Cristo è venuto per educarci al senso religioso.


Noi siamo abituati a intendere il «senso religioso» come una semplice premessa alla fede; perciò, esso ci sembra quasi inutile, una volta che la fede sia raggiunta. Come fosse una scala che ci serve per salire al piano superiore: una volta saliti, possiamo
fare a meno della scala. No! Non solo occorre un senso religioso sempre vivo affinché il cristianesimo venga riconosciuto e sperimentato per quello che è – come ci ha ricordato sempre don Giussani citando Niebuhr: «Niente è tanto incredibile quanto la risposta a una domanda che non si pone» (Cfr. R. Niebuhr, Il destino e la storia. Antologia degli scritti, BUR, Milano 1999, p. 66), o non si pone più -; ma – in secondo luogo – è proprio nell’incontro con l’avvenimento cristiano che il senso religioso si rivela in tutta la sua originale portata, raggiunge una definitiva chiarezza, viene educato e salvato. Cristo è venuto per educarci al senso religioso.
Julián Carrón

L’impatto dell’io con la realtà scatena la domanda umana.


«Quando miro in cielo arder le stelle; / Dico fra me pensando: / A che tante facelle? / Che fa l’aria infinita, e quel profondo / Infinito seren? che vuol dir questa / Solitudine immensa? ed io che sono?»
(G. Leopardi, Canto notturno di un pastore errante dell’Asia, vv. 79-89).
Questa poesia di Giacomo Leopardi esprime in modo mirabile l’esperienza in cui si svela il senso religioso dell’uomo. L’impatto dell’io con la realtà scatena la domanda umana. Vi è cioè in noi una struttura nativa che, nell’impatto col reale, viene inesorabilmente messa in moto, così da mobilitare tutto il dinamismo della nostra persona. Nella misura in cui vive, nessun uomo può evitare certe domande, a prescindere dalla propria appartenenza etnica o culturale: «“Qual è il significato ultimo dell’esistenza?”, “Perché c’è il dolore, la morte, perché in fondo vale la pena vivere?”. O, da un altro punto di vista: “Di che cosa e per che cosa è fatta la realtà?”».
Julián Carrón