu guardi una faccia per quello che veramente essa è nella misura in cui essa ti richiama alla sua essenza, alla sua natura: luogo dove diventa presente l’Eterno, il Mistero. E quindi, se il Mistero è presente dentro la faccia, è anche presente – più presente! – dietro la faccia, come fuga all’infinito (non fuga nel senso che scappa! Fuga nel senso che trascina e svolge).

Luigi Giussani, Si può (veramente?!) vivere così? BUR

Nella semplicità della fede.

Nella semplicità della fede.

La santità non è nient’altro che fare, nella semplicità della fede, quel che si riesce a fare.

Luigi Giussani, Certi di alcune grandi cose (1979-1981), BUR

Fa che m’adori, ched i’ son tu’ deo; Ed ogn’altra credenza metti a parte (Il Fiore V).

Fa che m’adori, ched i’ son tu’ deo; Ed ogn’altra credenza metti a parte (Il Fiore V).

Con grande umilitate e pacienza
Promisi a Amor a sofferir sua pena,
E c[h]’ogne membro, ch’i’ avea, e vena
Disposat’era a farli sua voglienza;
E solo a lui servir la mia credenza
E` ferma, né di ciò mai nonn-alena:
«Insin ched i’ avrò spirito o lena,
I’ non farò da·cciò giamà’ partenza».
E quelli allor mi disse: «Amico meo,
I’ ò da·tte miglior pegno che carte:
Fa che m’adori, ched i’ son tu’ deo;
Ed ogn’altra credenza metti a parte,
Né non creder né Luca né Matteo
Né Marco né Giovanni». Allor si parte.

Dante Alighieri

La santità è lo sprofondarsi della coscienza del proprio essere umano.

La santità è lo sprofondarsi della coscienza del proprio essere umano.


La santità, come dice Moralità: memoria e desiderio, è lo sprofondarsi della coscienza del proprio essere umano, è l’approfondirsi della coscienza del proprio essere umano. È meno umano uno che è meno santo! È meno uomo. Per questo il paradigma dell’uomo, la figura dell’uomo è Cristo.

Luigi Giussani, “Tu” o dell’amicizia, BUR

Ché molte volte ti parrà morire: Un’ora gioia avrai, altra, doglienza (Il Fiore IV)

Ché molte volte ti parrà morire: Un’ora gioia avrai, altra, doglienza (Il Fiore IV)

Con una chiave d’or mi fermò il core
L’Amor, quando così m’eb[b]e parlato;
Ma primamente l’à nett’e parato,
Sì c[h]’ogn’altro pensier n’à pinto fore.
E po’ mi disse: «I’ sì son tu’ signore,
E tu sì se’ di me fedel giurato:
Or guarda che ‘l tu’ cuor non sia ‘mpacciato
Se non di fino e di leal amore.
E pensa di portar in pacienza
La pena che per me avrà’ a sofrire
Inanzi ch’io ti doni mia sentenza;
Ché molte volte ti parrà morire:
Un’ora gioia avrai, altra, doglienza;
Ma poi dono argomento di guerire».

Dante Alighieri

I’ son segnor assà’ forte a servire (Il Fiore III).

I’ son segnor assà’ forte a servire (Il Fiore III).

Del mese di genaio, e non di mag[g]io,
Fu quand’i’ presi Amor a signoria,
E ch’i’ mi misi al tutto in sua baglìa
E saramento gli feci e omaggio;
E per più sicurtà gli diedi in gaggio
Il cor, ch’e’ non avesse gelosia
Ched’i’ fedel e puro i’ no·gli sia,
E sempre lui tener a segnó·maggio.
Allor que’ prese il cor e disse: «Amico,
I’ son segnor assà’ forte a servire;
Ma chi mi serve, per certo ti dico
Ch’a la mia grazia non può già fallire,
E di buona speranza il mi notrico
Insin ch’i’ gli fornisca su’ disire».

Dante Alighieri

Tu·ssai veramente Che·ttu mi se’ intra·lle man caduto (Il Fiore II).

Tu·ssai veramente Che·ttu mi se’ intra·lle man caduto (Il Fiore II).


Sentendomi ismagato malamente
Del molto sangue ch’io avea perduto,
E non sapea dove trovar aiuto,
Lo Dio d’Amor sì venne a me presente,
E dissemi: «Tu·ssai veramente
Che·ttu mi se’ intra·lle man caduto
Per le saette di ch’i’ t’ò feruto,
Sì ch’e’ convien che·ttu mi sie ubidente».
Ed i’ risposi: «I’ sì son tutto presto
Di farvi pura e fina fedeltate,
Più ch’asses[s]ino a·Veglio o a Dio il Presto».
E quelli allor mi puose, in veritate,
La sua boc[c]a a la mia, sanz’altro aresto,
E disse: «Pensa di farmi lealtate».

Dante Alighieri, Il Fiore