Sono certo che da qualche parte qualcuno sta pregando.

Sono certo che da qualche parte qualcuno sta pregando.

Fare finta che una diga di 10 metri che cede allo tsunami più devastante che si ricordi o che una centrale nucleare che fa le bizze per le bordate di un terremoto che colpisce a botte di 8 gradi Richter nel paese più tecnologicamente avanzato del pianeta siano eventi da ricondurre, immancabilmente, alla colpa o alle scelte di qualcuno piuttosto che all’insopportabile soggezione a limiti esterni alla propria autonomia: se questo è un modo per scaricare il senso di impotenza e di limitatezza dell’uomo di fronte agli eventi che non può controllare, non pare affatto consolatorio. Almeno non più di quanto non lo sia la illusione di governare la natura quando, per esempio, piuttosto che arrendersi all’ineluttabilità della morte, se se ne rivendica il dominio con ciò che viene definito eutanasia. In ogni caso, invece, proprio quando sembra che niente si possa fare (shikataganai?) sono certo che da qualche parte, qualcuno, stia pregando.

Gaetano Tursi, Portici (Na), Il Foglio, Hyde Park Corner, 15 marzo 2011

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